Come si preparano Renzi e Bersani

Claudio Cerasa, sul Foglio, racconta la costruzione delle due campagne elettorali e i due uomini che le guidano

Alla fine della Direzione Nazionale del Partito Democratico, lo scorso 8 giugno Pierluigi Bersani ha ufficializzato, candidandosi, che si faranno le primarie. Non si conoscono ancora le regole né i tempi delle votazioni, ma per ora oltre al segretario del Pd è praticamente certa anche se non ancora dichiarata ufficialmente la candidatura del sindaco di Firenze Matteo Renzi. Claudio Cerasa racconta sul Foglio la mobilitazione delle due campagne elettorali contrapposte, intorno alle due storie parallele che stanno dietro i nomi di Renzi e Bersani: Giorgio Gori e Maurizio Migliavacca.

Sì, è vero: non si sa ancora quando si voterà, non si sa ancora come si voterà, non si sa ancora per cosa si voterà, non si sa ancora con chi si voterà, non si sa ancora dove si voterà e non si sa ancora soprattutto per chi diavolo si voterà; ma nell’attesa di conoscere nei prossimi mesi, a proposito del dossier “primarie del centrosinistra”, qualche dettaglio in più rispetto alle parole “sono belle”, “si faranno”, “saranno aperte” e “sarà una grande festa”, si può dire che nel Partito democratico ci sono almeno due formidabili contadini, o forse due grandi giardinieri, che da qualche tempo a questa parte hanno cominciato, come dire, a farsi più o meno un mazzo così. Chissà: forse i loro nomi a qualcuno diranno tutto e forse a qualcun altro non diranno niente, ma di sicuro chiunque voglia studiare i percorsi di quelli che in questo momento sono gli unici due veri candidati forti alle primarie del centrosinistra non potrà non prendere un minimo di dimestichezza con le storie parallele di due personaggi chiave nella sfida tra Matteo Renzi e Pier Luigi Bersani. I loro nomi, forse l’avrete capito, sono quelli di Maurizio Migliavacca e di Giorgio Gori, e, seppur con sfumature molto diverse, entrambi, per ragioni differenti, sono diventati i volti simbolo della gestione di una creatura misteriosa che nel mondo della politica ha ormai da secoli una funzione sacra, quasi mitologica: la macchina organizzativa.

Solitamente, si sa, gli “uomini macchina”, nei partiti così come nelle aziende e spesso anche nei giornali, hanno il compito di tenere unita la squadra, di motivare i colleghi, di risolvere i problemi, di fare gruppo, di svolgere il lavoro sporco, di tenere i contatti con il mondo esterno e più semplicemente, a volte, di evitare eccessive rotture di maroni al proprio capo o al proprio segretario o al proprio direttore di turno. Nel mondo della politica, però, l’uomo macchina (o, come sarebbe più opportuno dire in questi casi, con tono grave e insieme ossequioso: il “responsabile organizzazione”) è da sempre qualcosa in più di un generico e indefinito uomo ombra; e in qualche modo, oggi più che mai, chi ha in mano le chiavi della struttura organizzativa di un partito è la persona che più di ogni altra svolge all’interno di quel partito la stessa funzione che all’interno di un violino, per esempio, svolge quel piccolo listello cilindrico che trasmette le vibrazioni sul fondo della cassa armonica, e che trasforma in musica la pressione impressa dall’archetto sulle corde dello strumento: l’“anima”, appunto. Senza voler esagerare con le metafore, si può dire però con una certa sicurezza che Maurizio Migliavacca (61 anni) e Giorgio Gori (52 anni) sono le persone giuste, o forse in questo caso le “anime” giuste, per decifrare al meglio il senso delle differenti vibrazioni impresse da Pier Luigi Bersani e da Matteo Renzi sulla cassa armonica del Pd.

Il primo, Giorgio Gori, front runner della campagna elettorale di Renzi e catapultato con il suo gessato e il suo zainetto Eastpak nella macchina da guerra messa in campo dal sindaco di Firenze, simboleggia, forse meglio di ogni Big Bang e di ogni Leopolda, il modello di partito immaginato dal Rottamatore per sfidare il segretario alle primarie del centrosinistra: un partito leggero, ibrido, spigliato, disinvolto, molto pop, molto giovane e naturalmente molto americano che non crede nella rigida solidità dei vecchi modelli novecenteschi e che piuttosto sogna di fare entrare il Pd in una assai evocata “modernità”. Il secondo, invece, ovvero Maurizio Migliavacca, sommo sacerdote della macchina organizzativa del partito e rappresentante supremo di ciò che resta nel Pd del vecchio apparatnik comunista, è invece il riflesso dello spirito politico del partito bersaniano: un partito tradizionale, robusto, resistente, solido, a tratti molto pesante, che non ama anteporre un nome a un progetto, che considera insopportabilmente volatili i partiti troppo leggeri e che sogna di potersi affermare sulla scena come il simbolo confortante di un affidabile usato garantito.

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(Nella foto: Matteo Renzi e Pierluigi Bersani, nel 2009
foto di Giovanni Andrea Rocchi)

 

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