Non ci scommetterei
«Lucrare sulle debolezze umane, e spesso sull’autodistruzione degli altri, è una gran brutta cosa»
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Con il passare degli anni cerco di stemperare il mio moralismo, tendo a concedere agli altri più attenuanti rispetto a quando ero giovane. Però devo dire di incontrare, sulla strada della tolleranza, alcuni ostacoli insuperabili. La speculazione privata sul vizio del gioco d’azzardo rimane, per me, una cosa grave (alla stessa stregua dello sfruttamento della prostituzione). Condivido, dunque, le diffuse perplessità sulla scelta di Andrea Pirlo come commissario tecnico della Nazionale di calcio, e la probabile retromarcia della Federazione, a causa del suo incarico di “global ambassador” del sito di scommesse russo Fonbet. Non perché sia russo (anche se, in questo momento storico, non aiuta) ma perché è Fonbet.
Allo stesso modo mi duole che la mia Inter porti sulla maglia il nome dello sponsor Betsson Sport; e più in generale mi fa specie il dilagare impressionante del potere delle agenzie di scommesse in ambito sportivo. Con fior di calciatori che si prestano a fare da testimonial. C’è, sullo sfondo degli scintillanti spot che dribblano come ali sinistre i patetici divieti sulla pubblicità dell’azzardo, la rovina di decine di migliaia di persone, e di famiglie. Vedi alla voce “ludopatia”.
Sono un antiproibizionista convinto, considero che ognuno debba essere il solo responsabile del suo bene come del suo male. Ho giocato d’azzardo – soprattutto alla roulette – con la cautela dei pavidi (grazie, pavidità!), da giovane ho fumato parecchio, bevo tutt’ora quanto basta per non sentirmi brillo. Non sopporto che mi si dica “non devi!”, perché lo so già da me, che non dovrei. Mi riservo di non scaricare “sulla società”, dovesse venire il momento, la colpa di non avere avuto abbastanza cura di me stesso, come sta diventando molto frequente fare; e secondo me anche molto vile. La colpa è totalmente mia: il mandante di tutte le cazzate che faccio, come suggerisce Altan, sono io. Però nuocere a se stessi può essere una malattia: mai un reato.
Detto questo, lucrare sulle debolezze umane, e spesso sull’autodistruzione degli altri, è una gran brutta cosa. I vizi esistono e forse sono inestirpabili: l’alcol, il tabacco, le droghe, l’azzardo, la prostituzione (femminile e maschile), tutto si compra, perfino l’illusione di essere amati e di essere felici. E alcuni di questi vizi ebbene sì: danno piacere. Ma che dei nostri vizi privati e delle nostre falle emotive (non sempre il confine è evidente) si possa fare la materia prima di un’industria che arricchisce pochi a scapito di molti, non mi piace. Sono politicamente contrario.
Quando si diceva con esecrazione “Stato biscazziere” per via del monopolio pubblico sulle scommesse sportive e non, compresi i casinò sotto controllo degli enti locali, non ero d’accordo. Quando si dice “Stato spacciatore” per il Monopolio dei tabacchi, non sono d’accordo. La gestione pubblica del vizio è, molto semplicemente, il male minore. Vuol dire che il profitto, spesso enorme, non finisce nelle tasche dei privati o peggio della criminalità (vedi il colossale traffico mondiale di stupefacenti).
Il profitto va a vantaggio, almeno teorico, della collettività: opere pubbliche, musei, scuole, ospedali, e magari forti investimenti per la ricerca sulle dipendenze, e sulle relative cure. Sono uno, per dire, che riaprirebbe le “case chiuse” purché trasparenti, gestite da cooperative di lavoratrici e lavoratori del sesso, ben tassate e con un controllo sanitario costante. Levando dalle strade la prostituzione, e tagliando le gambe all’orrida consorteria degli sfruttatori, delle loro tratte schiaviste, del loro ricatto patriarcale o meglio (neologismo) padrinale.
Da quando il business delle scommesse sportive è stato sostanzialmente privatizzato, e ovviamente digitalizzato (per storicizzare con una punta di sentimentalismo retrò: da quando mio padre giocava la schedina del Totocalcio a quando Pirlo è diventato, tra i tanti, il piazzista di Fonbet), il giro d’affari è lievitato in maniera impressionante; e i ludopatici sono molto aumentati. Mancano dati medico-statistici, diciamo così, sugli addicted del Totocalcio (ma escluderei che mio padre fosse ludopatico).
Quanto all’oggi, si stenta a dare numeri certi, perché la ludopatia è una patologia “sommersa”, sostanzialmente non dichiarata e non censita. Secondo il Dipartimento per le Politiche Antidroga (dati del 2013) il numero di persone dipendenti dal gioco d’azzardo era compreso tra i 300mila e il milione e 300mila, mentre nel 2018 l’Istituto Superiore di Sanità stimava 1,5 milioni di “giocatori problematici”, ovvero alle soglie della dipendenza patologica.
