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  • domenica 29 Agosto 2010

La situazione in Kirghizistan due mesi dopo le stragi

Gli scontri di due mesi fa avevano portato alla morte di 2000 persone, le violenze si sono ridotte ma il Paese è sempre più diviso

Nel governo in carica manca la volontà politica di accertare i responsabili delle scorrerie

Fra gli Stati dell’Asia Centrale nati dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica, il Kirghizistan era celebrato come quello con il sistema politico meno dispotico, specie a confronto con i vicini Turkmenistan e Uzbekistan, due delle peggiori dittature al mondo. Ultimamente, però, le cose stanno volgendo al peggio: il report annuale di Freedom House ha declassato il Kirghizistan sia per quanto riguarda i diritti politici che per le libertà civili assicurate ai cittadini.

Questa involuzione si era cominciata a vedere nel luglio del 2009, quando il presidente Kurmanbek Bakiyev – eletto nel 2005 sulla scorta di grandi speranze riformatrici – era stato confermato al potere da un’elezione molto controversa. In aprile un’insurrezione popolare – durante la quale erano morte 75 persone – aveva portato alla destituzione di Bakiyev, che era fuggito in Kazakistan e poi in Bielorussia. Nelle settimane successive era stato appuntato un governo ad interim, guidato dall’ex-ministro degli esteri Roza Otunbayeva, che doveva condurre il Paese a nuove elezioni nel giro di sei mesi, ovvero il prossimo ottobre.

A giugno, però, si erano verificati dei feroci scontri fra la maggioranza etnica kirghisa e la minoranza uzbeka nei pressi della città di Osh, la seconda del Paese, e in altre aree del sud, che avevano guadagnato per diversi giorni l’attenzione internazionale. Inizialmente il governo aveva liquidato le violenze come faide fra clan, per poi incolpare alcune bande di uzbeki di aver dato il via ai tumulti, versione che è tuttora quella ufficiale. Reporter e organizzazioni indipendenti avevano però raccontato come i disordini fossero cominciati in modo completamente diverso, con atti di violenza  nei confronti degli uzbeki, con la partecipazione o quantomeno la connivenza del governo. Le azioni, che qualcuno aveva definito di pulizia etnica, avevano portato alla morte di quasi duemila cittadini di etnia uzbeka e alla fuga di 80 mila.

La rivista New Republic racconta come le cose si siano evolute in questo mese:

Per quanto gli omicidi di massa e le espulsioni siano terminate, le violenze sono ancora in atto. Alcuni critici del governo dicono che la versione ufficiale su quello che è successo a giugno incoraggi pericolosamente il nazionalismo kirghiso. Gli uzbeki nel sud raccontano di subire occasionalmente minacce e prove di forza, alcune delle quali messe in atto da funzionari di sicurezza governativi, un’affermazione che perfino le Nazioni Unite hanno citato pubblicamente. Ci sono racconti di confessioni forzate, bruciature con sigarette, bòtte, o unghie strappate.

Nelle settimane scorse si sono tenute diverse manifestazioni antigovernative nelle province del sud, e molti osservatori indipendenti dicono che l’unica speranza di costruire un Kirghizistan stabile risiede nella messa in atto di indagini credibili su ciò che è accaduto fra giugno e luglio. Per ora il governo di Otunbayeva ha mostrato tutt’altro indirizzo, rifiutando l’intervento di una commissione indipendente e nominandone una governativa sulla cui imparzialità c’è molto scetticismo.

Inoltre, questo mese la polizia ha arrestato un leader ultra-nazionalista accusato di aver preparato un colpo di Stato, dopo che migliaia di suoi sostenitori avevano manifestato in suo favore nella capitale Biškek. Intanto i conflitti hanno portato a una cesura nel Paese: in molte aree del sud l’autorità centrale non viene riconosciuta e il potente sindaco di Osh – un vecchio alleato dell’ex-presidente Bakiyev – ha dichiarato che le direttive governative non hanno nessuna applicazione nelle province meridionali.

In tutto questo Otunbayeva – in vista delle imminenti elezioni – sta cercando di mostrare un’immagine di sé che la dipinga come l’autorità buona che combatte contro le forze oscure che minano l’unità Paese, tentando di ostacolare qualunque indizio che dia un’idea negativa dell’azione del proprio governo. Ciò contribuisce a polarizzare il conflitto e rende molto difficile un effettivo riconoscimento delle colpe delle forze governative, cosa che non fa altro che alimentare tensioni etniche. La speranza è che dopo le elezioni del 10 ottobre – per il monitoraggio delle quali l’OSCE ha annunciato l’invio di 300 osservatori – si possa costituire un governo che goda della stabilità necessaria a potersi permettere un’indagine indipendente che accerti i responsabili delle stragi di giugno.