Le notti (tragiche) d’agosto

Nelle notti d’estate soprattutto – a parte al caldo – pensi ai tuoi fallimenti, quelli lavorativi, sentimentali, sociali, politici, e lasciamo stare la scrittura. Le volte che non hai dato la risposta giusta (all’esame, durante il litigio, al lavoro), eppure era semplice, ex post, se ci ripensi (la risposta, la battuta, il motto, e quindi, in sostanza, la decisione) ti doveva venire a mente con facilità. E tuttavia, ex ante, il vuoto. Così nelle notti d’estate ci ripensi e cosa scopri alla fin fine? che la tua vita è un accumulo di riposte esatte date nel momento sbagliato. Ma anche un accumulo di inganni, alcuni fisiologici, altri specifici, illusioni, prospettiche e di scala temporale, bugie e altro, e ci pensi, ex post, appunto, bastava misurare meglio, un minuto di concentrazione in più, un maggiore autocontrollo, che ci voleva?

È una tragedia la vita, i sentimenti, più precisamente, sono tragici. Così ti alzi dal letto che sennò ti viene il panico, scendi, devi muoverti un po’, altrimenti l’acido lattico non si scioglie. Per strada non c’è nessuno, ancora il vento dal mare, leggero sul collo come un soffio, i lampioni già spenti, cammini fino al Gianicolo e alzi gli occhi. E la vedi, eh sì, la bellezza (del cielo) che fa rima con tristezza: se ne sta andando l’estate. Vega è molto bassa sull’orizzonte, Altair è quasi tramontata, insomma la costellazione del Cigno è diventata una croce. L’orizzonte sud è vuoto, e quella stella luminosa a est dovrebbe essere Orione (boh? poi chiedo ad Amedeo Balbi) comunque è brillante e insomma, per quello che mi ricordo sono stelle autunnali. E infine la vedi, la stella cadente e ti viene un’invocazione laica, una preghiera, cioè un desiderio (la religione in fondo è un ottimo strumento di autopromozione): stella cadente, esaudisci i miei desideri fino alla fine, scenda la tua luce a illuminarmi così che tutte le mie membra siano attentamente scrutate, dal capo ai piedi, tutto quello che c’è in mezzo e il cervello, la carne, il sistema digerente, quello respiratorio e quelle escretivo, il tessuto muscolare e quello connettivo, il linfatico e l’arterioso, illuminami e purifica il mio cuore, così che possa fare per l’autunno delle scelte giuste e sagge, ex ante, però. Stella cadente illuminami, e concedimi, per amore mio, l’arte della misurazione.

A proposito di sentimenti tragici. La fragilità del bene, di Martha Nussbaum (il Mulino). Dice, capitolo secondo dedicato a Eschilo e il conflitto pratico:

«La tragedia greca mostra persone buone rovinate da avvenimenti che semplicemente capitano a loro e che esse non controllano. Questo è un fatto senza dubbio triste, ma normale nella vita umana. Inoltre, questa eventualità non minaccia nessuna delle nostre più profonde convinzioni sulla bontà, dal momento che quest’ultima può mantenersi indenne in mezzo ai cambiamenti della fortuna esteriore. Ma la tragedia mostra anche qualcosa di molto più molesto: mostra persone buone che compiono azioni malvagie, contrarie ai loro principi etici, al loro carattere, perché vengono costrette da circostanze che sfuggono al loro potere».

Ora, mi rendo conto, non c’è nulla di meglio per uno scrittore che raccontare l’inconsapevolezza (e per un lettore leggerla), la bassa percezione o l’annebbiata consapevolezza con la quale i personaggi agiscono (né tantomeno sembrano capaci di elaborare una qualche strategia, pur larvata, per controllare gli avvenimenti). Cosa c’è di meglio per raccontare l’empatia? Cosa c’è di meglio, per esempio, di Ettore e Achille. Come non commuoversi. Ventiduesimo canto dell’Iliade. Achille arriva e splende come la stella che sorge a fine estate (ecco, appunto). Ed Ettore non si lascia convincere dai suoi familiari (eppure la madre gli mostra il seno, il padre si strappa i capelli) e decide di affrontare Achille (in verità, per un momento pensa anche di arrendersi: eccoti Elena, le ricchezze, ma lasciami in pace e beviamoci una cosa). Poi lo vede, ha paura, scappa (tre giri completi attorno alle mura), quindi si ferma. L’affronta. In fin dei conti ha Deifobo accanto. Quindi scaglia la sua lancia (e Atena, subdola, gliela devia). Poco male, si volta, sa che il fratello gliene porgerà un’altra. E invece, Deifobo non c’è. Un inganno della dea Atena. È fatta: gli dei l’hanno abbandonato. Che può fare? Andare incontro tragicamente e coraggiosamente al proprio destino. (Ettore nonostante sia mortalmente ferito al collo può solo pregare Achille: non dare, ti prego, il mio cadavere in pasto ai cani). Perché la dea Atena condanna Ettore? Perché l’abbandona nel momento più difficile? Che colpa ha Ettore?

