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  • giovedì 10 Giugno 2010

Alma Mater Tavernella

Uno spot del vino nel cartoccio in onda da mesi suscita nuove critiche in rete: l'Università di Bologna si è venduta?

Massimo Mantellini e Dissapore si chiedono se la qualità del prodotto non si traduca in un pessimo ritorno di immagine per l'ateneo

Lo spot del vino Tavernello con la collaborazione ampiamente sottolineata del “Professor Tini dell’Università di Bologna” e degli “Studenti di enologia dell’Università di Bologna”, aveva fatto discutere già a gennaio quando aveva cominciato a circolare.

Una campagna in video fino al 23 gennaio che «vuole sfatare il luogo comune per cui il vino nel tetrapak è di scarsa qualità: l’università nello spot ha una funzione di garante», puntualizza Piero Reinerio, direttore creativo di Armando Testa, l’ agenzia che firma la campagna. Le aziende ci mettono il prodotto, l’ ateneo il suo marchio e l’ autorevolezza. Una forma di co-branding, che si affaccia negli spot televisivi – è il terzo caso in pochi mesi – e può diventare per gli atenei una nuova frontiera per trovare fondi per la ricerca. «Se l’ azienda è valida – dice Tini – che male c’ è? Il consorzio è un nostro partner e finanzia ogni anno una borsa di studio». Ma accostare un ateneo a un prodotto commerciale può avere qualche controindicazione. Dario Braga, prorettore alla ricerca dell’ università di Bologna, avverte: «Questa collaborazione non è priva di rischi: l’ utilizzo del marchio deve avere un ritorno d’ immagine anche per l’ ateneo, può essere un modo per avvicinarsi alla gente se attraverso la pubblicità riesce a divulgare al grande pubblico i risultati di una ricerca. Ma il suo uso deve avere anche un ritorno di risorse da reinvestire in ricerca: solo così ha senso partecipare agli spot». L’ attività per conto terzi dell’ ateneo di Bologna ha raggiunto i 20 milioni di euro nel 2009. Gli spot tv sono il passaggio finale, quello più visibile. È andato in onda fino a un mese fa quello del dentifricio Biorepair («il primo ri3,4 para-smalto», diceva) della Coswell. Nato da una ricerca universitaria. In video a spiegare la scoperta di nuovo un docente: Norberto Roveri, che dirige il Lebsc del dipartimento di Chimica dell’università felsinea.

Evidentemente i dubbi non hanno trattenuto l’università e i professori coinvolti – gratuitamente? – e nuovi spot sono stati prodotti. Anche uno per la radio che ieri ha suggerito a Massimo Mantellini, popolare blogger (e collaboratore del Post) una valutazione che non è solo sulla “vendita” del buon nome dell’università a fini pubblicitari, ma sulla qualità di ciò a cui l’università associa il suo nome.

Lo spot radiofonico che ho ascoltato oggi, con la fattiva collaborazione dell’ormai famoso prof. Tini raccontava che il Tavernello è il vino più venduto d’Italia ed il 4° più venduto nel mondo. Il mio punto di vista al riguardo probabilmente non tiene conto delle magie del co-branding e nemmeno delle ristrettezze economiche dell’Università martoriata dalla Gelmini: la mia impressione è che il Tavernello sia un vino di modestissima qualità e che l’Università di Bologna in tutta questa faccenda ci faccia una pessima figura, nonostante le indubbie doti recitative del Prof Tini, nomen omen.

Una simile reazione è quella di un circolo trevigiano di enologi:

Già che la pubblicità di un “vino” come il Tavernello sia curata da un docente di microbiologia è il colmo: il Tavernello è talmente piatto da rasentare assoluta somiglianza con un ambiente asettico se non sterile, ma lo  sconcertante è che un uomo di scienza incoraggi il consumo di un simil vino solo in virtù del costo contenuto: a mio vedere si rasenta la prostituzione morale.

La considerazione di Mantellini – ed è difficile non convenire non solo sulla qualità del prodotto, ma sulla povertà degli spot e il ritorno di immagine negativo che ne consegue – è stata rapidamente ripresa da Massimo Bernardi di Dissapore, popolare e severo blog di gastronomia, che ha raddoppiato il carico:

Senti Professor Vincenzo Tini, io te lo dico, il resto del mondo lo penserà senza dirtelo. Rendere credibili con l’autorità di un microbiologo dell’Università di Bologna, le favole raccontate nelle nuove pubblicità Tavernello —La montagna La botte— entrambi realizzate dall’agenzia Armando Testa, e entrambi basate sul ruolo di garante del testimonial, rappresenta un punto di vista intellettualmente così audace da farmi sentire inadeguto alla discussione. L’illustre professore mi perdonerà, vista l’inconfutabilità del fatto che il Tavernello sia uno dei peggiori vini bevuti nelle nostre vite, se ho il sospetto che la permuta il prof-ci-mette-la-faccia Tavernello-ci-mette-la-borsa-di-studio, faccia fare all’Università di Bologna una pessima figura. Sbaglio?