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  • domenica 9 Settembre 2012

Martin Amis e i giornali

Lo scrittore ha scritto un lungo articolo sui suoi rapporti difficili con i mezzi di comunicazione (e con la promozione dei suoi libri)

Ieri Repubblica ha pubblicato un lungo articolo dello scrittore britannico Martin Amis. Raccontando com’è stata la promozione dei suoi libri all’inizio della sua carriera letteraria, negli anni Settanta – quasi nulla – e che cosa è diventata oggi, Amis parla del rapporto tra la narrativa e i mezzi di comunicazione: frutto dei cambiamenti di come i giornali si fanno e di come si parla oggi della cultura. Tutto questo, poi, produce equivoci e incomprensioni, come quelli che si sono creati intorno alla sua decisione di lasciare Londra e andare ad abitare a New York.

Una volta, in un reame chiamato Inghilterra, scrivere narrativa era una bislacca e innocente occupazione. Più rispettabile dell’angelologia, certo, e più apprezzata dello studio delle muffe fosforescenti: ma senza alcun dubbio era un’attività che interessava una minoranza degli individui.

Nel 1972 presentai il mio primo romanzo: lo avevo battuto a macchina usando una Olivetti di seconda mano e lo avevo spedito a una casa editrice dal mio ufficio di redattore aggiunto in comproprietà con altri colleghi al Times Litterary Supplement. Fu pubblicato, fu recensito e la cosa finì lì.
Niente feste di lancio, niente tour di presentazione, niente interviste, niente profili, niente servizi fotografici, niente incontri per firmare le copie, niente letture pubbliche, niente tavole rotonde, niente conversazioni dal palco, niente festival letterari, “Woodstock della mente” a Hay on Wye, a Toledo, a Mantova, a Paraty, a Cartagena,a Jaipur,e niente radio e niente televisione.

Andò allo stesso modo per il mio secondo romanzo (1975) e per il terzo (1978). Quando uscì il mio quarto romanzo, nel 1981, quasi tutte le attività collaterali erano già in marcia e gli scrittori si trovavano a fare il salto dalla “vanity press” a Vanity Fair. Che cosa era successo nell’intermezzo? Possiamo dire senza tema di smentita che la causa non è stata un’improvvisa esplosione di entusiasmo, tra la fine dei 70 e l’inizio degli 80, per sfumature psicologiche, similitudini argute e frasi ben cesellate.

Il fenomeno, per come lo vedo oggi, è stato una creazione esclusiva dei mezzi di informazione.

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Foto: Frederick M. Brown/Online USA