E Edipo? Ha per caso commesso qualcosa di male? Che ne sa lui (esposto lattante e salvato da un servo, cresciuto in terra straniera) che quel vecchietto che ammazza perché non gli cede il passo lungo una stretta stradina di campagna è il suo vero padre, che ne sa che quella regina con cui giace (ma ne ha superato di prove per entrare a Tebe) è sua madre? Che ne sa che così facendo, la profezia, suo malgrado, si avvererà? Domande quante ne vogliamo, a perdita d’occhio, risposte niente, manco per idea: è la tragedia, cioè, la storia di avvenimenti che non controlliamo.

A volte, i suddetti ci trasformano in persone malvagie e spesso c’è illogicità, contraddizione negli accadimenti. In fondo, nota Albin Lesky (Decision and responsability in the tragedy of Aeschylus, in Journal of Hellenic Studies) Agamennone deve partire per Troia, e dunque soddisfare i voleri di Zeus (sta o non sta conducendo questa campagna contro Troia per conto di Zeus, cioè colui che protegge i diritti dell’ospitalità?) e quindi: arma le guarnigioni, metti su la flotta, un casino – che se capitasse a me, altro che notte d’agosto. E perché deve  contemporaneamente uccidere pure sua figlia Ifigenia, una bellissima adolescente, per propiziarsi il viaggio? Che colpa ha Agamennone? Ha rispettato i voleri degli dei (senza opporsi, senza farsi lui stesso dio e intromettere la sua volontà per orientare gli avvenimenti) ma perde sua figlia e non solo: la moglie Clitennestra non glielo perdonerà mai, e gliela farà pagare con la vita.

«Qui non c’è nessuna coerenza» dice Albin Lesky. Non c’è coerenza perché non c’è consapevolezza, o se c’è, i tragici greci, si limitano a raccontarne una parte: la consapevolezza del fallimento: devo andare incontro al mio destino, farmi uccidere da Achille, accecarmi perché non posso andare nell’Ade e incontrare mio padre (che ho assassinato) e mia madre (con la quale ho giaciuto), uccidere mia figlia e pagare con la mia vita. È così! Però dobbiamo ammettere che è commovente. Anche perché queste cose capitano nella vita, e noi ci commuoviamo nel vedere personaggi, senza responsabilità alcuna, schiacciati da un peso. Aumenta l’empatia. E poi la tragedia è sfumata, raffinata, e coglie molti particolari.

Prendi Eschilo con Agamennone (la prima parte della trilogia). Dice Clitennestra: «senza fare di lei nessun conto, come se avesse dovuto ammazzare una bestia da pascolo in mezzo a un numeroso gregge di belle pecore lanose, sacrificò la propria figlia». E in effetti Agammenone dice: «e dunque, plachi il sacrificio i venti e sgorghi il sangue dalla vergine (…) è giusto e santo che questo io desideri con furore. E così sia bene».
Dunque, in sostanza. Agamennone è costretto ad ammazzare sua figlia, per propiziare i venti, però lo fa senza turbamento alcuno. Il coro nota questa incongruenza e ci mette il carico, e lo biasima: ma come? L’uccidi così? «E immerse il collo nel collare della necessità. E spirando dal mutato cuore sacrilegio, empietà profanazione, ecco, fu pronto a tutto osare».

Poi è vero che se non avesse ammazzato sua figlia, sarebbero morti tutti, di bonaccia, quindi il re sacrifica la figlia per salvare soldati e spedizione, insomma, brutta situazione. Anche vero è che la libertà per i greci (Berlin ne parla con molta accuratezza nel saggio, La nascita dell’individualismo greco, contenuto In Libertà, Feltrinelli) è servire la città, quindi sottomettersi alle leggi della polis. Libertà e necessità quindi sono due dimensioni irriducibili e in contrasto fra di loro (hai voglia di giustificare Antigone, anche lei si appella a leggi non scritte, e hai voglia di condannare Creonte, l’hanno messo in mezzo e l’ha fatto solo per la città: se tu seppellisci tuo fratello, con che faccia, dice Creonte ad Antigone, potrò guardare i cittadini e i tuoi parenti che sono morti per la polis?).

