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Le scuole serali servono

Lo racconta su Doppiozero una persona che ci insegna da dieci anni, la cui scuola rischia di chiudere presto

Andrea Giardina lavora da dieci anni come insegnante in una scuola serale, e i suoi alunni sono studenti ripetenti, stranieri e adulti che cercano una nuova strada. Ora però la scuola potrebbe chiudere.

Da dieci anni il mio lavoro ufficiale inizia alle 17.30 e termina alle 22.25. Durante la giornata perlopiù leggo e scrivo, di sera e di notte insegno italiano. Ho due bambini piccoli che sempre più perplessi mi chiedono perché io esca di casa quando molti papà vi fanno rientro. Cerco di dargli delle spiegazioni ma sono sicuro che non capiscano, le loro smorfie tra il divertito e l’annoiato sono lì a dimostrarmelo.

Al serale sono approdato per scelta. Quando arrivò il momento dell’immissione in ruolo, dopo molti anni di “apprendistato” trascorsi in mezzo a studenti inselvatichiti, mi dissi che probabilmente quella era la soluzione meno opprimente per uno come me, che chiedeva al proprio lavoro di insegnante soprattutto la possibilità di dedicarsi anche ad altro senza eccessive azioni di disturbo. Non avevo nessuna “vocazione” al recupero di chi voleva rientrare nella scuola per ottenere il titolo di studio. Neanche l’ombra di una seppur fievole volontà missionaria. Volevo solo stare tranquillo, facendo il mio dovere. Così iniziò l’avventura in una delle più grandi scuole (per numero di iscritti) della Lombardia e probabilmente d’Italia, l’Istituto tecnico statale per ragionieri e geometri “Romagnosi” di Erba, la cittadina in provincia di Como divenuta poi una delle “capitali del crimine” nel primo decennio del nuovo secolo.

Sorprendentemente la situazione mi sembrò da subito ideale. Nonostante l’evidente rovesciamento degli abituali ritmi di vita e la rinuncia alla gran parte delle occasioni che ti offre anche la sonnacchiosa provincia nelle ore serali, devo ammettere che tutto da subito filò come avevo previsto. Trovai studenti silenziosi e, come si dice tra insegnanti, “motivati” e soprattutto scoprii un ambiente sereno, che cominciò a piacermi perché per la prima volta mi faceva intravedere un nuovo modo di stare a scuola. Devo dire che il primo a sbalordirmi fui io stesso.

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