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  • martedì 17 agosto 2010

Una volta qui era tutto un tunnel

A Gaza i tunnel sotto al Muro stanno chiudendo, paradossalmente anche grazie a Freedom Flotilla

Da quando Israele ha allentato l'embargo non conviene più comprare al mercato nero

di Giovanni Fontana

Un anno e mezzo fa sembrava la più grande emergenza della politica estera israeliana. Attraverso i tunnel sotto Gaza passava di tutto: armi, esplosivo, generi alimentari, carburante, materiale edile – perfino automobili! – eludendo un embargo che, almeno ufficialmente, era stato imposto per impedire ad armamenti e merci potenzialmente nocive all’incolumità degli israeliani di arrivare nella Striscia.

Per ogni tunnel scoperto e distrutto dalle autorità egiziane ne venivano aperti di nuovi, tanto che si stimava la presenza di almeno un migliaio di passaggi sotto alla frontiera fra Striscia di Gaza ed Egitto e l’economia della Striscia si fondava al 40 percento sui proventi di questo tipo di contrabbando. Naturalmente tutto era nelle mani di Hamas, che aveva il potere di imporre dazi – di guadagnare, perciò, da ogni scambio – oltre che il controllo assoluto su ciò che poteva passare e ciò che non poteva. Chi lavorava sotto terra doveva avere una vera e propria licenza fornita dall’organizzazione terroristica, ed era in vigore una sorta di foro giudiziario a Gaza incaricato di dirimere le controversie che potevano scaturire nell’amministrazione dei tunnel.

Siccome il mestiere era rischioso – in più occasioni lavoratori sono morti per l’intervento dell’esercito israeliano o egiziano, oppure per il crollo del sottopassaggio – il Governo garantiva che ogni proprietario dotasse i propri lavoratori di una sorta di assicurazione sulla vita, da donare alla famiglia in caso di prematura morte del parente, spesso un giovane in età da lavoro. La gran parte degli operai lavorava a cottimo e con l’obiettivo di poter acquisire una quota del tunnel, così da passare dall’altra parte del mestiere e diventare un amministratore.

Dal 2007 e fino a pochi mesi fa, la questione aveva una tale risonanza che Slate provò a ipotizzare quali fossero i dieci modi che Israele aveva a disposizione per smantellare il complesso arzigogolo delle vie di comunicazione nel sottosuolo. Sebbene nessuno di questi sia stato messo in pratica fino in fondo, sembra che l’economia – è proprio il caso di dirlo – sotterranea della striscia di Gaza abbia subito una brusca frenata: a raccontarlo è Foreign Policy.

L’enorme indotto generato dal grande traffico nei tunnel – fatto in prima istanza di caffè, ristori, e commercio di generi di prima necessità per gli operai – è quasi completamente bloccato, e le attività che erano nate attorno al business delle diverse tratte illegali stanno chiudendo una a una. Uno dei motivi di questo esito è la nuova solerzia egiziana nel cercare di chiudere i tunnel, anche con mezzi poco ortodossi come l’introduzione di gas letali che rimangono nei cunicoli – lunghi diversi chilometri – anche per mesi.

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