Dispaccio due: Aleppo

La mattina del 29 gennaio 2013 gli abitanti di Aleppo scoprirono decine di cadaveri lungo le rive del fiume Queiq, nel pieno centro della città. Avevano tutti le mani legate dietro la schiena ed un colpo di arma di grosso calibro aveva fracassato loro la testa. Furono ritrovati 110 corpi, tutti di maschi tra i 20 e i 40 anni. Prima di essere uccisi erano stati prigionieri nelle carceri militari della città. Alcuni di loro erano ribelli, altri semplici passanti, arrestati mentre erano in cerca di cibo: per i soldati del regime, qualunque maschio in età militare che non indossi una divisa dell’esercito è un potenziale terrorista. Le persone arrestate erano state picchiate e torturate. Poi, una notte, forse per rappresaglia contro un massacro compiuto dai ribelli, furono messe in fila davanti a un muro ed uccise. I loro corpi furono gettati nel fiume, così che qualche giorno dopo la corrente li portasse a riva nei quartieri della città controllati dai ribelli. Sei mesi prima del massacro, Aleppo era l’ultima grande città della Siria ad essere ancora pacifica. Oggi, a tre anni dall’inizio dell’assedio cominciato nel luglio del 2012, la città ha visto così tanti morti e massacri che quasi nessuno ricorda più quello del fiume Queiq. In trentasei mesi sono state uccise quindicimila persone, più che in ogni altra città della Siria.

L’assedio
Aleppo è una città importante per il suo ruolo economico e per la sua posizione strategica. È la seconda città della Siria per numero di abitanti, poco meno di due milioni tra cui 60 mila universitari. Da secoli è considerata la capitale economica del paese e i suoi abitanti sono tra i più ricchi della Siria. Ancora oggi molti di loro hanno più da perdere che da guadagnare dalla caduta del regime. Furono gli abitanti della campagna circostante e i combattenti stranieri arruolati nei gruppi estremisti a portare la guerra ad Aleppo. Come Daraa (la piccola città all’estremo sud della Siria a cui ho dedicato il mio primo dispaccio) anche Aleppo si trova in fondo a uno stretto corridoio controllato dalle forze del regime e di fatto, dopo la caduta di Idlib, è diventato l’ultimo avamposto del governo nel nord del paese. Dopo il loro primo attacco nel luglio del 2012, i ribelli riuscirono a isolare completamente la guarnigione della città dal resto della Siria e per quasi un anno il governo rifornì le sue truppe utilizzando aerei ed elicotteri o forzando i posti di blocco ribelli con convogli corazzati: una situazione che ricordava i grandi assedi del secolo scorso, come quello di Stalingrado. Nel 2013 il governo riuscì a riaprire una linea di comunicazione con la città e oggi Aleppo è divisa in due: il regime nel centro e nella parte occidentale, i ribelli in quella orientale. Da anni entrambe le parti continuano a cercare di aggirarsi l’una con l’altra, recitando a turno la parte degli assediati o degli assedianti.

aleppo

Mappa realizzata da Gino Selva (@ginoselva)

Una settimana fa, due coalizioni di ribelli hanno lanciato una nuova offensiva contro le posizioni del governo. I loro attacchi si sono concentrati nella parte occidentale della città controllata dal regime e sono stati preceduti da massicci bombardamenti. Un importante edificio del governo è stato conquistato, ma a parte questo moderato successo i ribelli sono riusciti ad occupare solo poche centinaia di metri di terreno prima che l’offensiva venisse arrestata. Nella guerra moderna non c’è probabilmente nulla di più complicato e sanguinoso che combattere in un ambiente urbano. In campo aperto gli scontri a fuoco si verificano in genere intorno ai trecento metri di distanza. I militari sono addestrati a sparare nella generica direzione del nemico per tenerlo bloccato sul posto così da dare il tempo all’artiglieria o all’aviazione di intervenire e di finirlo. In queste situazioni, spesso non è difficile “sganciarsi”, cioè abbandonare il combattimento. In una città le cose funzionano diversamente: gli edifici limitano la visibilità e accorciano le distanze degli scontri rendendoli brevi e brutali. Chi si trova di fronte al nemico dopo aver svoltato l’angolo di una strada non ha molte scelte tra l’uccidere e l’essere ucciso.

Le città inoltre sono fortezze naturali. Gli edifici di cemento diventano capisaldi da cui controllare interi quartieri, mentre le strade obbligano gli attaccanti a seguire percorsi prefissati che i difensori possono trasformare in quelle che si chiamano “zone di uccisione”. Più a lungo si combatte, più l’intrico di rovine, trincee e bunker diviene fitto e imprendibile, come la pelle umana che si ispessisce dopo aver subito un trauma. Aleppo, dove si combatte da trentasei mesi, è probabilmente la zona più coriacea di tutta la Siria. In alcuni casi, interi autobus disposti in verticale uno vicino all’altro sono stati utilizzati per creare barricate. Il governo cerca di distruggere i capisaldi ribelli utilizzando l’aviazione. Aleppo è stata la città più bersagliata dai “barili bomba”, cioè bombe artigianali sganciate dagli elicotteri. Sono ordigini imprecisi che finiscono inevitabilmente con il colpire la popolazione civile.

