La pioggia e Zanzotto

Pensieri sul poeta morto venti giorni fa, sul Veneto di Brunetta e Paniz e Ghedini, sulla Liguria delle alluvioni

di Filippomaria Pontani

Venti giorni fa è morto a Conegliano Andrea Zanzotto, che con i suoi novant’anni appariva a molti – secondo una formula troppe volte abusata per questo e per quello – “il più grande poeta italiano vivente”. Le commemorazioni sulla stampa hanno per lo più declinato il registro dell’intimo (quante memorie delle visite alla sua casa di Pieve di Soligo) o del critico-criptico (oltranza del significante, arbitrarietà del segno, instabilità del sema, esperienza del logos, e così via). Del resto, almeno a partire dalla raccolta La beltà (1968) la poesia di Zanzotto è stata senz’altro fra le più difficili del nostro tempo.

Non potendo vantare una conoscenza diretta della sua colta e semplicissima loquela (ritratta mirabilmente da Marco Paolini e Carlo Mazzacurati in un film del 2000), vorrei allineare qui quattro motivi a mio giudizio precipui e attuali che hanno contribuito a determinare la sua fama singolare, il suo status d’eccezione nel panorama locale e nazionale.

a) Zanzotto aveva scelto un angolo della Marca Trevigiana come centro del suo universo, covando la sua trasformazione in metonimia, in antonomasia di una certa esperienza del mondo e della storia. Questa scelta è stata inusuale, pareggiata forse solo da quella di un altro grande Veneto, Luigi Meneghello, il quale pur nell’esilio inglese non ha fatto che gravitare con la sua arte attorno al villaggio vicentino di Malo. In un’epoca in cui gli scrittori (e i rari poeti), anche quando protestano ligia fedeltà alle radici, s’impongono sempre più come cittadini del mondo protesi verso le metropoli e i media e i festival, il movimento centripeto di Zanzotto ha incarnato un paradigma diverso: per lui, ragionare con contiguità fisica sulle foglie, le erbe, le ife del Montello, sulle epigrafi dei municipi e sugli ossari, sulla memoria minuta del popolo e dei luoghi, era un po’ l’unica chiave per stare al mondo, e per cercare di capirlo.

b) Zanzotto, con il suo fare schivo e alieno da ogni proclama, aveva legittimato un certo tipo di identità veneta, anzitutto culturale e linguistica, dandole notorietà e nel contempo rinnovandola, sottoponendola a una critica arguta, talora spietata. Indagatore del dialetto, sia quello “colto” che sperimentò in parte nel Casanova di Fellini sia quello “materno” e talora “infantile” di cui sostanziò le sue liriche più sentite, egli mise in pratica un’accezione dell’idioma natío come “sovrabbondare sorgivo o stagnare ambiguo” (sono parole sue), come “vertigine del passato” oratoria, oracolare e quintessenzialmente orale; un’accezione al contempo progressiva e ancestrale diametralmente opposta rispetto a quella becera e vendicativa di chi sulle radici di presunte storie e di false etimologie ha innestato settarismi e mistificazioni, “bislacche nostalgie e approssimazioni mitologiche”.

c) Anche chi – come la gran parte di noi – non aveva i mezzi culturali e intellettuali per penetrare la ricca allusività dei testi di Zanzotto, sentiva che quello scrivere difficile non era frutto di manierato alessandrinismo o di ludica ironia (come forse avvenne nell’individualismo di alcuni dei Novissimi), bensì di uno scandaglio inesausto e doloroso della lingua e della realtà. Chiunque guardi al leopardismo ancora ermetico di Vocativo (1957) o in parte delle IX Ecloghe (1962) non potrà dubitare della sincerità della svolta espressiva che negli anni seguenti ha portato progressivamente nella poesia di Zanzotto immagini, segni stradali, diagrammi, onomatopee, balbettíi, inserti alloglotti, citazioni peregrine, segni d’inconscio, accanto alle televisioni e ai topinambùr. E sentirà sotto ogni verso, anche il più aspro o inatteso, la tensione etica dell’antico partigiano, vissuto in terre sconvolte da due guerre mondiali fin dentro la geografia e la toponomastica.

d) A partire dalla prima raccolta (Dietro il paesaggio), Zanzotto legò la sua attività poetica e la sua persona pubblica all’osservazione del paesaggio veneto, dei suoi mutamenti, della sua storia e della sua perfezione, delle sue bellezze e infedeltà, denunciando fino all’ultimo dei suoi giorni (e soprattutto negli anni più vicini a noi) “l’erosione fisica del territorio attraverso diverse forme di degradazione macroscopica dell’ambiente”.

Premuto dall’attualità, vorrei indugiare un poco su quest’ultimo punto, perché credo che serva a illustrare un certo concetto (non l’unico, beninteso) di “utilità” della poesia. “In questo progresso scorsoio / non so se vengo ingoiato / o se ingoio” scrisse il poeta in uno dei suoi ultimi epigrammi (che dà il titolo a una conversazione con Marzio Breda, edita da Garzanti nel 2009): senza voler fare di lui un no-global (sebbene echeggino forti i suoi anatemi contro il “fondamentalismo globalista” e le conseguenti “slogature culturali”), ricordo come la sua attenzione spasmodica alla natura comportava l’ipersensibile ostilità verso una certa idea spregiudicata di progresso che trascinava con sé un’ineluttabile desertificazione dei rapporti umani. Non si trattava di ottuso misoneismo, ché anzi Zanzotto s’interessava come pochi (e non di rado tramite letture specialistiche) alle novità della scienza e della tecnica, alle scoperte che influenzavano la nostra vita e il nostro benessere. A lui stava a cuore la pericolosa china del consumismo occidentale, e più in particolare la guida di una terra difficile, dove le polveriere del Montello e le armi nucleari di Aviano trovano un séguito nella base dal Molin di Vicenza, dove lo sfacelo urbanistico e ambientale di Marghera minaccia di coronarsi nella cementificazione di Tessera e della gronda lagunare. L’ambiente e gli uomini, insomma.

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