Dalla marea di dati disponibili in rete è invece più facile desumere il giro d’affari: nella sola Italia, nel 2025, sarebbero stati giocati d’azzardo complessivamente quasi 165 miliardi di euro, circa il 7 per cento del Pil. Fino al 2024, ultimo dato disponibile, le scommesse sul calcio erano circa il 10 per cento, 16 miliardi di euro.
Il ricavo presunto del “banco” (ricavo calcolabile matematicamente, come è noto agli statistici: il banco è l’unico giocatore che ha la garanzia di vincere) è superiore ai 20 miliardi. Incalcolabile l’accelerazione introdotta dal gioco online, che significa ovunque: a casa, sul posto di lavoro, per la strada, in viaggio si punta e si scommette su qualunque cosa. Si spera che i filtri sui minori siano operanti ed efficaci.
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Le vostre mail della scorsa settimana sulle memorie di casa (quelle che, proprio fisicamente, abitano le case dell’infanzia) mi erano molto piaciute. Ma capisco che a qualcuno possano essere sembrate un po’ troppo conciliate, troppo sentimentali. La mail di Patrizia non è solo dissonante, è proprio una schioppettata. È il taglio di Fontana che incide la tela esattamente nel mezzo. Eccola:
“Tutte quelle mail sdolcinate di coloro che ripetevano sempre le stesse cose: ‘l’albero cui tendevi la pargoletta mano’… E che palle, perdoni il francesismo. Ma davvero tutti i Suoi lettori provengono da famiglie del “volemose bene”? Oppure Le scrivono solo coloro che pensano Lei voglia sentire quelle sviolinate sulla famiglia d’origine?
Beh, come avrà capito, io non provengo da quelle felici origini; non so cosa darei per cancellare il mio passato fatto di abusi psicologici e anche peggio, di genitori anaffettivi, di famiglie disgregate già da prima che io nascessi.
Come vorrei non avere memoria, come in un precoce Alzheimer (con sincero pathos per i familiari che devono invece farci i conti e, ovviamente, per i malati). Mi creda, non è per invidia di questi Suoi molti fortunati lettori. Ma il passato di tanti altri può essere davvero diverso e crudele, probabilmente non è politically correct e non lo dico per farmi compatire, ci mancherebbe, solo per far sentire la mia voce fuori dal coro, e forse non è solo la mia.
Col mio passato devo confrontarmi ogni giorno in un’età non più verde, così come in quella che verde lo era davvero, quel passato che già dalla più tenera età ha condizionato la mia vita e ora, in tempi di bilanci, me ne fa sentire tutto il peso. Mi spiace, non me la sento di concordare il suo ‘in alto i cuori’: il mio me l’hanno stritolato per sempre”.
Patrizia
La memoria può essere una galera, e dimenticare, dunque, una liberazione. Sull’argomento è stata scritta una montagna di letteratura. Mi permetto di suggerire due libri. Uno è un capolavoro. L’altro l’ho scritto io. Il capolavoro (almeno secondo me) è Un’eredità di avorio e ambra, di Edmund de Waal. Quello che ho scritto io si chiama Le cose che bruciano e racconta di un tizio che progetta di erigere grandi pire per ridurre in cenere il suo passato – mobili, carte, vestiti, tutto. A Patrizia piacerebbe, credo. Scusate se ho ceduto all’autopromozione.
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Come lamentato anche da Luca Sofri, se si cerca in rete la traduzione del testo di una canzone in inglese (americano), quasi sempre la sola reazione possibile è cercare di tradursela da soli. Perdendo un poco di tempo: peraltro, senza perdere un poco di tempo, nessun lavoro decente può avere buon fine. Non so se sia colpa del traduttore automatico o dell’AI, per giunta non so quale sia esattamente la differenza tra traduttore automatico e AI: ma il risultato quasi sempre è una fetecchia – come si tradurrà “fetecchia” in inglese?
Tradurre, del resto, è una delle cose più difficili al mondo. Recenti carte einaudiane raccontano i dubbi e il travaglio di Adriana Motti, traduttrice italiana del Giovane Holden (The Catcher in the Rye) di J.D. Salinger, intraducibile già dal titolo (sarebbe qualcosa come: il giocatore di baseball nella segale, qualcuno all’epoca suggerì di tradurlo “il terzino nella birra”, poi per fortuna non se ne fece niente), che abbondava di gergo giovanile americano degli anni Cinquanta però reinventato in forma salingeriana: una vera e propria neolingua.
