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  • domenica 2 Gennaio 2011

Il 2011 della politica americana

Le cose fondamentali da sapere, in dieci FAQ di Politico

di Francesco Costa

La scadenza di luglio per la guerra in Afghanistan sarà rispettata?
Obama ha promesso da tempo che nel luglio del 2011 sarebbe iniziato il ritiro delle forze statunitensi dall’Afghanistan. Da quel momento ha più volte affermato che il piano procede bene, che la strada è quella giusta, mentre qualcuno dal Pentagono faceva sapere invece che le operazioni potevano richiedere più tempo del previsto. Due settimane fa Obama ha rinnovato il suo impegno, dicendo che da luglio comincerà il processo di transizione delle responsabilità dall’esercito americano a quello afghano. Ovviamente dietro la formula “inizio del ritiro” può esserci qualunque cosa: un movimento significativo oppure una decisione simbolica. Sarebbero entrambe importanti ma avrebbero valore diverso.

Che fine faranno Hillary Clinton e Robert Gates?
L’attuale squadra di Obama in politica estera è fortissima, ma perderà dei pezzi. Uno è già andato via, e inaspettatamente: Richard Holbrooke, gran diplomatico, morto appena due settimane fa. Non è chiaro cosa faranno il segretario di stato Hillary Clinton e il ministro della difesa Robert Gates. Soprattutto il secondo, che gode di un vasto e bipartisan apprezzamento e aveva promesso di andare in pensione dopo le elezioni di metà mandato. È ancora lì, ma dovrebbe andar via presto. Hillary Clinton potrebbe prendere il suo posto, anche se pare improbabile: perché ha detto più volte che quello di segretario di stato è il suo “ultimo incarico pubblico” e perché, dovesse cambiare idea, sarebbe meglio cambiare posizione dopo le presidenziali, in caso di rielezione di Obama.

I repubblicani cercheranno davvero di tagliare i fondi alla riforma sanitaria e a quella finanziaria?
Abbiamo detto che i repubblicani non hanno speranze di abolire le due leggi, nonostante le promesse molti di loro durante la campagna elettorale. Quello che possono fare è tagliare i fondi perché le nuove norme possano essere messe in funzione. Diversi fra i repubblicani più estremisti lo hanno minacciato più volte. Possono farlo, almeno alla Camera. Non è chiaro se si tratta di un gioco a cui vale la pena giocare: una pratica del genere rischierebbe di alienare loro il consenso dei moderati, di dare ragione a chi li considera degli irresponsabili e portare a un congelamento di tutte le attività del governo, come accadde nel 1995. E quella volta fu un disastro per loro, non per Bill Clinton.

Cosa succederà alla causa legale Cuccinelli contro Sebelius?
Parliamo dei ricorsi presentati contro la riforma sanitaria, in particolare contro la norma che prevede l’obbligo per ogni cittadino di acquistare un’assicurazione sanitaria (con sussidi e tagli fiscali per chi non potrebbe permettersela). Molti repubblicani pensano che un tale obbligo sia incostituzionale, violando la libertà dell’individuo. La questione è già stata sollevata in diversi tribunali locali: decine hanno dato ragione al governo ma ha fatto molto rumore la decisione di un giudice in Virginia, che ha considerato la norma incostituzionale. Con ogni probabilità la cosa si concluderà davanti alla Corte Suprema, ma non è chiaro se questo accadrà già quest’anno: conviene ai democratici, anche per allontanare un eventuale risultato negativo dalle presidenziali; non conviene ai repubblicani, che sperano di inanellare altri effimeri ma rumorosi successi.

Cosa cambia con la ristrutturazione dei collegi?
Probabilmente sapete che gli Stati Uniti sono divisi in collegi elettorali – districts – basati sulla popolazione, e quindi ogni censimento comporta una ristrutturazione e un ridisegno dei collegi: ci sono stati che perdono parlamentari e altri che ne guadagnano, stati che perdono grandi elettori in vista delle presidenziali e altri che ne guadagnano. E quindi partiti che perdono e altri che guadagnano, anche se storicamente mai in termini davvero determinanti. Stavolta sembra che il lavoro avvantaggerà leggermente i repubblicani, specialmente in stati delicati come il Michigan e l’Ohio. Ma anche i democratici hanno qualche freccia, per esempio in Illinois. In generale, non si tratta di una partita facile: allargare un collegio spesso vuol dire anche rendere più incerto l’esito del suo voto.

Cosa c’è nel libro di Dick Cheney?
Nel mondo anglosassone le memorie dei politici fanno genere a sé, sono una specie di passaggio obbligato: servono dopo la fine della carriera politica, per tirar su dei soldi e fare un bilancio di quanto ottenuto (vedi Bush); servono durante la carriera politica, per tirar su dei soldi e riposizionarsi (vedi Palin); servono all’inizio della carriera politica, per tirar su dei soldi e farsi conoscere (vedi Obama). Nel 2011 uscirà quello dell’ex vicepresidente Dick Cheney, uno dei personaggi più controversi della politica statunitense degli ultimi vent’anni, dipinto da molti come l’anima oscura dell’amministrazione Bush, il vero regista delle guerre in Afghanistan e in Iraq. Di certo Cheney è stato uno dei vicepresidenti più attivi, influenti e potenti di tutti i tempi, tanto che l’attuale vicepresidente Biden, una volta assunto l’incarico, ha subito affermato di voler ridimensionare compiti e competenze del suo ufficio. Il libro è molto atteso anche perché Cheney è noto per il suo linguaggio diretto e poco diplomatico, perché è un idolo dei conservatori e in questi mesi ha riempito di critiche l’amministrazione Obama, rinunciando al tradizionale discreto silenzio a cui solitamente si attiene chi lascia la Casa Bianca. A un certo punto qualcuno aveva persino ipotizzato una sua corsa alle presidenziali del 2012. È molto improbabile, per non dire impossibile, ma le vicende attorno al suo libro andranno seguite comunque.

foto JEWEL SAMAD/AFP/Getty Images

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