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  • domenica 2 gennaio 2011

Il 2011 della politica americana

Le cose fondamentali da sapere, in dieci FAQ di Politico

di Francesco Costa

La politica americana è strutturata per cicli regolari e praticamente immutabili: una volta l’anno si fa il discorso sullo stato dell’unione, ogni due anni si votano tutta la Camera e un terzo del Senato, ogni quattro anni si vota per la presidenza, un anno prima si comincia con le primarie di partito. Tutti lo sanno: gli elettori, i giornalisti e soprattutto i politici, che quindi si regolano di conseguenza. Una delle ragioni per cui la politica americana è interessante e divertente da seguire è l’esistenza di questa serie di paletti e pilastri: poi ci sono un miliardo di cose e fattori imprevedibili, molti di più che in paesi dall’assetto istituzionale più instabile, ma le regole del gioco sono note e chiare e quindi le cose si leggono meglio. Non bisogna decifrare discorsi in politichese, non bisogna appendersi ai virgolettati dei retroscena pubblicati sui quotidiani (che infatti ne pubblicano ben pochi), non è necessario vedere dappertutto complotti, manovre machiavelliche e alleanze sotterranee.

E quindi, scorrendo il calendario dell’anno che appena cominciato, non è complicato individuare quali saranno i fatti fondamentali da tenere d’occhio nella politica statunitense. Anche perché di cose imprevedibili e incerte, come abbiamo detto, ce ne sono tantissime. Nessuna, però, che non si possa tentare di indagare e capire già adesso. Uno dei migliori commentatori in grado di fare questo lavoro è Nate Silver, che da qualche mese ha trasferito il suo apprezzato blog, FiveThirtyEight, sul sito del New York Times. Poi c’è Politico, probabilmente il miglior sito in circolazione tra quelli che si occupano di politica americana, che si è fatto carico di affrontare le dieci questioni più importanti riguardo l’anno che verrà per la politica americana. Delle FAQ, in pratica: le riprendiamo, mettendoci del nostro.

Cosa dirà Obama nel discorso sullo stato dell’unione?
Come da tradizione, il presidente si rivolgerà alla seduta plenaria del congresso tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio. Per la prima volta da quando è presidente, dietro di lui non troverà Nancy Pelosi ma il nuovo speaker della Camera, il repubblicano John Boehner. E quindi bisognerà leggere bene il tono di Obama, dal momento che avrà di fronte un nuovo congresso: uno speaker repubblicano, una Camera a maggioranza repubblicana, un Senato a maggioranza democratica. Probabilmente ne approfitterà per stagliarsi nuovamente sopra le due parti ed elogierà i risultati ottenuti in questi ultimi due mesi come frutto di un clima di sana cooperazione tra democratici e repubblicani. D’altra parte questo rischia di essere l’ultimo stato dell’unione in cui può farlo: il prossimo cadrà in pieno electoral year. Alla Casa Bianca, lo staff del presidente lavora al discorso sullo stato dell’unione da diversi mesi, probabilmente addirittura da prima delle elezioni di metà mandato. Se ne sa molto poco ma dovrebbe essere certo un impegno per la riduzione del deficit, volto a prendere in contropiede i repubblicani e mostrare all’elettorato indipendente che può ancora essere un punto di riferimento affidabile.

Quando comincerà la campagna per la rielezione di Obama?
Chi vorrà sfidare Obama alle prossime presidenziali comincerà le sue operazioni quest’anno: su questo non ci sono dubbi, visto che le prime tornate di primarie si terranno fra gennaio e febbraio dell’anno prossimo. Quello che sappiamo è che alcuni alti funzionari dell’amministrazione – su tutti David Axelrod e Jim Messina – lasceranno Washington nei primi mesi dell’anno per trasferirsi a Chicago e iniziare a pianificare la campagna elettorale per la rielezione di Obama. Però non è chiaro quando questa campagna comincerà ufficialmente: quando Obama annuncerà in un discorso la sua volontà di ricandidarsi. Anche perché quello sarà un via per tutta la politica americana, e i repubblicani sono ancora in grande incertezza: quattro anni fa a questo punto avevano già cinque candidati in campo, oggi non ne hanno nemmeno uno. Obama potrebbe decidere di annunciare presto la sua ricandidatura, così da mettere fretta agli avversari e mostrarne le incertezze. Oppure potrebbe aspettare, dato che col congresso diviso non ha motivo di accelerare l’inizio della campagna elettorale.

Sarah Palin si candiderà?
Questa è destinata a essere la domanda della politica americana nei prossimi mesi. Probabilmente in questo momento non lo sa nemmeno lei, nonostante negli ultimi mesi si stia muovendo come una possibile candidata: endorsement ai candidati delle elezioni di metà mandato, viaggi all’estero, commenti quotidiani sui fatti all’ordine del giorno. Motivi per cui potrebbe candidarsi: è molto popolare nella base del partito repubblicano, potrebbe spaventare molti potenziali avversari inducendoli a non candidarsi nemmeno. Motivi per cui potrebbe non candidarsi: è molto impopolare fuori dal recinto dai tea party, che alle elezioni di metà mandato non hanno fatto benissimo; i moderati non si fidano di lei e i sondaggi sul piano nazionale la danno perdente contro qualsiasi altro candidato, democratico o repubblicano. E poi sta facendo un sacco di soldi con la tv e i libri: perché smettere?

La Casa Bianca come pensa di gestire Darrell Issa?
E chi è Darrell Issa, direte voi. Appunto. Andiamo con ordine. Malgrado i proclami fanfaroni, nei prossimi due anni i repubblicani non hanno alcuna possibilità né di abolire le riforme di Obama – su tutte quella sanitaria e quella finanziaria – né di far approvare delle leggi apertamente conservatrici: questo perché i democratici conservano la maggioranza al Senato e perché comunque non esistono i numeri al Congresso per superare un eventuale veto presidenziale. C’è un repubblicano, però, che da solo può creare qualche problema ai democratici. Si chiama appunto Darrell Issa, fa il deputato ed è presidente della Commissione di supervisione e riforma del governo. Ha il potere di aprire delle inchieste e interrogare qualsiasi membro dell’esecutivo, e ha intenzione di usarlo. Non importa se le inchieste hanno o no fondamento: trascinare un giorno la settimana un ministro o un funzionario al congresso può diventare una gran rottura di scatole. Non è chiaro quale sarà l’approccio dell’amministrazione: se sarà dialogante o combattiva.

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