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  • venerdì 21 Ottobre 2011

La primavera araba e le donne

L'Economist fa il punto sulla situazione in Egitto e Tunisia dopo le rivoluzioni

Le rivoluzioni del 2011 in Medio Oriente e in Nordafrica hanno portato e porteranno ancora grandi cambiamenti politici e sociali. Circolano ancora, e giustamente, molti dubbi sugli equilibri di Stati che dovranno ricostruire le loro istituzioni e darsi governi democratici ed efficienti, ma appare a tutti evidente che anche soltanto la possibilità di avere un futuro migliore non potesse che passare per la deposizione dei regimi del passato. Se è ragionevole supporre che, col tempo, le cose possano lentamente diventare il più possibile “normali”, c’è una questione, una delle più rilevanti nei paesi a maggioranza islamica, riguardo la quale la cosiddetta “primavera araba” non garantisce di per sé alcun avanzamento, sostiene l’Economist. I diritti delle donne.

L’Economist analizza come la caduta dei regimi in Egitto e Tunisia, benché provocata da rivoluzioni che hanno visto una partecipazione rilevante delle donne, potrebbe non avere significati progressisti sul piano della discriminazione sessuale. Anzi: in alcuni casi si teme che la condizione femminile possa addirittura peggiorare. I timori derivano dal generale atteggiamento delle forze attualmente al potere, dai principali gruppi politici in corsa per le prossime elezioni, che sia in Egitto che in Tunisia sono di impronta islamica conservatrice, e da un’analisi delle trasformazioni della società irachena dopo la caduta del regime di Saddam Hussein.

[Le attiviste per i diritti delle donne] guardano con apprensione a ciò che è successo in Iraq, dove la caduta del tiranno non sembra essere stata di nessun aiuto per le donne. Le donne soffrivano sotto l’orrore generalizzato del regime di Saddam Hussein, ma erano libere di lavorare, di uscire di casa senza il velo e di andare a scuola. In molte zone dell’Iraq le cose sono cambiate col crescere dell’influenza di singoli gruppi religiosi. Nei primi anni di governo del regime Baath, le donne furono dichiarate pari agli uomini davanti alla legge e fu loro richiesto di seguire corsi di alfabetizzazione (anche se a molte fu impedito dalle famiglie più conservatrici). La posizione delle donne cominciò a diventare più precaria dopo la guerra del Golfo del 1991, quando Saddam decise di appoggiarsi a gruppi islamisti e tribali per rafforzare il suo potere, e sembra essere ulteriormente peggiorata in seguito all’occupazione americana. Più della metà delle donne intervistate per un rapporto Oxfam del 2009 erano state costrette ad abbandonare le proprie case dal 2003, per le violenze o per cercare lavoro. Circa quattro quinti di loro avevano smesso di frequentare scuole o università. Il 40 per cento delle madri non mandava i loro figli a scuola; la mancanza di sicurezza era la ragione principale per tenere i maschi a casa, ma le figlie non frequentavano le lezioni perché troppo costose o per divieti familiari.

La condizione dei diritti delle donne nei paesi a maggioranza islamica è da molto tempo fonte di preoccupazione per le organizzazioni a difesa dei diritti umani. Un rapporto del 2002 citava la condizione femminile tra i tre problemi principali, insieme alla limitata libertà politica e al basso livello di istruzione, che ostacolano lo sviluppo del mondo arabo.

In Egitto le donne hanno preso parte alla primavera araba al fianco degli uomini, emancipandosi dallo stereotipo che le vorrebbe oppresse dal patriarcato, e la loro presenza ha contribuito a definire la natura delle proteste. Con la caduta del regime, però, la loro posizione nelle rivolte è stata meno chiara. Molte di loro sono state invitate a tornare a casa dai loro figli e lasciare le piazze agli uomini. Il 9 marzo di quest’anno i manifestanti sono tornati in piazza Tahrir per rimarcare le loro richieste di libertà, giustizia e uguaglianza: l’esercito ha interrotto la manifestazione arrestando, tra gli altri, 18 donne, che in carcere sono state accusate di prostituzione, sottoposte a pestaggi e a un “controllo della verginità”. Il solo fatto di aver manifestato insieme a degli uomini – dormendo nelle tende insieme a loro: quella è la tacita accusa – veniva visto come un marchio d’infamia.

Non è la prima volta che le donne, in Egitto, partecipano a proteste politiche. Nel 1919 un gruppo di donne velate marciò al Cairo contro l’occupazione inglese. Nel 1956 fu concesso il voto alle donne, e nel 1957 l’Egitto fu il primo paese del mondo arabo a eleggere una donna al parlamento. Piccoli progressi sono andati avanti fino agli anni Settanta, ma da allora il potere crescente di gruppi religiosi conservatori ha bloccato ogni innovazione sul piano politico e sociale. Per Mubarak le politiche di sostegno alla condizione femminile erano fondamentali per mantenere buoni rapporti con l’Occidente: sua moglie diede la spinta finale all’approvazione di una legge che vietasse la mutilazione genitale femminile, e grazie al suo intervento oggi in Egitto anche le donne possono diventare giudici. Ma queste leggi sono viste da molti dei ribelli come frutto dell’influenza occidentale, e condannate e respinte per via del loro essere figlie dei regimi.

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