Le discussioni infinite sui concerti di Bob Dylan

Vanno avanti da decenni e tornano ciclicamente: perché non parla, non suona la chitarra, stravolge le canzoni, e ora tiene anche il cappuccio

Bob Dylan in concerto a Minneapolis nel 2025 (Gary Miller/Getty Images)
Bob Dylan in concerto a Minneapolis nel 2025 (Gary Miller/Getty Images)
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Anche se non c’è un conteggio ufficiale, è probabile che Bob Dylan abbia fatto ben più di 4mila concerti dagli anni Sessanta a oggi, un centinaio soltanto in Italia. La dimensione dal vivo è sempre stata centrale nella carriera del più importante cantautore della storia della musica nordamericana, dai primi leggendari concerti al Greenwich Village fino al cosiddetto “Never Ending Tour”, cominciato alla fine degli anni Ottanta e in corso ancora oggi.

I concerti di Dylan sono materiale di infinite discussioni tra i suoi fan, che sanno bene che non sono necessariamente una bella esperienza. E infatti sono anche qualcosa di molto divisivo, come ha dimostrato quello che ha fatto a Milano questa settimana, nella prima tappa italiana del tour che passerà giovedì da Roma e sabato da Bologna. Nei giorni successivi, sui social e sui giornali, molti presenti si sono lamentati dell’esibizione, per ragioni diverse. Ragioni che per i fan di Dylan più incalliti, abituati alle sue ostinazioni e alle sue stranezze, non rappresentano sempre un problema, ma anzi spesso costituiscono parte della sua grandezza.

Qualcuno si è scocciato perché oltre a cantare, Dylan non ha detto niente, nemmeno un saluto. Addirittura a Milano a un certo punto qualcuno dal pubblico gli ha sguaiatamente urlato di “presentarsi”. Quella di non parlare ai concerti è una sua abitudine più o meno dagli anni Novanta: salvo estemporanee battute e considerazioni, da quel periodo in poi ha iniziato a presentare soltanto la band e a ringraziare. Da tempo fa di rado anche quello.

Altri hanno criticato la sua scelta di esibirsi poco illuminato e soprattutto con un cappuccio in testa, che dall’anno scorso ha sostituito il cappello a tesa larga che ha indossato sul palco per decenni. È un look bizzarro per un uomo di 85 anni come Dylan, che però in questo periodo non si fa vedere vestito in altro modo. Mercoledì ha tenuto il cappuccio in testa persino a colloquio con papa Leone XIV in Vaticano.

Bob Dylan e papa Leone XIV in Vaticano, il 4 novembre 2026 (ANSA/SIMONE RISOLUTI)

Altri ancora non sono stati contenti di vedersi sigillare il telefono in una delle buste utilizzate nel tour per impedire le riprese, anche questa una soluzione che Dylan ha adottato da alcuni anni. Chi lo conosce meno si aspettava poi di vederlo alla chitarra, strumento che però ha abbandonato dall’inizio degli anni Duemila per passare al piano, salvo rari casi.

Ma come succede sempre, a deludere molte persone che hanno visto il concerto di Milano è stata la questione più nota e discussa riguardo ai concerti di Dylan: il fatto che stravolga le sue canzoni, rendendo difficile riconoscerle e impossibile cantarle.

Come fa abitualmente da decenni, Dylan ha eseguito delle versioni delle sue canzoni molto diverse dalle originali negli arrangiamenti, nel tempo, nell’atmosfera e soprattutto nella metrica e nella melodia delle parti vocali. Ai concerti di Dylan è notoriamente impossibile il sing along, cioè cantare i ritornelli tutti insieme, nemmeno nelle canzoni più famose.

A Milano ha fatto “It Ain’t Me Babe”, “Tangled Up in Blue” e “I Shall Be Released”: i fan più fedeli le hanno riconosciute dalle prime parole, segnalandolo con un applauso e qualche grido di entusiasmo. La maggior parte delle persone le ha identificate solo al primo ritornello, sul quale puntualmente c’è stato un secondo applauso, più partecipato.

Questa abitudine è una parte fondamentale della storia e del culto di Dylan. Nei decenni ha pubblicato tanti dischi dal vivo che contengono versioni spesso completamente diverse delle sue canzoni più celebri, a cui si aggiungono centinaia di bootleg clandestini dei suoi concerti. I fan normalmente hanno alcune canzoni che preferiscono in una versione live rispetto a quella su disco.

