• di Filippomaria Pontani
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  • Mercoledì 23 febbraio 2011

Il predellino di Gheddafi

C'è una comune accezione bonapartista e populista della democrazia con Silvio Berlusconi

di Filippomaria Pontani

Se c’è una singola cosa di cui vergognarsi nella questione libica, al di là delle minacce sul gas, dei baciamano e delle condanne tardive, sono le parole dei due piloti che ieri, dopo essersi rifiutati di bombardare la folla, hanno cercato rifugio a Malta e non in Italia “perché – pare abbiano detto – pensavamo che da lì ci avrebbero rimpatriati”. Sicuramente – vogliamo credere – se fossero atterrati a Lampedusa o in Sicilia essi non sarebbero stati respinti davvero; tuttavia la loro frase è indicativa di quale sia l’immagine che i libici hanno del nostro Paese, un Paese che ha pensato di farsi perdonare le atrocità dell’epoca coloniale appoggiando finanziariamente e politicamente un dittatore ormai inviso a larga parte della popolazione, e capace di usurpare senza scrupoli a fini propagandistici la cospicua eredità della resistenza anti-italiana (a rigore spettante ai Senussi del da lui deposto re Idriss).

Perché chiunque sia stato in Libia negli ultimi anni avrà sentito (a mezza bocca, naturalmente, ma senza possibilità di fraintendimento, tra le rovine di Leptis, nel Tibesti di Bengasi o tra i frequentatori della libreria Fergiani) la montante insofferenza dei cittadini nei confronti della corruzione, dell’autocrazia, del familismo imperante, dell’iniquità nella distribuzione (geografica e sociale) dell’ingente ricchezza derivata dal petrolio. Alle nostre spalle, nel secolo passato, si stagliano le luminose pagine del generale Rodolfo Graziani in quel piccolo capolavoro che è “Cirenaica pacificata” (Milano 1932), un bignami non solo di feroce tattica militare anti-guerriglia (in cui ebbe peraltro un ruolo capitale anche il futuro premier Pietro Badoglio), ma anche di radicati pregiudizi circa l’inferiorità tribale del popolo libico, cui l’avanzata Italia del Duce veniva a recare finalmente la fiaccola del progresso e della civiltà (bombe all’iprite e impiccagioni, per dire; qualche dato qui). Una veduta, questa dell’Italia inestinguibile latrice di progresso, ribadita anni fa con poche varianti e qualche distinguo dall’attuale presidente della Camera.

Tanto più singolari, oggi, suonano le parole del ministro degli Esteri che invita a “non esportare la democrazia”, come se la lezione fosse stata appresa ora che serve a non spezzare del tutto – magari in attesa degli eventi – il doppio filo che ci stringe al regime di Mohammar Gheddafi. Come se tutti gli Italiani, improvvisamente immemori, avessero dimenticato che il medesimo ministro nel 2003 sostenne e guidò la nostra partecipazione alla guerra americana in Iraq, guerra che proprio quell’esportazione aveva tra i suoi obiettivi dichiarati (e tra i pochi, forse, dicibili). Ma la preoccupazione internazionale (e quella, ben più rilevante, che dovrebbe essere nostra) non riguarda soltanto l’inconsistenza o la ridicolaggine della nostra politica estera: che un governo guidato da S. Berlusconi non potesse permettersi un ministro degli Esteri indipendente era chiaro almeno dal gennaio 2002, quando Renato Ruggiero dovette dimettersi per essere sostituito proprio dall’attuale titolare (sul predecessore, l’ineffabile euroscettico Antonio Martino, meglio sorvolare tout court).

Il problema che potremmo porci non è nemmeno soltanto una questione di immagine, della misura di sé che l’Italia ha fornito rinsaldando l’asse con Tripoli e con il leader “di grande saggezza” (tanto saggio, fra l’altro, da reprimere nel sangue la folla che a Bengasi protestava, giusto quattro anni fa, contro uno dei più memorabili spettacoli xenofobi del ministro Calderoli: vi furono 11 morti). Un interrogativo non meno serio potrebbe riguardare i motivi profondi della speciale amicizia fra il dominus della politica nostrana e quello della Jamahiriya, un’amicizia che va ben oltre gli interessi economici e le politiche sull’immigrazione. Qualche mese fa, in occasione della nefanda visita di Gheddafi a Roma, avevamo aperto il Libro verde (edito nel 1976) al capitolo sullo status delle donne, e ne avevamo tratto materia di riflessione, che i mesi seguenti, gravidi di bunga-bunga, si sono incaricati di confermare al di là di ogni possibile fantasia. Se oggi volessimo leggere invece la prima parte del Libro verde, quella relativa alla «Democrazia come potere del popolo», vi troveremmo una visione della politica non scevra di qualche consonanza rispetto alla propaganda nostrana degli ultimi anni: l’insofferenza rispetto alle assemblee parlamentari (che sarebbero imposture, pallidi sostituti della democrazia diretta, loschi organismi in preda alle gabole e alle macchinazioni di deputati “lontani dal popolo”); l’orrore nei confronti dell’idea di partito (perché un partito per definizione non corrisponde alla volontà generale ma agli interessi di una parte, e dunque non può essere interprete della volontà generale ma è soggetto ad abusi e corruzione); la demolizione del concetto di classe sociale (per le stesse ragioni di cui sopra); la diffidenza programmatica nei confronti di una Costituzione (perché la legge della società “non può essere oggetto di una redazione o di una codificazione”, ma deve muoversi anzitutto sul piano dei valori e delle consuetudini: gli abbozzi di una nuova Carta, voluta e redatta dal figlio Seif al-Islam, negli ultimi due anni non hanno in realtà portato da nessuna parte); la necessità di un controllo più stretto sulla stampa, affinché non vengano rappresentate “opinioni individuali come fossero punti di vista collettivi”; nessuna menzione di un potere giudiziario separato rispetto a quello detenuto dal popolo (o peggio capace di funzioni di controllo).