Beh, il risultato in quel caso è stato formidabile, ma ha richiesto un febbrile rovello linguistico, sintattico, fonetico. Tradurre vuol dire riscrivere daccapo. Io credo che l’AI non possa farcela per il banale motivo che dispone di tutto il già noto, il già scritto, il già tradotto, ma non possiede, per sua natura, quel potere di cambiamento, di invenzione, perfino di effrazione che il bravo traduttore riesce a esercitare. Per tradurre bisogna tradire, e l’AI è troppo fedele alla linea per riuscire a farlo.
In ogni modo: ho cercato di tradurre per mio conto “I hate it here”, una delle mie canzoni preferite di Taylor Swift, e mi sono arreso dopo le prime due strofe. Troppe metafore, troppa sintesi poetica di stati d’animo appena intuibili. Un po’ come tradurre De Gregori in inglese, o Dylan in italiano (ci è riuscito proprio De Gregori in quel disco capolavoro che è Amore e furto: però riscrivendo daccapo i versi più gergali, o più inafferrabili).
Ci dovrei lavorare per giorni, e tradurre anche altri testi swiftiani per avere un’idea più completa di come parla, come scrive questa benedetta ragazza. E conoscere molto meglio l’inglese, certo. E avere amici con i quali confrontarmi, meglio se amici americani, ai quali chiedere: scusa, secondo te che cosa voleva dire esattamente Taylor in questo verso, e in quest’altro?
Forse da molto vecchio mi ci metto, a tradurre TS che mi piace un sacco. Nell’attesa: possibile che nessuno di veramente bravo abbia provato a farlo? E possibile che TS, nota per la formidabile destrezza con la quale abita in Rete, non abbia pensato a forme di controllo e di governo delle traduzioni delle sue canzoni?
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Il caso Fakir si complica. Un titolo del sito Open, segnalato da Francesco, svela retroscena davvero gravissimi:
ABDERRAHIM FAKIR, I SUOI PRECEDENTI:
SPACCIO E INCANDESCENZA SUL TRENO
Un conto è dare in escandescenze, ben più delicato l’approccio con una persona che diventa incandescente. Sul treno, poi, con tutta quella gente. Sempre restando ai casi giudiziari, Claudio ha trovato sulla Provincia Pavese una sentenza che sconcerta per la durezza della pena:
CONDANNATO A 89 ANNI
HA MOLESTATO NEL PARCO UNA 14ENNE
E Carlo segnala, su Città della Spezia, il solito grave caso di persecuzione di un innocente:
RUBA UN’AUTO IN SOSTA, IL PROPRIETARIO
LO INSEGUE A PIEDI: ARRESTATO DAI CARABINIERI
Per fortuna si registrano anche momenti di dialogo e di chiarimento reciproco. Lo testimonia questo titolo del Messaggero Veneto molto apprezzato da Carla:
GLI ORSI TORNANO A SPAVENTARE LA CARNIA
I SINDACI CHIEDONO UN INCONTRO: “CI SIAMO STANCATI”
Accetteranno, gli orsi, di ascoltare le ragioni dei sindaci? E soprattutto, come faranno i sindaci a capire le richieste degli orsi? Passiamo alle locandine. La prima è di una sagra patronale, Vilma l’ha fotografata e ce la invia con un certo sgomento:
ORE 21.00 CONCERTO TUTTI A 90
IN PIAZZA PAPA GIOVANNI XXIII
Nell’uso comune l’espressione “mettersi a 90 gradi” ha una inequivocabile valenza sessuale, dunque non possiamo che associarci allo sgomento. Una sagra patronale! Dove andremo a finire? La tirannia dello spazio, nelle locandine, costringe a una promiscuità molto pericolosa tra una riga e la successiva, e dunque tra un argomento e quello successivo. Come in questa, che è del Resto del Carlino di Modena, segnalata da Andrea:
FANANO, PESTE SUINA, TROVATA
CARCASSA DI CINGHIALE INFETTA
OGGI IN REGALO
Infine, Rossella invia una locandina del Secolo XIX che non porta responsabilità diretta nell’effetto comico. Si limita a darne atto:
SCHIANTO AL CORSO
DI GUIDA SICURA: SEI FERITI
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Qui nel selvaggio Nord Ovest tuona, tuona, ma non piove mai. In settimana è prevista una ulteriore dose di “caldo africano”, che oramai è un normale caldo europeo, ma ci fa fatica ammetterlo. Teniamoci pronti. Mare e montagna, chi può, per gli altri le spire fresche delle stanze condizionate di città, ma guai a chi mette il termostato più in basso dei 23 gradi. Meglio 24. Se tutto va come deve andare, mercoledì sarò al concerto di Patti Smith a Milano. Il 30 dicembre la ragazza compie ottant’anni: cose da pazzi.
Se una a ottant’anni canta e balla su un palco, vuol dire che la vita non finisce mai. O meglio, quasi mai. In alto i cuori, ragazze e ragazzi.




