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  • martedì 21 Settembre 2010

I barbari miei non sono i barbari tuoi

Alessandro Baricco risponde a Eugenio Scalfari che aveva risposto ad Alessandro Baricco

In un articolo sull’ultimo numero di Wired, Alessandro Baricco aveva ripreso il filo della sua analisi sul cambiamento contenuta nel libro “I barbari“, pubblicato qualche anno fa. L’articolo era stato anticipato d Repubblica, e dopo qualche giorno Eugenio Scalfari aveva criticato la visione di Baricco. Oggi Repubblica ospita la controrisposta di Baricco.

Caro Eugenio Scalfari, vedo con soddisfazione che tutt’e due, pur di generazioni e radici diverse, abbiamo la stessa istintiva convinzione: è in corso una mutazione che non può essere spiegata con il normale affinarsi di una civiltà, ma sembra essere, più radicalmente, il tramonto di una civiltà e, forse, la nascita di un’altra. Bene. Non tutti hanno la stessa lucida convinzione e, secondo me, su questo abbiamo ragione noi.
Poi però le cose si ingarbugliano. E lo fanno su un punto che è fondamentale, e su cui ho visto molti irrigidirsi, proprio sulla base di quelle osservazioni che tu lucidamente raccogli e sintetizzi. E il punto è: barbarie e imbarbarimento (per usare le due categorie che usi tu, e che mi sembrano chiarissime).
Io quando penso ai barbari penso a gente come Larry Page e Sergey Brin (i due inventori di Google: avevano vent’anni e non avevano mai letto Flaubert) o Steve Jobs (tutto il mondo Apple e la tecnologia touch, tipicamente infantile) o Jimmy Wales (fondatore di Wikipedia, l’enciclopedia on line che ha ufficializzato il primato della velocità sull’esattezza). Quando penso agli imbarbariti penso, a costo di sembrare snob, alle folle che riempiono i centri commerciali o al pubblico dei reality show. Il fatto che i secondi usino abitualmente le tecnologie inventate dai primi non deve confondere le cose. Si tratta di due fenomeni diversi: né l’eventualità che Steve Jobs adori i reality show deve indurci a fare confusione.

(continua a leggere sul sito di Repubblica)

Massimo Mantellini: Baricco, Scalfari e le superfici