A Renzi lo scontro politico conviene

Dalla chiusura di Mare nostrum (la decisione di gran lunga più grave) alla circolare contro la registrazione delle unioni gay, fino alla gestione dell’ordine pubblico, non c’è materia di competenza del ministro Alfano che non si traduca in un imbarazzo per Matteo Renzi. Comincia a diventare una situazione scomoda, sulla quale il presidente del consiglio dovrebbe agire con l’energia che applica a tanti altri problemi. In un clima già caldo, ma almeno per motivi solamente politici, si sono inseriti ieri l’eccesso di forza da parte degli agenti mandati a controllare la manifestazione degli operai ternani; e, su un piano completamente diverso, l’inconsulto fallo di reazione della eurodeputata del Pd Pina Picierno ai danni di Susanna Camusso.

Giornata di gloria, viceversa, per tutti coloro che vorrebbero che il conflitto politico tra sinistra riformista e sinistra conservatrice finisse, come si dice a Roma, in caciara. Se non peggio: quando Camusso dice che «chi chiede lavoro non riceve risposte dal governo e viene picchiato» siamo oltre il livello di guardia, a un passo dalla denuncia del governo di polizia. La più importante delle due vicende – la salvezza delle acciaierie – ha già visto impegnato Renzi a Terni e con i delegati Fiom nel retropalco della Leopolda. Nelle prossime ore è atteso da palazzo Chigi un segnale che sia utile anche a placare gli animi, oltre che a ridare speranza alla città.

Conviene innanzi tutto al premier, che il conflitto politico ritorni al centro dell’attenzione. Perché gli argomenti usati ieri dalla Camusso contro di lui nell’intervista a Repubblica, insieme alle cronache di chi conosce bene le confederazioni, confermano una difficoltà di posizionamento nonostante il successo di piazza San Giovanni. La tesi di fondo – il governo Renzi come agente dei poteri forti, cioè Fiat e partecipazioni statali, impegnato a difendere i grandi interessi corporativi – si adatta davvero poco all’immagine del premier, anzi pare aggiustata all’esigenza di confutarne il profilo “anti establishment” e la legittimazione democratica ricevuta col voto delle primarie e delle europee. È come se la Cgil avesse avvertito finalmente il rischio mortale di farsi schiacciare lei – come fa abilmente Renzi – sul partito della conservazione nazionale, e cercasse di ribaltare una percezione che però nell’opinione pubblica si è nel frattempo consolidata.

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