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Cosa fare con Fincantieri

Dario Di Vico suggerisce scelte ragionevoli

Accanto alle notizie sulle tensioni di ieri a Castellammare e Genova, il Corriere della Sera ospita oggi in prima pagina un’analisi di Dario Di Vico sulla situazione.

Per l’opinione pubblica italiana l’annuncio da parte della Fincantieri di voler tagliare 2.500 posti di lavoro è stata un’autentica doccia scozzese. Negli ultimi anni, infatti, ci si era abituati a considerare il gruppo navale pubblico come un fiore all’occhiello del made in Italy «pesante». Un made in Italy che non punta sulla moda e il design per sfondare nel mondo ma che rappresenta il meglio della nostra tradizione industriale. Ogni nave che la Fincantieri riusciva a piazzare in giro per i cinque continenti era considerata alla stregua di un piccolo successo nazionale. Ci faceva sentire un po’ più sistemici, forse anche un po’ più tedeschi. Ma la Grande Crisi non risparmia nessun business, nemmeno quelli che alimentano il patriottismo industriale. I numeri sono crudeli, si parla di oltre il 50% di caduta della domanda mondiale, pare che negli ultimi due anni in Europa sia stato ordinato un solo traghetto e il disavanzo dei budget statali ha avuto pesanti contraccolpi sulle commesse militari. Come le fregate che avrebbe dovuto produrre la Fincantieri. Con ciò si può sostenere che il management che guida l’azienda di Monfalcone è esente da colpe e che non c’è altra strada che cancellare con un tratto di penna quasi un terzo degli addetti del gruppo? No, l’azienda italiana è arrivata allo show down con il crollo degli ordinativi mondiali in condizioni non ottimali, non pienamente competitiva. Se avesse potuto portare avanti con coerenza il progetto di quotarsi in Borsa avrebbe pescato le risorse necessarie a diversificare e sarebbe entrata in nuovi segmenti di business da affiancare alle navi da crociera, i ferry e il militare (un esempio: le piattaforme off shore). Se avesse lavorato per equiparare per tempo le condizioni di efficienza tra tutti i suoi stabilimenti non si troverebbe ora a fare i conti con le rivolte operaie di Genova e di Castellammare. Come sempre accade in questi casi qualora si potesse riavvolgere il nastro degli avvenimenti altre, dunque, sarebbero le azioni e le scelte da implementare. Il guaio è che si è perso del tempo preziosissimo e stavolta non sembra esserci spazio per ulteriori rinvii o per un time out politico-sindacale. La concorrenza asiatica non sta ferma ad aspettare il nostro risveglio. Abbiamo dovuto imparare a difenderci dai coreani ma ora corriamo il rischio che anche i cinesi scoprano la nicchia di mercato delle navi da crociera e non c’è dubbio che sarebbero dolori.

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