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  • domenica 17 Ottobre 2010

L’industria dei rapimenti

I sequestri di persona in giro per il mondo sono diventati un gran business, con un notevole indotto

L'Independent fa il punto della situazione e registra l'enorme incremento da alcuni anni a questa parte

La settimana scorsa la cooperante britannica Linda Norgrove è rimasta uccisa in Afghanistan, durante i tentativi delle forze della NATO di liberarla dal luogo in cui un gruppo militante l’aveva sequestrata. Lo scorso settembre, otto turisti sono morti dopo essere stati sequestrati a Manila. In agosto tre aviatori russi sono stati rapiti in Darfur. A luglio quattro giornalisti sono stati rapiti in Messico. A giugno è stata rapita la figlia di un uomo d’affari russo, a maggio alcuni tecnici cinesi in Nigeria, in aprile otto operatori della Croce Rossa in Congo, a marzo un regista britannico in Pakistan, a febbraio quattro cooperanti pakistani, a gennaio un agente di sicurezza privata in Iraq.

L’elenco è infinito ed è fatto dall’Independent di oggi, che racconta quello che definisce “il business dei sequestri”: un settore d’affari che non conosce crisi e soprattutto non conosce confini territoriali o culturali. Perché i sequestri siano un gran business è evidente se si dà un’occhiata a quelli che potremmo definire “finiti bene”, senza la morte degli ostaggi. Una nave sequestrata in Somalia è stata restituita grazie al pagamento di un riscatto pari a sette milioni di dollari. Per la liberazione della moglie di un banchiere tedesco sono stati chiesti 550 mila dollari, 300 mila per l’operaio di una compagnia petrolifera, 10 mila dollari per un commerciante. Poi ci sono i riscatti di cui non si sa nulla, pagati da governi o compagnie assicurative. “Insomma”, scrive l’Independent, “se sei un rapitore, il 2010 per te è stato probabilmente un anno di grandi profitti”. Molti dei dettagli proposti dall’inchiesta dell’Independent sono frutto dell’imponente lavoro di indagine e raccolta di informazioni in giro per il mondo da parte di Anthony Grey, un giornalista della Reuters che è stato tenuto in ostaggio in Cina per oltre due anni negli anni Sessanta.

Da Città del Messico a Mogadiscio, da Mosul a Manila, il numero di cooperanti, occidentali, turisti e indigenti presi in ostaggio non fa che crescere. In Messico soltanto nel 2008 sono state rapite più di sette mila persone. In Nigeria viene rapito almeno un migliaio di persone ogni anno. In Somalia vengono rapiti 106 stranieri ogni mese. Mettendole tutte insieme, sappiamo che quest’anno 12 mila persone sono state rapite. Duemila persone passeranno questo weekend in qualche prigione sconosciuta, senza sapere se saranno liberati o se invece non valgono più abbastanza, e quindi saranno uccisi. La cifra non comprende le migliaia di bambini rapiti da uno dei due genitori a seguito di liti coniugali, e nemmeno le migliaia di donne rapite dai propri mariti, ai quali sono date in spose contro la loro volontà e dietro la minaccia di violenza.

I guadagni sono enormi e crescenti. La polizia nigeriana ha stimato che i riscatti pagati soltanto in Nigeria tra il 2006 e il 2008 superino i cento milioni di dollari. Al Qaida guadagna milioni soltanto con i rapimenti nell’Africa occidentale. Quella che una volta era un’attività limitata a piccoli gruppi di guerriglia, magari di ispirazione politica, è diventato un business internazionale. E quindi è nato anche un business di natura opposta: l’industria delle agenzie assicurative che offrono polizze contro i rapimenti, gli strapagati negoziatori, gli avvocati, il personale di sicurezza privata. Un mercato da un miliardo di dollari l’anno.

A lungo il problema dei sequestri è stato considerato prevalentemente un problema del Sudamerica: fino al 2004, il 65 per cento dei rapimenti di tutto il mondo avvenivano lì. L’anno scorso il dato è sceso fino al 37 per cento, e non perché ci sono stati meno sequestri in Sudamerica, bensì per l’esplosione dei rapimenti nel resto del mondo: nelle Filippine, in Afghanistan, in Nigeria, nel golfo di Guinea, in Messico. In Sudan c’è quasi un rapimento al giorno, e il tasso aumenta da quando nel 2009 il governo ha espulso dal paese le ong.

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