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  • venerdì 10 Febbraio 2012

Tre cose da fare per liberare la Siria

Le spiega l'Economist con la copertina di questa settimana, e la guerra non c'è

Nelle ultime settimane dalla Siria sono arrivate solo cattive notizie. Lo scorso 4 febbraio Cina e Russia hanno impedito che il Consiglio di sicurezza approvasse una mozione di condanna del regime di Bashar al-Assad, esercitando il loro diritto di porre il veto sulle decisioni del Consiglio. Nei giorni successivi l’opposizione siriana ha denunciato una violenza e repressione ancora più sanguinosa, in particolare nella città di Homs, mentre una discussa missione della Lega Araba finiva senza ottenere risultati concreti. L’Economist, nel suo articolo di copertina di questa settimana, si chiede che cosa debba fare la comunità internazionale per “liberare la Siria”, dato che la strage di civili non può continuare e i paesi occidentali non possono permettere che in una zona del mondo così instabile continui a lungo una violenta guerra civile.

Il potere di Assad si basa, all’interno, sulle antiche e profonde divisioni della società siriana e, all’esterno, sul sostegno dell’Iran e della Russia. Bashar al-Assad è sostenuto da una coalizione di alcune minoranze che hanno ricevuto dal regime suo e di suo padre protezione e potere, tra cui quella cristiana, quella curda e la setta musulmana degli alauiti, a cui appartiene lo stesso dittatore. Molti dei sostenitori del regime temono repressioni e violenze contro di loro se i sunniti, che sono la maggioranza della popolazione, andranno al potere dopo decenni di oppressione.

Secondo l’Economist la comunità internazionale deve muoversi in fretta perché Assad si dimetta, e ormai è troppo tardi perché questo accada attraverso un processo di riforme che promuovano la democrazia. Gli undici mesi di violenze dall’inizio della protesta hanno rovinato irreparabilmente il rapporto tra i siriani e il dittatore, senza che la resistenza accenni a smettere. Ma Assad ha dalla sua parte ancora due fattori.

Il primo è la volontà di fare qualsiasi cosa per restare al potere, come ha già ampiamente dimostrato. I suoi soldati e i suoi ufficiali non si sono tirati indietro, nonostante alcune defezioni, quando è stato deciso di sparare sui manifestanti, e la superiorità militare dell’esercito siriano, con la sua dotazione di artiglieria pesante e di mezzi blindati, gli dà un vantaggio nei confronti dei ribelli che non potrà essere colmato nel breve periodo. Intorno ad Assad c’è un gruppo di ufficiali dell’esercito e di alti gradi del regime, appartenenti per lo più ai gruppi sociali e etnici che lo sostengono, che è disposto a tutto e che probabilmente è il primo a non permettere al dittatore di lasciare.

Il secondo vantaggio di Assad è l’opposizione disorganizzata e divisa che si trova di fronte, tanto nella comunità internazionale quanto tra i ribelli siriani. Questi rispondono in parte a interessi diversi, e hanno tra loro una rete di alleanze e rivalità: il Consiglio Nazionale Siriano è un piccolo gruppo di esuli siriani che ha sede a Istanbul, mentre all’interno della Siria c’è una situazione poco chiara di milizie e gruppi armati, che solo in parte rispondono al cosiddetto Esercito Libero Siriano (Free Syrian Army, FSA) formato principalmente da disertori dell’esercito regolare.

In questa situazione complessa ci sono alcune cose che non si possono fare, secondo l’Economist, e altre che si devono fare. Tra quelle che non si possono fare c’è l’intervento militare dall’esterno: la Siria è molto meno adatta della Libia a una campagna di bombardamenti, e in Libia questi sono proseguiti per mesi prima di piegare la resistenza delle forze armate che sostenevano Gheddafi. Anche armare i ribelli è rischioso, perché questo non basterebbe a trasformare le bande armate in un esercito organizzato e efficiente, mentre provocherebbe una militarizzazione con potenziali effetti devastanti per decenni, come dovrebbe insegnare il caso dell’Afghanistan.

Le cose da fare, invece, sono principalmente tre.

La prima è lavorare per unire l’opposizione, che deve trovare un leader unico e presentare una lista chiara di proposte e di progetti per la Siria. Quando e se l’opposizione riuscirà a unirsi, la comunità internazionale avrà un unico interlocutore a cui dare tutto il suo supporto logistico e finanziario.

La seconda è erodere il sostegno esterno di cui gode il regime, il che vuol dire soprattutto convincere la Russia a ritirare il suo, e questo succederà probabilmente solo quando Assad si sarà ulteriormente indebolito e difenderlo apparirà più chiaramente una causa persa.

Infine, la Turchia, con il sostegno della NATO e della Lega Araba, dovrebbe creare un’area sicura nel nordovest del paese, difesa militarmente, simile a quella creata per i curdi nell’Iraq settentrionale. Questa formerebbe la base di partenza concreta, in terra siriana, perché l’opposizione inizi ad organizzare un esercito e un governo.

Perché Russia e Cina proteggono Assad

foto: ANWAR AMRO/AFP/Getty Images