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  • sabato 29 maggio 2010

I nostri amici dittatori

Ieri è stata la volta di Chávez, accolto tra baci e abbracci, ma la lista è lunghissima

di Francesco Costa

Ieri è stata la volta del presidente venezuelano Hugo Chávez, accolto tra baci e abbracci dal ministro degli esteri Frattini a Panama City. Il giorno prima Frattini aveva scelto proprio la capitale del Venezuela Caracas per dedicarsi a uno dei passatempi preferiti dal presidente Chávez: attaccare le associazioni umanitarie e per i diritti umani. Frattini se l’è presa con Amnesty International per via del suo rapporto sui respingimenti, definito “indegno per il lavoro dei nostri uomini, delle nostre donne e delle forze di polizia che ogni giorno salvano persone” (come se fossero i poliziotti a determinare le politiche sull’immigrazione del governo). L’anticomunismo del governo italiano e l’antiliberismo del governo venezuelano vengono messi da parte in un attimo da una serie di accordi sulla realizzazione di infrastrutture in cambio di petrolio.

Ha detto Frattini: “La stima e il rispetto sono le basi sulle quali abbiamo firmato gli accordi che ci permetteranno di rafforzare una cooperazione importante economicamente e centrata su infrastrutture, energia, salute e cultura. L’Italia metterà a disposizione del Venezuela la tecnologia necessaria ed aiuterà a cercare nuove forme di finanziamento perché il grande programma che sta realizzando il presidente Chávez possa essere realizzato con l’appoggio delle imprese italiane”. L’augurio è che il “grande programma” di cui parla Frattini non abbia a che fare con le cose elencate nei rapporti di Amnesty International e Human Rights Watch: l’arresto di politici dell’opposizione, dei giudici e dei prefetti “non allineati”, la chiusura dei canali televisivi privati, i rapporti con le FARC, con Hamas ed Hezbollah, la scure sui mezzi di comunicazione che “minacciano la stabilità delle istituzioni”, l’esercito inviato nelle regioni governate dall’opposizione, la costituzione modificata a piacimento, le minacce di ritorsioni militari fatte agli elettori prima delle elezioni, le organizzazioni umanitarie espulse dallo stato.

In ogni caso, Chávez non è che l’ultimo degli amici imbarazzanti del governo Berlusconi. C’è il dittatore libico Mu’ammar Gheddafi, arrivato al potere con un colpo di stato militare nel 1969, che accolse come martiri i terroristi di Settembre nero, che introdusse in Libia la shar’ia e la trasmissione televisiva delle fustigazioni, che sostenne il dittatore ugandese Idi Amin Dada (responsabile di oltre cinquecento mila morti, secondo Amnesty International) e a Bokassa, altro dittatore sanguinario e cannibale. Gheddafi e il suo regime furono i responsabili, secondo le Nazioni Unite, dell’attentato terroristico più grave e sanguinario mai realizzato prima dell’11 settembre: un aereo passeggeri esplose sopra Lockerbie, in Scozia, uccidendo duecentosettanta persone. Oggi la Libia è una dittatura militare: i partiti politici sono stati aboliti nel 1972, i sindacati non esistono, la successione avviene secondo la linea dinastica. Anche Gheddafi viene portato in palmo di mano da Berlusconi, e ancora ci ricordiamo della condiscendenza con cui il governo lo accolse in Italia, sopportandone la boria e le bizzarre richieste – la tenda a villa Torlonia, le giovani hostess, eccetera – senza aprire bocca sulle violazioni dei diritti umani di cui lo accusano da anni le organizzazioni umanitarie.

C’è il bielorusso Aleksandr Lukashenko, noto anche come “l’ultimo dittatore d’Europa”. Diventa presidente nel 1994, si estende il mandato, modifica la costituzione, riesce a governare con un parlamento in cui gode di una maggioranza schiacciante: il cento per cento. Si ricandida, viene rieletto, toglie i limiti al numero dei mandati: il tutto tra le critiche degli organismi internazionali, che considerano scorrette e inaffidabili le procedure elettorali. Nel 2006 viene rieletto per un terzo mandato: e anche stavolta l’OSCE considera le elezioni non valide, a causa delle limitazioni alla libertà dei cittadini. Chiude venti giornali indipendenti in due anni, perseguita gli omosessuali, mette in prigione – e condanna a morte – decine di prigionieri politici. Un curriculum di tutto rispetto. Da quando Lukashenko è presidente, nessun capo di governo europeo aveva messo piede in Bielorussia. Fino all’anno scorso, quando Berlusconi è andato a Minsk ed è stato accolto con grandi onori e salamelecchi. Salamelecchi ricambiati: “La gente vi ama”, disse Berlusconi, “l’amore del popolo bielorusso per il premier Lukashenko si vede dai risultati elettorali sotto gli occhi di tutti”.

E poi il primo ministro russo, già presidente per due mandati, Vladimir Putin. L’elenco delle violazioni dei diritti umani in Russia è sterminato, almeno quanto l’elenco delle effusioni pubbliche che Putin e Berlusconi si sono scambiati in questi anni. E ci siamo già occupati di una parte degli abusi di cui Putin è accusato dalle organizzazioni per i diritti umani di tutto il mondo. Tra tutti i suoi innumerevoli difetti, questa politica estera potrebbe avere persino un pregio, almeno: la coerenza. Se non fosse però che mentre nei giorni dispari il governo Berlusconi va a braccetto con i regimi autoritari, nei giorni pari si dice grande atlantista, difensore della democrazia e dei diritti umani, fondatore e leader di un sedicente popolo della libertà.

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