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  • lunedì 11 ottobre 2010

Contro Scajola il Giornale arrivò per ultimo

La tesi che il Giornale non attacca solo i nemici di Berlusconi è una balla

L'editoriale di Feltri che chiedeva spiegazioni o dimissioni arrivò solo il giorno delle dimissioni stesse

Oggi, seguendo un copione consueto e che ha già dato notevoli frutti, il Giornale attacca in prima pagina Concita De Gregorio. Non perché qualche notizia la riguardi: negli ultimi due giorni l’unica cosa che è avvenuta alla direttrice dell’Unità è stata di partecipare a una trasmissione televisiva sulla 7, sabato sera, e di criticare quello che nella stessa occasione diceva un altro ospite, il direttore del Giornale Alessandro Sallusti. Era tardi per uscire in edicola con una ritorsione che non c’entra niente con gli argomenti di dibattito politico e giornalistico (“Cara Concita, ecco chi ti paga lo stipendio“: riutilizzo pro domo Giornale dell’argomento che il Giornale contestò quando lo usò D’Alema contro Sallusti a Ballarò), e così lo sgarro viene fatto pagare il lunedì.

Il copione è consueto e ha due varianti: la prima pagina contro chi ha criticato il Giornale e la prima pagina contro chi ha attaccato Silvio Berlusconi. La prima variante ormai riguarda quasi ogni passante e si esaurisce con intimidazioni puntuali di un giorno o due, la seconda ha una ormai nota successione di celebri casi, e viene portata avanti con maggior insistenza: Boffo, Fini, e Marcegaglia, quest’ultimo pronto ma abortito per intervento di Confalonieri dopo il percorso che sappiamo.

Il caso Boffo sappiamo che fu una bufala di cui ha chiesto scusa – a suo modo – lo stesso direttore del Giornale Vittorio Feltri. L’inchiesta su Fini ha avuto indubbiamente della sostanza e ha svelato una storia che ha costretto il Presidente della Camera a pubbliche spiegazioni e ad ammissioni di ingenuità: anche se si ritengano esagerate le pretese di dimissioni, la storia c’era. Per Marcegaglia, non lo sappiamo. Ma l’elemento comune è che nessuna di queste campagne è nata da un desiderio di ricerca della verità ma da una ricerca di elementi per bastonare i critici “importanti” del Presidente del Consiglio. Questa è l’obiezione a cui il Giornale non può rispondere con scuse, o argomenti di merito, o “scherzavamo”. Le sue inchieste le fa contro i nemici del governo.

Venerdì sera, di fronte a questa contestazione in un’altra trasmissione televisiva della 7 – “il Giornale fa campagne solo contro i nemici del Presidente del Consiglio?” – il direttore del Giornale Vittorio Feltri ha però risposto così, ripetendo una difesa non nuova:

«Non le dice niente il caso Scajola? Chi lo ha invitato a dimettersi? Io! Dopo averlo intervistato. E Scajola è un amico di Fini o è un signore della maggioranza? Le abbiamo chieste noi le dimissioni, dopo averlo intervistato!»

Nel seguito della risposta Feltri ha sostenuto che Scajola si sia poi dimesso per la “medesima” questione che riguarda Fini e ha chiesto “quali prove hanno trovato per Scajola?”, ma rimaniamo sul punto: ovvero che esista un’eccezione storica all’accusa fatta al Giornale di costruire battaglie solo contro i critici di Berlusconi e questa eccezione sia rappresentata dal caso Scajola: «Le abbiamo chieste noi le dimissioni, dopo averlo intervistato!».
È andata davvero come dice Feltri?

No. È andata così.

Il 23 aprile su tutti quotidiani esce notizia che il nome di Scajola è saltato fuori nelle indagini sulla “cricca” cosiddetta. Questo ne scrive Carlo Bonini su Repubblica:

E ora (l’inchiesta) incrocia la strada del ministro dello Sviluppo Economico Claudio Scajola perché singolare beneficiario, quando era un semplice parlamentare dell’ opposizione, di una provvista di circa mezzo milione di euro messa a disposizione da una delle “tasche” del costruttore Diego Anemone (oggi detenuto con Angelo Balducci, Mauro Della Giovampaola, Fabio De Santis) per l’acquisto di un appartamento intestato alla figlia.

Questa è Fiorenza Sarzanini sul Corriere della Sera:

I nuovi controlli disposti dai magistrati di Perugia – che hanno ereditato il fascicolo per competenza – fanno emergere la nuova traccia. Il resto della somma è servito per acquistare una casa della figlia di Scajola. E adesso si lavora per scoprire che legame ci sia tra l’ imprenditore e il ministro delle Attività produttive, ma soprattutto per quale motivo il primo si sia servito dell’ architetto per «mascherare» l’operazione immobiliare.

Il Giornale invece, titola così un articolo firmato da Gian Marco Chiocci e Massimo Malpica (corsivi nostri):

Appalti G8, i pm provano a coinvolgere Scajola
Il titolare dello Sviluppo non è indagato e il suo nome spunta nell’inchiesta sulle tangenti solo per il ruolo istituzionale che ricopre. Ma ai magistrati non basta e cercano suoi legami con gli arrestati

L’articolo del Giornale non cita nessuno degli elementi raccontati dagli altri quotidiani: non si parla dell’acquisto dell’appartamento, né  dell’intestazione alla figlia di Scajola. Solo una generica indicazione del nome di Scajola che appare nell’inchiesta e una colonna intera per spiegare che finora nient’altro lo aveva legato all’indagine e che è “solo la funzione che ricopre” ad aver dato rilievo alla cosa finora.

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