Non ci sono più i radicali

Col voto di oggi hanno fatto il contrario di ciò per cui sono stati eletti, e squalificato le grandi battaglie eccetera

Al Post avevamo avuto posizioni diverse sulla scelta delle opposizioni di non partecipare alla seduta di ieri alla Camera e non ascoltare l’intervento di Berlusconi. Ad alcuni, come Stefano Menichini, era sembrata una scelta giusta di dissenso estremo, ad altri – lo avevamo scritto già ad aprile – le pretese di “Aventino” erano parse un’ultima inconsistente trovata di un fronte senza più idee migliori, e una sanzione dell’incapacità di condurre un regolare confronto parlamentare.

Ma ieri era ieri, chiacchiere e distintivo. La partita si giocava oggi, col voto di fiducia in aula, i numeri, le cose che restano, e il governo messo in discussione e a rischio di sconfitta. E crisi di governo.
Non sarebbe successo, sappiamo ora, nemmeno se cinque deputati radicali avessero aderito alla scelta delle opposizioni – stavolta concreta, strategica e a conti fatti sicuramente vincente – di far mancare il numero legale. Il governo non avrebbe ottenuto la fiducia, ma nemmeno la “sfiducia”. Però il guaio politico parlamentare in cui si era messo martedì con la sconfitta sul rendiconto finanziario si sarebbe aggravato, e se questa opposizione ha dovuto rinunciare da tempo alle “spallate”, fa bene invece a investire nel logoramento progressivo della maggioranza politica, a forza di nuovi colpi ben assestati.

Per questo, se era formalmente accettabile la posizione dei radicali ieri – quando avevano sostenuto di non aderire a un’iniziativa di facciata e sterile che suonava sottrazione di responsabilità – la loro dissidenza dalla strategia delle opposizioni di oggi non può essere letta come un modo legittimo e indipendente di fare opposizione: è stato senza possibilità di dubbio un modo di diventare maggioranza. I deputati radicali si sono sottratti al mandato dei loro elettori e alla loro responsabilità prima: battere il governo, far sì che la loro compagine e i suoi principi e progetti possano tornare a governare.
Hanno lavorato per il governo, e il governo non può che essergliene grato: nei risultati il loro voto non è giudicabile diversamente da quelli di Scilipoti, Calearo, eccetera. Che sia stato frutto di pensieri più alti e meno bassamente monetizzabili a questo punto è difficile sostenerlo, o irrilevante: non si vede perché un partito debba perseguire l’opposto delle proprie intenzioni dichiarate. A meno di non pensare che le intenzioni dichiarate siano diverse da quelle effettivamente perseguite. Oppure, di andare dietro alle più credibili e deprimenti considerazioni sulla meschina ricerca di visibilità dei coinvolti e di chi li ispira nel loro partito. La cui convinzione di essere gli unici depositari delle legalità istituzionali ha evidentemente dato alla testa.

Ci sono, nel partito Radicale, ancora molte persone stimabili e integre: sarebbe il caso che lo dimostrassero con un giudizio chiaro sulla giornata dei loro compagni alla Camera. Oppure sarà difficile continuare a dire credibilmente tutte quelle solenni cose sulle grandi battaglie radicali.

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