Libertà uguale polis è un concetto che cambierà nettamente con la morte di Aristotele e l’arrivo degli stoici e degli epicurei, insomma degli isolani, Zenone ed Epicuro: ma quale polis, quali leggi? Suvvia. Etica e politica divorzieranno. Il gruppo e gli uomini che si ritengono parte del gruppo, non saranno più importanti, sta arrivando l’individuo. Altro che polis. Tuttavia Martha Nussbaum sottolinea che il problema è un altro. Agamennone uccide Ifigenia senza tentennamenti. «Avrebbe potuto dire: questa soluzione è orribile, tuttavia io l’intraprendo con dolore e ripulsa». Non lo dice, anzi, a deliberazione avviata, Agamennone diventa ottimista, convinto: se la soluzione scelta è quella giusta (ed è giusta) conseguirà un gran bene. E c’è secondo la Nussbaum qualcosa di veramente crudele e meccanico in questo, perché i sentimenti mutano all’improvviso: adesso il re è sicuro e ottimista. Ed Eschilo lo nota, attraverso il coro ci dice: così non va, se non c’è sofferenza non c’è conoscenza, perché solo la sofferenza descrive in modo appropriato come davvero sia la vita umana in alcune circostanze. Poi Eschilo si ferma lì, non offre soluzioni, l’unica cosa che si avvicina a una soluzione è «descrivere e vedere chiaramente il conflitto e riconoscere che non c’è via di uscita. La cosa migliore che l’individuo può fare è accettare la propria sofferenza e non soffocare queste reazioni per un erroneo ottimismo». Quest’atteggiamento, secondo la Nussbaum è alla base dell’umanesimo (e mica sono in disaccordo, ci mancherebbe).

Però quando arriva Socrate, che divertimento. Cioè, le tragedie cominciano tutte con oscuri presagi, uccellacci neri, carestie e maledizioni e vaticini, uomini che vagano confusi e persi in campagne desolate in preda a deliri e il Protagora di Platone invece inizia con Socrate che si ritira dopo una nottata softcore con Alcibiade. Ma come? Devono andare a sentire Protagora e Socrate ha sonno, non c’ha voglia? Con i dialoghi di Platone cambia tutto, cambia soprattutto lo stile, niente orpelli retorici e prose ricercate, semplici discorsi quotidiani: ma dove sei stato, o Socrate, dietro la bellezza di Alcibiade? Bene, la tragedia cerca di rispondere alla domanda che tutti ci poniamo ancora oggi: come fare a sopportare questo dolore? Invece, questo pingue (e bruttarello) signore ateniese, deciso a capire cosa la gente abbia in testa, uno capace di fare domande ovvie e tuttavia spingere le persone a impegnarsi in risposte non ovvie, questo filosofo autodidatta – diciamo la verità – un cacacazzo, cambia la domanda, ci dice: come fare a superare questo dolore?

Cambiano anche i personaggi, non più cittadini sotto obbligazioni, ma cittadini gentili che cercano di dire meglio che possono le cose che sanno, argomentando. Tra l’altro il Protagora è molto divertente, soprattutto quando Socrate dopo aver ascoltato per molto tempo Protagora (aveva finito di parlare ma era se come parlasse ancora, nota in chiosa con sottile ironia) gli chiede di cambiare stile: discorsi brevi e pensieri chiari: perché parli così bene, mi incanto ad ascoltarti, mi emoziono e non ragiono. Come se Socrate dicesse a Protagona: Ho capito! Ma che hai detto? (che tra l’altro è il titolo di un vecchio spettacolo comico scritto da Francesco Piccolo, però non parlava di Protagora).

E i due discutono: come fare a porre rimedio all’imponderabile, quello che accade irrimediabilmente, la tyche: noi non possiamo vivere alla sua mercè, sembra dire Socrate. E allora? E allora c’è la techne. Applicazione dell’intelletto umano, giudizio pratico (o saggezza), previdenza, pianificazione a medio e lungo termine, predizione (cose che in Italia, appunto, mancano dai tempi della Magna Grecia). Insieme di pratiche: mestiere, arte, scienza (ci sono svariate traduzioni, mi dice mio figlio, sfogliando il vocabolario: tra l’altro si è pure fatto greco a settembre). L’edificazione delle case, la confezione delle scarpe e la tessitura, l’equitazione, il suono del flauto, la danza, la recitazione la poesia, la matematica, la meteorologia, oh techne, sembra dire Socrate, purificami il cuore, per amore mio. Aristotele poi, successivamente, l’avrebbe anche ordinate. La techne deve rispettare quattro caratteristiche: universalità, trasmissibilità, precisione, interesse per la spiegazione.

Beh, rispetto alla tragedia è un’altra cosa, no? Nel Protagora, Socrate (che non amava la tragedia, si sentiva ricattato dalla parola scritta) ricerca una misura condivisa grazie alla quale siamo in grado di comprendere il valore di un bene e soprattutto riusciamo a costruire una scala di riferimento dai cui gradini provare a guardare il mondo. I dialoghi, appunto, si prestano all’arte del ragionamento, condiviso e pubblico, in contrasto con l’azione drammatica, a volte ricattatoria. Se facciamo le differenze fra le scelte, otteniamo, per confronto, i valori.

