Cosa fa l’Italia in Libia?

In Libia le cose si stano muovendo e sembra che finalmente lo stiano facendo in una direzione positiva. Nelle prossime settimane potrebbe nascere un governo di unità nazionale e un contingente militare a guida italiana potrebbe essere inviato nel paese per proteggerne la sicurezza. La Libia è un importante partner energetico del nostro paese e la sua stabilità influenza direttamente il numero di migranti che cercano di attraversare il Mediterraneo. Eppure il ruolo dell’Italia in Libia viene raramente discusso nel dibattito politico e le apparenti contraddizioni nella politica del nostro governo non sono quasi mai state oggetto di uno scrutinio pubblico (alla situazione libica avevo dedicato il quarto dispaccio).

La buona notizia di questi giorni è che ieri si è conclusa a Ginevra una conferenza di pace a cui hanno partecipato i delegati dei due governi che si contendono il paese. Non è ancora arrivata la firma sull’accordo di pace, ma l’inviato dell’ONU, Bernardino León, ha dichiarato che entrambe le parti sono d’accordo nel raggiungere un accordo che porti a un governo di unità nazionale entro le prossime tre settimane. Mattia Toaldo, ricercatore presso l’ECFR, dice che si è trattato di un incontro positivo in cui «la diplomazia italiana ha svolto un ruolo importante». L’obbiettivo adesso, spiega Toaldo, è raggiungere un accordo tra i due governi sui dettagli più importanti: la scelta dei ministri nel nuovo governo di unità nazionale e il controllo delle istituzioni finanziarie e petrolifere del paese. Ottenuto questo risultato, entro le prossime tre settimane spera León, i due governi potranno firmare un accordo di pace.

Si tratta di un’ottima notizia, soprattutto per l’Italia, il paese probabilmente più influenzato dall’attuale situazione in Libia dove i due governi rivali si contendono il potere mentre milizie di ogni tipo, tra cui l’ISIS, si sono ritagliate piccoli regni autonomi. Il grande afflusso di migranti in Italia in questi ultimi due anni è dovuto in buona parte alla situazione di anarchia che ha reso impossibile alle autorità libiche collaborare per cercare di limitare le partenze dei migranti. Una Libia pacificata è l’unica speranza per realizzare i piani proposti quasi quotidianamente dai leader politici contrari all’immigrazione. Senza un governo libico davvero in controllo del suo paese è semplicemente impossibile rimpatriare chi è arrivato illegalmente in Italia, organizzare pattugliamenti congiunti, arrestare gli scafisti nel loro paese d’origine e procedere all’esame delle domande d’asilo prima della partenza dei migranti.

Ma la Libia è anche un’importante partner energetico e commerciale del nostro paese dove nel corso degli anni hanno investito numerose aziende italiane. Come dimostra la storia dei quattro tecnici italiani rapiti il mese scorso, la Libia è uno dei pochi paesi con i quali l’Italia ha la necessità di mantenere una politica estera attiva. Complice forse la settimana di ferragosto, gli sviluppi di questi giorni in Libia sono stati accolti nel silenzio più totale della politica e dell’opinione pubblica italiana. Secondo Toaldo: «L’opinione pubblica italiana è dieci chilometri indietro rispetto alla nostra diplomazia».

Eppure di un dibattito ci sarebbe un gran bisogno visto che la questione non è ancora chiusa. I due governi sono mantenuti al potere da una collezione di milizie armate che non sempre vedono di buon occhio un accordo di pace. Il nuovo governo di unità nazionale dovrà probabilmente essere protetto da una coalizione internazionale che, stando a fonti diplomatiche, sarà probabilmente guidata dall’Italia. In altre parole, nel giro di tre settimane il nostro paese potrebbe trovarsi nella situazione di dover preparare l’invio di un contingente militare in Libia, un’eventualità di cui, sostanzialmente, non si è mai discusso pubblicamente.

La Libia, in genere, compare sui giornali o nei talk show soltanto quando le forze politiche di opposizioni accusano il governo di non fare nulla per risolvere la questione dell’immigrazione. Il segretario della Lega Nord Matteo Salvini ha più volte chiesto al governo di “fare accordi con la Libia” per risolvere il problema e molto raramente gli è stato ricordato che gli accordi di questi giorni sono stati realizzati in buona parte grazie proprio agli sforzi del nostro paese. Il fatto che la Lega Nord non si sia espressa sulla questione non deve sorprendere visto che, a quanto pare, il partito non ha ancora un chiaro programma sull’immigrazione.

D’altro canto bisogna anche sottolineare che il governo italiano ha avuto sulla questione un atteggiamento che Toaldo definisce «ondivago». Da un lato la diplomazia italiana è impegnata a trovare un accordo tra i due governi, ad esempio «l’ambasciata italiana a Tripoli, fino a quando è stata chiusa lo scorso febbraio, è stata molto impegnata a organizzare gli incontro tre le due delegazioni mentre quasi tutte le interviste del ministro degli Esteri Gentiloni sono dedicate al tema libico». D’altro canto, il presidente del Consiglio Matteo Renzi ha invece mostrato una grande vicinanza al presidente egiziano Abdel Fateh al Sisi e ha più volte dichiarato di appoggiare le sue politiche in Libia. Al Sisi è un’oppositore del governo di Tripoli, formato da islamisti, e appoggia in particolare una delle milizie anti-islamiche vicina al governo di Tobruk. In altre parole, mentre la diplomazia italiana si muove per cerca di conciliare i contendenti, il presidente del Consiglio ha stretto forti rapporti con una delle parti in causa. Questa apparente contraddizione nella politica italiana non è stata rilevata frequentemente e tanto meno discussa.

Questo è il quinto “dispaccio” di una serie settimanale con cui cercherò di raccontare le guerre che stanno attraversando il mondo musulmano. Qui ho raccontato il progetto. Qui potete trovare gli altri dispacci.

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