Fate come Pisapia

Che bello sarebbe se il vento forte e impetuoso del cambiamento impresso alla politica da Giuliano Pisapia a Milano cominciasse a soffiare anche sull’economia: mitezza, trasparenza, partecipazione, inclusione sociale, tanto per ricordare alcune delle straordinarie peculiarità dell’azione e dello stile di Pisapia, al posto di arroganza, spavalderia, scontrosità, furbizia così diffuse tra molti operatori economici e finanziari. A cominciare da quei numerosi imprenditori e manager che, pur avendo la pancia piena, non la smettono mai di piagnucolare, indulgere al vittimismo, ripetere a pappardella slogan triti, ritriti e abbondantemente datati. Ritenendo, naturalmente, di aver sempre ragione.

Che bello sarebbe se tanti giornalisti economici la smettessero di infarcire i loro pezzi di piaggeria e di dettagli insignificanti sui vezzi dei “potenti” allo scopo di solleticare la loro vanità. Che noia, per esempio, constatare come in molti articoli dedicati al (tra le altre cose) presidente della BPM Massimo Ponzellini, si parli sistematicamente anche dei suoi occhiali stile Onassis, delle Ferrari che ha in garage o delle sue collezioni di monete antiche.
Sarebbe invece decisamente preferibile concentrarsi esclusivamente sulle difficoltà in cui versa la BPM alle prese con la necessità di un forte aumento di capitale e sulle severe critiche mosse alla banca di recente da Bankitalia.

Che bello sarebbe se l’erogazione di certi superbonus stellari non finisse nel dimenticatoio alla stregua di mere prassi burocratiche da espletare. Come nel caso della “buonuscita” di oltre 16 milioni di euro assegnata a Cesare Geronzi per un anno di permanenza al vertice delle Generali decisa, come puntualizzava Alberto Statera su Repubblica, da un comitato di remunerazione presieduto da Paolo Scaroni, amministratore delegato dell’Eni e composto dal solo Lorenzo Pelliccioli dopo le dimissioni di Leonardo del Vecchio.

Per la cronaca, lunedì 9 maggio, all’assemblea annuale della Consob, per la prima volta sono stati invitati a partecipare un rappresentate del mercato, Scaroni appunto, e una studentessa di 23 anni della Bocconi, Federica Andrighetti che nell’occasione ha detto: «Un mercato meritocratico e competitivo permetterebbe ai nostri anni di studio di dare i migliori frutti». Chissà se, ascoltandola, a qualcuno dei presenti sarà affiorato il dubbio se anche certe super remunerazioni sono «meritocratiche e competitive». Per questo ha fatto bene Luigi Zingales a scrivere il 24 aprile sul Sole 24 Ore un articolo in cui ha deciso di pubblicare i nomi dei membri dei comitati di remunerazione dei cinque manager più strapagati d’Italia, con la seguente motivazione:
«La lista dello scandalo che ogni anno i giornali pubblicano include solo il nome dei manager e dei loro compensi. I nomi dei membri dei comitati di remunerazione sono sepolti nelle relazioni allegate al bilancio ignorate dai più. Per questo motivo, sul Sole 24 Ore vorrei dare inizio a una nuova tradizione: la pubblicazione, per trasparenza, dei nomi dei membri dei comitati remunerazione dei cinque manager più strapagati d’Italia. Si noti, non più pagati, ma più strapagati, perché pagare il talento non è cosa di cui vergognarsi».

Che bello sarebbe se ogni tanto qualche presidente di Confindustria chiedesse scusa per aver commesso errori di valutazione piuttosto grossolani. Ricordo con piacere un episodio che vide protagonista una ventina di anni fa l’allora numero uno di viale dell’Astronomia Sergio Pininfarina. Era stata appena pubblicata (il primo maggio 1991) da Giovanni Paolo II la Centesimus Annus, a mio avviso la più importante e lungimirante enciclica dedicata finora ai temi economici, che metteva in guardia dai pericoli di certe derive capitalistiche. Dopo soli tre giorni Pininfarina partì al contrattacco, commentando: «Mi colpisce e mi offende l’accostamento tra capitalismo e socialismo, il capitalismo è il sistema economico che ha creato più ricchezze per tutti nel pianeta». Passano un po’ di mesi e nel febbraio del 1992 il “carrozziere” torinese corregge decisamente il tiro: «Sulla Centesimus Annus mi sono sbagliato, allora non l’avevo letta, la conoscevo solo attraverso i giornali. Poi l’ho letta cinque o sei volte e ho corretto il mio giudizio negativo sull’enciclica».

Per stare all’oggi, va apprezzato anche il gesto “riparatorio” della presidente Emma Marcegaglia di incontrare (il 17 maggio) i familiari delle vittime dell’incendio scoppiato alla Thyssen la notte del 6 dicembre 2007, dopo che al suo amministratore delegato, Herald Espenhahn, condannato in primo grado a 16 anni e mezzo per omicidio volontario, agli Stati generali di Confindustria a Bergamo del 7 maggio era stato tributato uno scrosciante applauso. Per dirla tutta, dispiace che le prime scuse siano giunte solo alcuni giorni dopo, l’11 maggio, durante una trasmissione televisiva, per bocca del direttore generale di Confindustria Giampaolo Galli che ha riconosciuto: «Quell’applauso è stato sbagliato e inopportuno. Colgo l’occasione per chiedere scusa a nome di Confindustria ai familiari delle vittime e all’opinione pubblica che si è sentita offesa». Insomma, fosse stata innestata prima la retromarcia e ci avesse messo subito la faccia la Marcegaglia sarebbe stato meglio, ma va bene lo stesso. Meglio tardi che mai.

Che bello sarebbe, quindi, se ogni tanto soffiasse un vento nuovo a spazzare via angosce, prepotenze, soprusi che nel mondo economico non mancano mai e almeno qualche volta anche i poeti avessero ragione come, in questo caso, Rainer Maria Rilke:

Si sente il vento di una grande pagina,
redatta da me, da te, da Dio
rigirata in alto da mani straniere
si sente il bagliore di un foglio, nuovo
su cui tutto potrà accadere