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I dieci italiani rapiti nel mondo

Francesco Semprini sulla Stampa ricorda i casi degli italiani scomparsi all'estero, di cui non si hanno notizie da diverso tempo

Sulla Stampa di oggi, Francesco Semprini ricorda i casi dei dieci cittadini italiani che sono stati rapiti nel mondo. Oltre al rapimento in Algeria della cooperatrice sarda Rossella Urru, recentemente ricordato da Geppi Cucciari al Festival di Sanremo, sono scomparsi da molto tempo altri 9 italiani, come la turista Maria Sandra Mariani, rapita il 2 febbraio 2011 da uomini armati, sempre in Algeria. Oppure Franco Lamolinara, originario di Vercelli, che lavorava in Nigeria lo scorso 12 maggio quando è stato rapito. E poi Giovanni Lo Porto, 38 anni, rapito in Pakistan, e i sei italiani della motonave assaltata da pirati somali nel Golfo dell’Oman lo scorso dicembre.

Cooperanti, turisti e lupi di mare. È poliedrico il profilo dei cittadini italiani caduti nelle mani di rapitori all’estero. La mappatura dei sequestri descrive la zona a rischio in quella fascia del Pianeta che si estende dalle zone desertiche dell’Africa occidentale alle acque antistanti il Corno d’Africa.

E che per la prima volta quest’anno ha interessato il più lontano Pakistan. Aree considerate «off-limit» perché infestate da gruppi terroristici o milizie islamiche, come Al Qaeda nel Maghreb, i Boko Haram nigeriani, gli al-Shabab somali o i taleban dell’Afpak.
È lì che sono stati rapiti Maria Sandra Mariani, Franco Lamolinara, Rossella Urru, Giovanni Lo Porto, che assieme ai sei marinai della motonave Enrico Ievoli riempiono la lista degli ostaggi italiani in mano a sequestratori stranieri. Di loro si occupa costantemente l’Unità di crisi della Farnesina, che assieme al ministero degli Esteri nel suo complesso, e di concerto con altre istituzioni nazionali, gestisce questo tipo di emergenze.

Occorre dire che oltre ai dieci cittadini sopra menzionati l’Unità di Crisi segue indirettamente i sequestri di due persone con doppio passaporto (italiano e di altro Stato) i cui casi sono gestiti in prima battuta della autorità dall’altro Paese di origine. Si tratta di Bruno Pellizzari e Lorenzo Bonaventura sulle cui vicende il Mae italiano viene costantemente informato dagli altri governi.
Ogni sequestro è un caso a sé per il quale la Farnesina si muove attraverso un intreccio di contatti che coinvolgono, fra gli altri, le autorità dei Paesi teatro del sequestro. Ma spesso quei contatti sono complicati dall’effettiva mancanza di coordinamento o addirittura controllo dei governi locali su alcune aree del territorio. Basti ricordare che nel caso della nave «Savina Caylyn», sequestrata dai bucanieri somali a febbraio dello scorso anno, il sottosegretario Alfredo Mantica si accordò con il governo del Puntland per diramare un messaggio radiofonico volto a sensibilizzare i capi tribù e le autorità locali a cooperare.

In ogni caso sui rapimenti la linea seguita dalla Farnesina è ispirata alla riservatezza, si privilegia il silenzio per favorire il buon esito della vicenda. «Il riserbo è d’obbligo per la soluzione positiva», ha twittato qualche giorno fa il ministro Giulio Terzi in merito al caso Urru. Un silenzio, però, talvolta percepito come un inspiegabile oblio dalla società civile che spesso si fa promotrice di iniziative di solidarietà come quelle prese per ricordare il dramma della stessa Rossella a Torino, a Cagliari o sul palco di Sanremo.

Se da un anno a questa parte sono caduti nelle mani dei sequestratori una decina di connazionali, occorre dire infine che altri sono stati liberati. Ricordiamo ad esempio Francesco Azzarà di Emergency, rapito in Sudan e tornato a casa il 16 dicembre. O gli equipaggi della Savina Caylyn (cinque italiani) liberata a gennaio, o della «Rosalia D’Amato» (sei i connazionali a bordo), tornata a solcare i mari a novembre dopo 250 giorni in cattività.

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