Le rivoluzioni, poi, vengono nel Libro verde esplicitamente condannate, in quanto sono espressione anch’esse di una parte contro le altre e mirano in realtà a instaurare una forma di “apparato di governo” di tipo dittatoriale (!): i conflitti devono essere risolti tramite il ricorso al Congresso generale del popolo, riunito una volta l’anno, e a sua volta espressione dei Congressi popolari di base e dei loro Comitati amministrativi popolari. Non è mistero ricordare quanto negli ultimi anni in Italia si sia insistito sul ruolo dell’esecutivo a spese del Parlamento, quanto (da più parti, in verità) si sia tentato in ogni modo di estirpare la coscienza di classe quasi male funesto, come – di su un predellino – si sia perfino cambiato il nome del principale partito di destra in “Popolo [non, appunto, partito] della libertà”, quante volte la Costituzione sia stata messa sotto attacco come non più rispondente al “sentire popolare”, e quante volte diverse forme di protesta di piazza siano state bollate come “faziose”, “strumentali”, “illiberali”.

Non si vuole certo suggerire che Berlusconi abbia mai seriamente pensato di instaurare una Jamaihriya nel nostro Paese (e tanto meno – per carità – che egli bombarderebbe la folla): solo credo si possano documentare, filologicamente, alcuni elementi di una comune accezione bonapartista e populista della democrazia (Gheddafi, com’è noto e come ha ribadito ancora ieri, si ritiene l’unico vero leader democratico al mondo). Tutti elementi che tradotti su scala internazionale e su altri contesti spiegano la stretta amicizia personale di Berlusconi con personaggi non meno discutibili, da Putin a Lukashenko a Nazarbaev. Perché si badi: il Libro verde non prevede istituzionalmente una figura di Guida della Rivoluzione, tuttavia il suo autore de facto si presenta, meta-letterariamente, come il garante della vera nuova democrazia universale. Va da sé che nessun Berlusconi potrebbe raggiungere questi livelli di delirio; ma in entrambi si ravvisano, a ben guardare, la preminenza del rapporto personale fra il leader e i sudditi (nel discorso di ieri il raís ripeteva ossessivamente: “io e voi ci conosciamo bene”, “chi si conosce così bene come io e voi?”), la continua richiesta di gratitudine al popolo per le proprie imprese e per la capacità di sventare spauracchi (che siano Al Qaeda o i comunisti) e di garantire l’immagine del Paese a livello internazionale (quando è per lo più vero il contrario).

Nel Museo della Jamahiriya, dentro il Castello Rosso di Tripoli e accanto alle Veneri restituite e ai preziosissimi mosaici, viene esposto in bella mostra un Maggiolone Volkswagen sul quale Gheddafi attraversò l’intero Paese nei 4000 giorni di attività clandestina che lo portarono al trionfo nella rivoluzione del 1969. Ora che il raís sembra vicino alla fine della sua corsa, si può sperare che l’imbarazzo di chi è incautamente (e salatamente; e salacemente) saltato sul di lui predellino, non ci impedisca di vedere dal nostro finestrino quanto è sempre più chiaro a tutti gli altri osservatori: ovvero che ci troviamo dinanzi a un vero “popolo della libertà” che non vedevamo forse dai tempi di Tienanmen e Timisoara (la prima, del resto, apertamente evocata dallo stesso Gheddafi); e che ci ha almeno in parte sgannato, come ricordano oggi diversi commentatori, dalla teoria del conflitto di civiltà, per cui – come voleva già Ippocrate – certi popoli, per il posto stesso in cui abitano, sono destinati per natura a restare indolenti e a subire governi dispotici.