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  • giovedì 22 settembre 2011

Cosa c’è in ballo col voto sulla Palestina

Secondo Foreign Policy anche l'Europa dovrebbe respingere la richiesta di riconoscimento ufficiale, e spiega perché in 10 punti

Domani il leader palestinese Mahmoud Abbas chiederà alle Nazioni Unite il riconoscimento della Palestina. La decisione era stata annunciata a inizio settembre ed era subito stata duramente criticata dagli Stati Uniti, che la giudicano un’inutile provocazione e vogliono evitare un ulteriore aggravamento del rapporto tra Israele e Palestina. Ieri il presidente Barack Obama ha ribadito la sua opposizione durante il suo discorso all’Assemblea Generale dell’ONU e ha detto che se Abbas porterà avanti la richiesta, gli Stati Uniti la bloccheranno ponendo il veto al Consiglio di Sicurezza. Amos Yadlin e Robert Satloff – del Washington Institute for Near East Policy – spiegano su Foreign Policy perché anche l’Europa dovrebbe essere contraria alla richiesta palestinese. La loro posizione è spiccatamente filoisraeliana e non esprime certamente la totalità dei fattori in gioco, ma la lettura dell’analisi è comunque utile per farsi un’idea sulle possibili implicazioni del voto dell’ONU, anche prendendo con le molle deduzioni e interpretazioni.

Un voto favorevole non protegge la soluzione dei due stati
I sostenitori della proposta palestinese dicono che l’ipotesi dei due stati è minacciata dal governo israeliano di Netanyahu. Eppure nonostante i suoi errori Netanyahu negli ultimi due anni ha ripetutamente appoggiato la soluzione dei due stati e invitato i palestinesi a riprendere le trattative. Anche la tesi secondo la quale Israele avrebbe compromesso le trattative allargando i suoi insediamenti è sbagliata, sostengono i due studiosi. A fronte di una notevole propaganda sul tema degli insediamenti, il governo di Netanyahu ha portato avanti soltanto la metà delle nuove costruzioni che furono approvate dal precedente governo di Ehud Olmert.

Il riconoscimento delle Nazioni Unite non proteggerebbe gli investimenti europei in Palestina
Gli stati europei hanno investito oltre 6,6 miliardi di dollari sull’Autorità Palestinese durante il periodo successivo agli accordi di Oslo. Ma una vittoria palestinese alle Nazioni Unite metterebbe in pericolo quell’investimento, perché se la Palestina deciderà di andare avanti da sola, senza la cooperazione economica di Israele, sarà probabilmente destinata al collasso.

L’obiettivo di Abbas non sarà aiutato dal voto delle Nazioni Unite
Come aveva già sottolineato il rapporto del Fondo Monetario Internazionale dello scorso aprile, la nascita di uno stato palestinese avrebbe bisogno della cooperazione di Israele, che invece in questo modo scomparirebbe.

Votare sì all’ONU non eviterà ai paesi europei di essere accusati di ipocrisia
Alcuni analisti hanno detto che se i paesi europei voteranno no alla richiesta palestinese potrà essere accusata di usare un doppio standard di valutazione: in favore delle richieste di libertà e diritti dei paesi arabi, come Libia e Egitto, ma contro quelle dei palestinesi. Foreign Policy invece sostiene che soltanto il no sarebbe una scelta coerente. Votare sì infatti appiattirebbe il dibattito politico mediorientale sulla questione palestinese, come il recente assalto all’ambasciata israeliana in Egitto ha già dimostrato. Il risultato sarebbe un ritorno di un forte anti-sionismo, che distoglierebbe inutilmente l’attenzione dai veri problemi che i paesi arabi devono affrontare nel loro immediato futuro post-rivoluzionario.

Votare sì non può essere il prezzo da pagare per mantenere stretti rapporti con l’Arabia Saudita
Il premio Nobel per la Pace Martti Ahtisaari e l’ex Alto Rappresentante per la politica estera europea Javier Solana hanno sostenuto sulle pagine del New York Times che l’Arabia Saudita potrebbe decidere di spostare i suoi affari altrove se gli stati europei si opporranno alla richiesta dei palestinesi. Ma l’Europa non dovrebbe credere alle minacce dell’Arabia Saudita. La più grande paura dell’Arabia Saudita è la bomba atomica iraniana, e di fronte a questa minaccia la cooperazione transatlantica sulle sanzioni contro Teheran è di vitale importanza. L’ipotesi che l’Arabia Saudita voglia punire l’Europa per una sua opposizione alle richieste palestinesi è quindi illogica, dice FP.

Votare sì non renderà più facile all’amministrazione Obama il compito di fare da mediatore tra Israele e Palestina.
Ahtissari e Solana sostengono che votare sì sarebbe fare un favore anche agli Stati Uniti, perché aumenterebbe le possibilità del governo americano di ottenere concessioni da un Israele indebolito e isolato. Ma secondo FP Obama non ha bisogno di alcun aiuto di questo tipo, avendo già chiarito quali sono i termini sui quali vogliono portare avanti il percorso di pace, con il ritorno ai confini del 1967. E la posizione di Israele potrebbe diventare ulteriormente intransigente ed estremista, dopo un voto favorevole delle Nazioni Unite.

Votare sì non rafforzerà la legittimità di Israele.
Un voto favorevole isolerebbe Israele e metterebbe in discussione la stessa legittimità della sua esistenza.

Votare sì esporrà Israele al rischio di essere incriminato dalla Corte Penale Internazionale
Il riconoscimento della Palestina come Stato da parte dell’ONU potrebbe portare – scrive Haaretz – all’incriminazione dei membri del governo israeliano davanti al Tribunale Penale Internazionale dell’Aia. Una volta che la Palestina venisse riconosciuta come Stato, qualsiasi sua formazione – un’organizzazione per i diritti umani per esempio – potrebbe denunciare le violazioni di Israele alla giustizia internazionale.

Un voto in favore non renderebbe la violenza meno probabile
Al contrario, dice FP, scoprendo che niente sarà cambiato anche dopo un eventuale voto favorevole, i palestinesi potrebbero sfogare la loro frustrazione e riprendere la violenza sia contro l’Autorità Palestinese che contro Israele.

Le nazioni europee dovrebbero tutte riconoscere la Palestina
Un voto favorevole di fatto costringerebbe le nazioni europee a riconoscere ufficialmente la Palestina come Stato, negoziando con loro come con qualsiasi altra nazione.