I ribelli non dispongono di un’aviazione ed è per questa ragione che ai ribelli sono così utili i kamikaze schierati dai ribelli islamisti. Un veicolo blindato e carico di esplosivo funziona come un missile di precisione, in grado di neutralizzare uno specifico caposaldo e aprire così un varco nelle linee nemiche. Quando non ci sono kamikaze a disposizione, i ribelli sono costretti a combattere una guerra d’attrito, in cui l’artiglieria, imprecisa e spesso altrettanto artigianale rispetto ai “barili bomba”, viene utilizzata per cercare di neutralizzare le posizioni nemiche. Ad Aleppo il fronte è stato statico così a lungo che in più di un’occasione i ribelli hanno avuto il tempo di scavare tunnel sotto edifici in mano al governo e farli saltare in aria con una mina, come accadeva spesso durante le battaglie della Prima guerra mondiale.

Una serie di mine fatte esplodere dai ribelli sotto un caposaldo controllato dal regime

Gli assedi – soprattutto quelli lunghi che coinvolgono grandi centri abitati – creano contrasti stridenti tra guerra e vita civile. Il simbolo di questi contrasti sono probabilmente le immagini riprese da alcuni fotografi che mostrano alcuni ragazzini mentre si fanno il bagno dentro il cratere di un barile bomba riempito d’acqua. Ad Aleppo continua a vivere più di un milione di persone: la città è semplicemente troppo grande e ricca per essere abbandonata dalla sua popolazione com’è accaduto a Daraa o Kobane. In alcuni quartieri, soprattutto quelli controllati dal governo, la vita va avanti in maniera quasi normale. Mentre leggete questo articolo, decine di migliaia di studenti continuano a frequentare corsi di ingegneria, letteratura francese e medicina all’università locale. Anche se in città non è facile procurarsi cibo, molti abitanti raccontano che lasciare Aleppo significherebbe probabilmente dover raggiungere i grandi campi di rifugiati oltre il confine turco e quindi rinunciare alla propria casa, al lavoro e a tutti i propri beni. Ma a poche centinai di metri da dove la vita continua ad andare avanti ci sono chilometri quadrati di rovine spettrali. Quella che ha colpito Aleppo è una distruzione su una scala che non ha nulla da invidiare a quella subita dalla Striscia di Gaza, nell’estate dell’anno scorso, e che non ha risparmiato nemmeno l’antica cittadella, considerata dall’UNESCO patrimonio dell’umanità.

Fotografie scattate da un drone sulle rovine della città

I contendenti
La varie brigate ribelli che combattono in città si sono riunite in due coalizioni. Da un lato c’è Fatah Halab, formata lo scorso aprile da una trentina di brigate moderate della FSA. A quanto sembra è stato questo gruppo ad ottenere il più importante successo nella battaglia di questa settimana, quando ha conquistato e difeso dai contrattacchi dell’esercito l’edificio del Centro di ricerca militare, uno dei principali capisaldi del regime nella periferia occidentale della città. L’altra formazione è Ansar al Sharia (AS), una coalizione formata da estremisti islamici e di cui fa parte al Nusra, una formazione affiliata ad al Qaida. AS è del tutto simile a un’altra coalizione di ribelli estremisti che avevamo giù incontrato: si tratta di Jaish al Fateh (JAF) che opera a un centinaio di chilometri da Aleppo e che pochi mesi fa è riuscita a conquistare la città di Idlib (al Nusra fa parte anche di JAF oltre che di AS). Nelle recente offensiva moderati ed estremisti hanno due “centri di comando” separati, cioè in teoria non collaborano apertamente. I moderati, infatti, ricevono aiuto da Stati Uniti e Giordania, ma soltanto quando si rifiutano di collaborare con gli islamisti. Sul campo le cose sono molto più complesse e sembra che ad Aleppo i rapporti tra moderati e islamisti siano abbastanza buoni. Non ci sono notizie di scontri tra le due fazioni, come invece era accaduto a Daraa.

Nel nord della città c’è una terza forza che finora è rimasta neutrale nello scontro: si tratta dei curdi che abitano il distretto di Sheikh Maqsood, una specie di ghetto fatto di case piccole e strade strette in cui il regime teneva confinata la minoranza curda che abitava in città. Oggi il quartiere è una fortezza nella fortezza, presidiato dai miliziani curdi dell’YPG e governato dai politici del partito radicale PYD, che controlla anche il Rojava, la regione curda di fatto autonoma che si estende nel nord della Siria. I curdi sono alleati della FSA, hanno un rapporto ambiguo con il regime e sono apertamente nemici degli islamisti. La loro storia, come quella dei drusi As Suwayda, mostra ancora una volta un altro aspetto della guerra in Siria che tendiamo a dimenticare: l’implosione di una nazione in cui ogni comunità cerca di sopravvivere da sola.

Alla scrittura di questo articolo ha collaborato Andrea Lazzaroni

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