E sembra dire (non lo dice, ma sembra), a proposito di Agamennone costretto a subire due obbligazioni in contrasto tra loro: ma veramente? Cioè sicuri che gli dei vi chiedono due cose tra loro contrastanti? Non diranno mica sciocchezze? Forse non dovete credere a tutto. Oppure siamo noi a non essere in grado di deliberare con saggezza. Sembra dire (ma non lo dice, ma per me l’ha detto) a proposito della bonaccia che blocca le navi di Agamennone: ma se chiamassimo un meteorologo? La meteorologia è compresa nell’elenco. Magari se sappiamo quando arrivano i venti ci togliamo un pensiero, Ifigenia si salva (per me bisognerebbe sempre sentire, per molte questioni anche non specificatamente atmosferiche, Paolo Sottocorona – le 7 – 7.20 anteprima e 7.40 previsioni – è bravissimo, chiaro, socratico, e niente esagerazioni tragiche su temperature catastrofiche).

Cose pratiche eppure che richiedono l’applicazione dell’intelletto umano. Ipotesi e dati: analizziamo, valutiamo, misuriamo e poi cerchiamo di scegliere, con un metodo comune. Altrimenti come facciamo a sopportare tutto questo dolore? Non possiamo farci dei, d’accordo, ma almeno la dignità di essere uomini. Uomini, non bruti alla mercè dell’imponderabile. Il confronto con Protagora è tutto qui. Alla domanda su quale arte aiuti più delle altre ad affrontare una buona deliberazione, il filosofo sofista si dimostra conservatore e umanista: vuole una techne che rimanga vicina alla pratica ordinaria della delimitazione. Mentre Socrate, più preoccupato dei problemi umani, soprattutto pratici, vuole andare oltre e dice: se vogliamo salvare la nostra vita, più scienza – anche se la scienza modifica radicalmente la nostra vita.

Dietro Socrate c’era la rinascita ionica. «Un vero e proprio movimento di istruzione popolare» dice lo storico Benjamin Farrington. Furono soprattutto i medici greci, ricorda Corbellini in Scienza, (Bollati Boringhieri) «a fare un salto in avanti nella comprensione del metodo scientifico. I medici ippocratici, infatti, applicarono per primi e in modo sistematico il controllo delle ipotesi, cioè la separazione dalle teorie dalle prove, con l’assegnazione alla verifica dell’esperienza di uno statuto superiore rispetto alla teoria». In fondo i medici dell’epoca, dovevano confrontarsi ogni giorno con le sofferenze della gente (e non potevano dire “accettala”, perché la sofferenza fa umanesimo), erano spinti a razionalizzare le intuizioni popolari e verificare le spiegazioni tradizionali e intuitive che queste sofferenze alimentavano.

Un bel salto, un’utile integrazione alla sensibilità tragica, o no? Ma allora perché si continua a vedere nella techne qualcosa di meccanico, esogeno all’uomo, una blasfema divinità? Sembra paradossale: parliamo di scienza, misurazioni, comparazioni, valutazioni, e non pensiamo più a Socrate in giro per l’agorà a proclamare “so di non sapere” – e dunque umanamente, umilmente, deciso ad affrontare la sua ignoranza e cercare un rimedio, sia pur temporaneo – ma, al contrario, rivediamo lo sguardo ottimista e stupido di Agamennone, uno che ha deciso senza tormenti. Come se la scienza (agricoltura, medicina, immunologia, biologia, genomica e soprattutto cose basiche, buone pratiche igieniche: fognature, bagni e servizi igienici) liberandoci da alcune forme di sofferenze ci rendesse cinici. Tale e quale Agamennone, uno che ha ottimisticamente placato la sofferenza, e può far tutto e di tutto, perché ora pacificato con se stesso non può accorgersi della sofferenza della gente. Taglieremo la gola a nostra figlia? Ma veramente lo fate? Così (sono certo) direbbe Socrate. Ragioniamo. Cerchiamo, per esempio, di capire come nascono le nostre opinioni: solo se sforziamo l’intelletto riusciamo a fare chiarezza – è una tammurriata nera. Ha ditto ‘o parulano: Embè parlammo, pecché, si raggiunammo, 
chistu fatto nce ‘o spiegammo!

E già. Come nascono le nostre opinioni? Siamo dei sapiens, dunque, il frutto di una lunga e tormentata storia evolutiva. Gli studi di Daniel Kahneman (Pensieri lenti e veloci, Mondadori) – condotti con Amos Tversky, un raffinatissimo intellettuale – hanno individuato due modalità di formazione delle opinioni: quelle prodotte attraverso il sistema uno e quelle che passano per il sistema due. Il sistema uno è veloce, ecosostenibile (consuma poco glucosio), fortemente associativo, funziona in automatico e salta subito alle conclusioni. Ci fa riconoscere la paura nel volto di un altro in pochi millesimi di secondo. Per forza c’entra la nostra storia evolutiva. Questa modalità di ragionamento ha origine nel paleolitico, lì, la velocità portava un vantaggio adattativo. Associa delle macchie gialle nel verde della savana, salta alla conclusione: è una tigre dai denti a sciabola! Fuggi per primo. Quanto funziona questo sistema? Pare tanto, e pare lo usiamo spesso.

