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  • giovedì 21 Giugno 2012

Il “caso Napolitano-Mancino” è una bolla di sapone

Michele Ainis spiega sul Corriere della Sera perché il presidente della Repubblica ha fatto cose "doverose" e tutt'altro che illecite

Michele Ainis, docente universitario e costituzionalista, spiega oggi sul Corriere della Sera perché la questione della lettera di Giorgio Napolitano al procuratore generale della Cassazione riguardo la necessità di coordinare le tre inchieste sulla presunta trattativa tra Stato e mafia, di cui si parla molto ancora sui giornali di oggi, non riguarda niente di illecito bensì una delle prerogative della presidenza della Repubblica.

La presunta trattativa del 1992 fra Stato e mafia sta spargendo altri veleni sulla democrazia italiana, come se non ne avessimo già in circolo abbastanza. Offusca la credibilità delle istituzioni: passate, presenti, future. Dopo la pubblicazione delle telefonate fra Mancino e D’Ambrosio, chiama in causa perfino il Quirinale. Infine rimbalza come una palla di biliardo fra la cronaca e la storia, fra il tribunale dell’opinione pubblica e quello di Palermo.

Insomma è diventato urgente distinguere i ruoli di ciascuno, restituire un ordine agli eventi. Ma per riuscirvi è necessario innanzitutto tenere separati i due piani su cui corre la vicenda: quello giuridico e quello, per così dire, etico-politico.

Primo: c’è qualcosa d’illecito nel chiedere un coordinamento delle inchieste giudiziarie, quando tre distinte procure (Firenze, Caltanissetta, Palermo) sono al lavoro sulle stesse notizie di reato? Perché è questa l’accusa che viene rivolta, sotto sotto, a Napolitano: di aver cercato di interferire con le indagini, e di averlo fatto per favorire un indagato, benché all’epoca Mancino fosse soltanto un testimone. Ma nella ormai celebre lettera del 4 aprile scorso – inviata dal Segretario generale del Quirinale al Procuratore generale della Cassazione – non c’era nient’altro che questo, un richiamo all’esigenza di coordinare le investigazioni in corso. Esigenza peraltro sancita da due testi di legge (i decreti legislativi n. 106 del 2006 e n. 159 del 2011), che ne rendono per l’appunto responsabile il Procuratore generale della Cassazione. E che in via generale Napolitano aveva già pubblicamente segnalato a più riprese al Csm: il suo primo intervento risale infatti al giugno 2009, ben prima che esplodesse questo caso. Mentre a sua volta Grasso, capo della Direzione nazionale antimafia, già nell’aprile 2011 ha impartito direttive ai procuratori interessati. Una prova in più che il problema è ormai da tempo sul tappeto, e non dipende dai pruriti di Mancino.

(continua a leggere sul sito del Corriere della Sera)