Decisioni intuitive (Raffaello Cortina) di Gerd Gigerenzer, non so sia un libro rassicurante o inquietante. Bello di sicuro. Dimostra con accurati esprimenti che molte delle nostre scelte avvengono grazie all’intuito, sistema uno, quindi. Che ha una sua logica, antica ma funzionante (del resto c’ha portato giù dagli alberi). In una società complessa, molte delle nostre scelte anche quelle importanti, si prendono senza pensarci troppo. Euristiche, scelte semplificate. Esempio di euristica: mio figlio, lo scorso anno, ha dovuto scegliere il liceo. Classico o scientifico? E quale istituto? Allora, sono andato a dieci incontri con i professori che illustravano i pregi dei loro rispettivi istituti. Ho preso appunti, ho costruito schemi Excel, nelle cellette ho sistemato i pro e i contro. Poi la valutazione è passata a Brando che infine ha scelto il classico, liceo Manara. Come mai? ho chiesto. Risposta: ci sono ragazze più carine! Naturalmente è un’euristica e lo è anche il mio sorriso complice (voglio dire un derivato di un lunga tradizione meridionale). Non è neppure detto che sia sbagliata (anche se si è fatto greco).

Un’altra teoria di Gigerenzer, per me inquietante, è quella che individua l’euristica che ci porta a fare scelte politiche: si chiama euristica della collana di perle. Cioè di tutte le perle, cioè le proposte che i politici fanno, io ne prendo solo una, quella a me più vicina, nella speranza che quella tiri le altre. Quindi, come gli affezionati lettori sanno, io sono a favore dell’innovazione in agricoltura (in effetti sono un po’ fissato), e allora sarei portato a votare il candidato che si dichiara pro biotech. Biotech pubblico, ci tengo a sottolinearlo: cioè vorrei un ministro capace di abolire quei due terribili decreti, Pecoraro Scanio e Alemanno che vietano la ricerca e la sperimentazione in campo delle piante ottenute con la tecnica del DNA ricombinante, così da lasciare i nostri ricercatori liberi di sperimentare nuove varietà di melanzane, zucchine, pomodori e frutta varia e vendere semi delle suddette culture migliorate a tutto il mondo; sapete, a proposito di frutta, le royalties fruttano. Quindi mi trovo in difficoltà, in quanto sono quasi tutti anti biotech. Ecco, potrei votare, se si candidasse, De Gregori che con grande coraggio e sprezzo del pericolo ha dichiarato che la sinistra si commuove dietro a slow food. E di conseguenza non potrei mai votare Pippo Civati o Gentiloni che hanno twittato cose come: slow food è il futuro. Vabbè, ma questo non c’entra, cioè, c’entra con la tragedia della sinistra, non con la tragedia in generale.

Quindi il sistema uno è continuamente in uso, qualcosa come una vocina interiore (che in altri tempi sarà apparsa come la polis, la tradizione, l’autorità, il sacro, Dio, Zeus, o sogni o visioni). Problema, funziona sì, ma produce bias, errori valutativi, dovuti al fatto che quelle caratteristiche che un tempo erano adattative ora, con la complessità moderna, diventano cattivi adattamenti. Ce ne sono una caterva di errori valutativi, tutti tipici del sistema uno. Falsano le misurazioni. Accade soprattutto quando il sistema uno prende il sopravvento e il sistema due risulta troppo pigro per contraddirlo (del resto è lento, pigro, analitico e comparativo. Consuma molto glucosio, richiede attenzione costante e provoca tensione muscolare per lo sforzo).

Un bias è, per esempio, il fenomeno dell’introspezione rosea. La sensazione che il passato sia migliore del presente – un’eccellenza italiana. Sempre in campo reazionario, quelli che pensano che tutto sia contenuto nella tradizione e nel mito (un tempo erano i fascisti, adesso non lo so più). E la tradizione che contiene lo spirito, la verità, l’assoluto, le colture tipiche, e dunque non si può modificare, integrare, migliorare. Che fai, modifichi l’autorità? Distruggi la tradizione? Sì, lo so, poi ci sono quelli che giustamente dicono: ma le vecchie culture sono anche un patrimonio, perché delle 3.000 e passa pere dobbiamo coltivarne sempre e solo una decina? Perché alcune di queste 3.000 e passa pere fanno schifo, non si possono mangiare a meno che non si modifichino. Altre sono come le vecchie Cinquecento, belle ma difficili da mettere su strada adesso, a meno che non si tratti di un corteo vintage. E se volessimo riportare in vita le Cinquecento e renderle competitive, dovremo rifare i freni, l’impianto di raffreddamento, e così è per le pere di un tempo: se dobbiamo coltivarle oggi è necessario anche migliorarle. Io sono per il miglioramento, in quanto appartengo al club dei progressisti tragici: ogni nuova misurazione aumenta sia comprensione sia ignoranza, e insomma trovo difficoltà a discutere con quelli che credono che il pero (cioè la natura) ci regali pere buone senza l’intervento umano. Ma che gliene frega al pero di noi! Nemmeno ci conosce. Quello pensa solo a produrre un frutto abbastanza invitante per gli animali, così da disseminare il seme.

Comunque, a prescindere, è giusto conservarle le colture, anche se sono brutte sporche e cattive, e infatti basta guardare i campi di genetica sperimentale: sono pieni di piante diverse, non c’è nessuno più attento alla biodiversità dei genetisti, sono fissati almeno dal 1980, quando convocarono a Rio un congresso per lamentare la scomparsa della biodiversità. Solo per dire che questo pregiudizio, il pessimismo nostalgico, o il sapere nostalgico, la retrospezione rosea, inquina la misurazione: se il passato è una dimensione ideale, qualsiasi comparazione con il presente sarà falsata, quindi che ci stiamo a fare su questa terrà? Solo per recuperare quello che gli antichi, più saggi e giusti ci hanno consegnato? Senza toccare le piante di pero, ovviamente.

Oppure, il bias della disponibilità: lasciarsi trascinare dall’onda emotiva. Maggiore è la facilità con cui recuperiamo certi ricordi, tanto più intensamente ci lasceremo trascinare nelle scelte e nella formazione delle nostre opinioni. Il mese scorso sono precipitati due aerei, quindi io prendo il treno. Il rischio in realtà non è cambiato e siamo soggetti a un bias di disponibilità. Ancora: sottovaluto i rischi di un certo inquinamento perché i media ne hanno parlato poco, e quindi non ho ricordi in proposito, o al contrario li sopravvaluto perché se ne parla tanto.

Il bias della certezza rispetto al dubbio: ovvero la tendenza a evitare il caso e il disordine. Esperimento: prendiamo il sesso dei bambini nati in un ospedale e consideriamo tre sequenze MMMFFF (maschio maschio maschio femmina…) FFFFF, MFMMFM. Qual’è la più probabile? Nella maggioranza dei casi l’ultima è giudicata la più probabile, perché più ordinata. In realtà il sesso del primo nato non influenza quello del secondo. Si tratta di eventi casuali. Ma noi cerchiamo modelli, e immaginiamo un mondo coerente e regolare. Questo bias spinto all’estremo dà luogo al “complottismo”- altra eccellenza italiana – la tendenza a cercare cause e manovratori occulti. Nuova definizione per la vecchia battuta di Alberto Sordi: a me m’ha rovinato la guerra. Ancora, l’effetto ancoraggio. In uno studio fu chiesto di indicare quale fosse il prezzo medio di un’auto in Germania. Se veniva mostrata una Mercedes il prezzo si alzava, se si mostrava una Volkswagen il prezzo si abbassava. Insomma uno stimolo tende a evocare informazioni che sono compatibili con lo stimolo stesso: se getti un’ancora, poi li attorno graviti.

È un problema moderno, l’eccessiva presenza di bias. In una società complessa, rischiamo di non prendere buone decisioni. Voglio dire se, per esempio, giudichiamo più probabile la morte per fulminazione che per botulismo – quest’ultima è 52 volte più frequente – pensate a quante nostre opinioni su temi sensibili sono inquinate da errori simili. Quindi, se volessimo riproporre la vecchia domanda (tragica) e attualizzarla in questo mattino stellato con l’autunno che fa capolino? Come facciamo a sopportare questo dolore? (E qui la cultura umanistica si rivela un’ottima investigatrice, soprattutto quando ci racconta le complesse dinamiche dei conflitti e delle sofferenze.) Si capisce che per forza è necessario usare la techne, insomma, sistema due: accenderlo, di tanto in tanto. Eppure, sono sicuro che nonostante la scienza sia una prerogativa umana, con le sue procedure da sistema due (il metodo ipotetico-deduttivo, che tra l’altro è solo l’evoluzione del pensiero astratto e meta cognitivo a partire dalle tradizioni antiche: magico, poi logico e naturalistico), ci sarà sempre un momento nel quale una pratica o uno scienziato – uno che ha misurato e su questa misura ha avviato una deliberazione – nel quale il suddetto ci apparirà freddo e spietato, pronto ad andare avanti, proprio perché sicuro del suo metodo: niente pentimenti, né tormenti, solo ottimismo a oltranza, ho la misura dalla mia parte.

Ci sarà un momento in cui rivedremo lo spietato Agamennone e non un semplice e responsabile cittadino che avendo delimitato una questione si è affrancato dal potere dell’imponderabile (Corbellini: «con l’espressione metodo scientifico si intendono procedure metodologiche grazie alle quali gli individui operano per costruire rappresentazioni del mondo affidabili e intersoggettive», procedure utili perché gli scienziati sbagliano e sono soggetti a errori in buona e cattiva fede: ignorano dati, non stimano quantitativamente i propri errori, sono soggetti a bias ecc.). Ci sarà un momento, dunque, in cui qualcuno dirà: la scienza non genera valori (come ha scritto il Papa emerito). Però nemmeno la sofferenza e l’accettazione coatta. Si potrebbe sostenere che la sofferenza ha un senso solo se si fa qualcosa di utile e giusto per evitarla – o evitarla alle generazioni che verranno.

È uno scontro di due sistemi, uno vecchio e uno giovane che si sono separati. Prima, un tempo, alla nascita del metodo scientifico, la scienza parlava di Dio. La tradizione teologica naturale è stata il principale veicolo attraverso il quale gli scienziati hanno annunciato al pubblico le proprie scoperte. Poi è arrivata la matematica e così Laplace rispose a Napoleone che gli chiedeva come mai non parlasse di Dio nella sua Meccanica celeste, «non ho bisogno di quell’ipotesi». E poi la scienza spesso è controintuitiva, quindi potrebbe respingere il sistema uno e le sue decisioni. La scienza ci dice: ti stai sbagliando, le tue opinioni sono fallaci, la tua voce interiore (quella di Dio, Zeus, dell’autorità sacramentale e della polis) potrebbe rivelarsi errata. Vero, se consideriamo naturale il sistema uno, perché quello che si è sviluppato per prima e ha fatto anche bene il suo lavoro, allora bisogna ammettere che la scienza, come l’agricoltura, sono le pratiche più innaturali che esistono (per un milione e passa anni il nostro genere è stato cacciatore e raccoglitore, gli agricoltori sono un puntino nella nostra storia evolutiva) e bisogna dare ragione a Socrate quando invita a essere più scientifici. Noi cambiamo (artificialmente) l’ambiente e l’ambiente modificato, modifica noi.

Io trovo tutto questo bello e vitale, umano e dunque imperfetto, come trovo bello e imperfetto e inquinato dalle luci umane questo cielo stellato. «Tutti gli studi neuroscientifici, in ambito clinico e sperimentale, mostrano che le aree frontali, che sono peraltro quelle che maturano per ultime, durante l’adolescenza, ovvero nel periodo in cui può avvenire l’acquisizione di un metodo scientifico, sono implicate nel sistema astratto, nel coordinamento delle informazioni utilizzate per la pianificazione del comportamento. Quindi praticare la scienza cambia il cervello. La scienza diffonde anche l’idea che attraverso l’autodeterminazione e le libere scelte fondate razionalmente, si possono creare società ordinate; non serve più una personificazione dell’autorità a garanzia delle regole di controllo sociale»(Corbellini, Scienza).

Dura eh? Ma dai, è solo ignoranza, dice Stuart Firestein, nel suo libro Viva l’ignoranza, il motore perpetuo della scienza (Bollati Boringhieri). Altro che arroganza e calcolo, e sapere e sguardo cinico. Con buone domande e con la capacità di gestire la propria ignoranza, siamo tutti scienziati, cerchiamo solo di capire il mondo, al di là dei vaticini e dei presagi. Di tanto in tanto facciamo degli esperimenti per mettere alla prova questo o quello, se calza o non calza con la nostra idea del mondo. E la luce occasionale poi si spegne e ci consegna altro buio.

I nostri sentimenti non sono diversi, dalla illuminazione può nascere altro buio. Ditemi se Cechov aveva o non aveva capito tutto sui sentimenti moderni? Questo medico generico che vedeva (e giustamente) forza e umanità nel vapore e nell’elettricità piuttosto che nella teologia di Tolstoy. Eppure, l’eroe cecoffiano è uno che scopre la verità e si accorge poi di non avere la forza per sostenerla. Una forma moderna di tragedia: la consapevolezza pesa e richiede responsabilità. Non è scontato ci sia la forza necessaria. Siamo semplici sapiens con una complessa storia evolutiva. Una situazione tragica, a suo modo. Prendi uno dei suoi ultimi racconti (Cechov è già malato): La signora con il cagnolino. Il protagonista, Gurov, capisce quello che per anni la sua strategia di seduttore seriale gli ha impedito di capire. Gurov capisce scientificamente attraverso un esperimento consueto – cioè seducendo una ragazza ingenua – la verità: ama la ragazza ingenua, mai successo, ama dunque Anna Sergéevna, questa ragazza con il cagnolino, piccola, scialba che però è tutta la sua vita. Cominciano una relazione clandestina (sono tutti e due sposati) sanno che non potranno far a meno l’uno dell’altra.

«Anna Sergéevna e lui si amavano, come due persone molto intime, come parenti, come marito e moglie, come teneri amanti, sembrava loro che fosse proprio la sorte a predestinare l’uno all’altra e sembrava incomprensibile che lui avesse già una moglie e lei un marito: erano come due uccelli migratori, un maschio e una femmina che qualcuno avesse separato e sistemato in due gabbie diverse. Come liberarsi da questi vincoli insopportabili, chiedeva lui con la testa fra le mani? Come? E pareva che la soluzione fosse lì a portata di mano, dopo di che sarebbe cominciata una nuova vita, meravigliosa ed entrambi si rendevano chiaramente conto che la fine era quanto mai lontana e che le complicazioni e le difficoltà dovevano ancora cominciare».

E di noi? Cosa ne sarà. Come la mettiamo con i nostri fallimenti e le risposte giuste date al momento sbagliate? Come raccontiamo l’inconsapevolezza che ci paralizza e ci rende umani? Forse Cechov ha anticipato tutti. Sotto il cielo dell’alba, in attesa dell’autunno siamo tutti un po’ Gurov: moderni, cioè (più) consapevoli e più capaci di cercare una luce, ma non per questo più forti. Una forma particolare di tragedia, che lega consapevolezza e debolezza, tutta ancora da indagare e risolvere. E forse per questo non abbiamo diritto alla felicità, almeno non ora, non qui e non subito – quella sì annulla la tensione del volto – abbiamo solo il diritto e il dovere all’inquietudine e al cattivo carattere.

In fondo per molti secoli abbiamo creduto di essere al centro dell’universo, sopra di noi, un cielo stellato puro e incorrotto. Poi Copernico c’ha detto: ragazzi, ci siamo sbagliati, è tutto il contrario. Molti di noi hanno detto: no, che dici? E Galileo è dovuto intervenire: in effetti, se guardate con il telescopio: la luna per esempio, è un satellite debole e corrotto, pieno di crateri, e il sole ha le macchie. E allora come reduci, laceri e stanchi, abbiamo creduto d’essere al centro della terra, uomini che aspiravano alla perfezione, capaci di parlare con gli dei e da questi benedetti. Ed è arrivato Darwin che ha detto: ragazzi, ci siamo sbagliati. Siamo solo una delle tante specie, venuta su, per puro caso, a forza di milioni e milioni di mutazioni generiche, semplici errori duplicativi (o soppressione di triplette o mutazioni) di una molecola chiamata DNA. E qualcuno di noi ha detto: ma no che dite? c’è un disegno intelligente, c’è, è chiaro, alcuni ci parlano anche, con il disegnatore. Ma la scossa c’è stata, eccome. E allora abbiamo creduto d’essere perlomeno al centro del nostro io, capaci di introspezione, perché sotto, sotto la coltre c’è la nostra vera natura, e invece le neuroscienze c’hanno detto: ragazzi, ci siamo sbagliati, mi sa che nemmeno siamo padroni dei nostri pensieri, l’interiorità è un altro mito, siamo frutto di azioni e reazioni casuali e non tutte assoggettate a un ordine (anche chi ci crede troppo, è soggetto al bias di cui sopra).

Mi sa che è proprio questa la tragedia. Le stelle sopra di noi ci sono, sì ma corrotte e lo sappiamo, la legge morale dentro di noi, beh, quella, forse. Non è scontato, siamo in fondo dei primati, difendiamo il territorio, ci grattiamo la schiena a vicenda (l’altruismo è solo egoismo ritardato) e ci scambiamo beni per socializzare e perché ci fanno risparmiare tempo. Ne abbiamo fatto di strada per alzarci e sconfiggere le deliberazioni in contrasto fra di loro, per individuare le illusioni cognitive, per misurare. Ora siamo più consapevoli e cosa scopriamo? Che non abbiamo eliminato la debolezza. Dunque, bloccati tra consapevolezza e debolezza, in bilico tra queste due dimensioni, come decidiamo? Come ci regoliamo? A caso, andiamo a istinto, oppure parliamo, discutiamo nell’agorà senza ricatti emotivi, senza dei e senza sacramenti e senza presagi cupi come corvi svolazzanti? Cercando tutti i modi per allontanare i bias? E se sì, siamo disposti a cambiare idea se ci vengono mostrati i fatti, accertati secondo metodologia comune. E siamo veramente interessati a impegnarci in questioni epistemologiche? Con tutto quello che abbiamo da fare? E come la mettiamo con i nostri errori, quelli naturali e quelli specifici, le risposte date tardi, i ragionamenti ex post, belli e puliti e chiari, che non facciamo mai ex ante?

È proprio una tragedia, di nuova fattura – e che mistero i sentimenti. Un bordello. Ma a questa stella cadente che lascia la sua scia sopra il Gianicolo, sapendo che sì, ci illuminerà il cuore – ma in fondo è un attimo – possiamo chiedere che esaudisca, per amore nostro, almeno un desiderio: non ci faccia rinunciare all’indagine sulla nostra ignoranza, tantomeno al frutto del nostro lavoro. Si tratta solo di raccogliere quel barlume di luce che per un attimo ci restituisce lo splendore, qui, sopra di me al Gianicolo, prima dell’autunno, in senso letterale e metaforico.

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