A periodi diversi della sua carriera sono corrisposti approcci diversi. Negli anni Settanta proponeva riarrangiamenti molto rock, mentre da tempo sono diventati più intimi, vicini al repertorio da crooner e a generi e ritmi classici come lo swing e lo shuffle. Rispetto ai tour degli ultimi anni, a Milano erano comunque versioni relativamente movimentate, perché da questa estate ha cambiato band.

Il fatto che queste abitudini di Dylan siano note non significa che siano sempre apprezzate dai fan, anzi. In generale, i suoi non sono famosi per essere dei bei concerti: sono i concerti di Bob Dylan, a volte più belli e a volte meno, in alcuni casi proprio brutti. Ci sono stati periodi in cui la sua voce era messa particolarmente male, la band era scarsa, gli arrangiamenti poveri, le scalette deludenti. E altri in cui lui era più in forma, la band più solida, gli arrangiamenti riusciti e le scalette più generose: il tour in corso, tra gli appassionati, sta piacendo particolarmente.

Il motivo è che in questo momento la voce di Dylan è sorprendentemente buona, se paragonata agli ultimi anni. E soprattutto rispetto agli ultimi tour la scaletta non è più composta per la grande maggioranza dai pezzi dell’ultimo disco, Rough and Rowdy Ways del 2020, apprezzato ma comunque meno conosciuto. I classici sono aumentati, così come le canzoni meno conosciute ma comunque del repertorio degli anni Sessanta e Settanta. A Milano ha suonato anche “Watching the River Flow” e “When I Paint My Masterpiece”, pubblicate nel Greatest Hits Vol. II del 1971, entrambe in una versione ritmata e coinvolgente.

Ma una parte consistente della scaletta si è concentrata sui dischi degli anni Novanta e Duemila, una parte della discografia di Dylan generalmente meno conosciuta, che include album amati come Time Out of Mind e altri meno, come Under the Red Sky. Negli ultimi vent’anni Dylan ha progressivamente ridotto il numero di classici nelle sue scalette, aumentando la quota di repertorio più recente, concentrandosi su dischi diversi a seconda del tour.

Va comunque a periodi: certe canzoni famosissime sono sempre rimaste nelle rotazioni, altre sono scomparse per anni e poi tornate. Negli ultimi 16 anni Dylan ha cantato una sola volta “Mr. Tamburine Man”. Non fa “Like a Rolling Stone” e “Blowin’ in the Wind” dal 2019, “Knockin’ on Heaven’s Door” dal 2003, “Hurricane” addirittura dal 1976. Ma esegue comunemente altri pezzi altrettanto famosi, come “Don’t Think Twice, It’s All Right” e “Highway 61 Revisited”.

Come per molte cose che riguardano Bob Dylan, le ragioni di queste scelte sono in parte imperscrutabili. In generale, Dylan tratta il suo repertorio come qualcosa di vivo e in evoluzione, rifiutando l’approccio museale e da jukebox. Nelle interviste ha paragonato l’evoluzione delle sue canzoni dal vivo alla «natura dell’esistenza», in continuo cambiamento. In altre occasioni ha detto semplicemente che non riuscirebbe a suonarle sempre uguali.

Anche le spiegazioni che ha dato nel tempo riguardo al motivo per cui continua a fare così tanti concerti sono state sempre enigmatiche. In una famosa intervista data al programma 60 Minutes nel 2004 disse di avere fatto un patto tanti anni prima, con «il comandante in capo». Altre volte lo ha attribuito semplicemente alla natura del suo mestiere, quello del cantante folk, altre ancora ha liquidato la domanda dicendo che lo fanno anche molti altri, come Willie Nelson. In una delle ultime interviste, data nel 2022 al Wall Street Journal, disse che è «il modo perfetto di rimanere anonimo continuando a fare parte dell’ordine sociale», qualunque cosa voglia dire.

Le proteste per i concerti di Dylan, comunque, sono storia vecchia. Cominciarono quando, nel 1965, i puristi del folk lo contestarono al festival di Newport per essersi presentato con gli strumenti elettrici. L’anno dopo a Manchester qualcuno gli gridò «Giuda!», in uno degli episodi più famosi della storia della musica del Novecento.

Dopo un incidente in moto nel 1966 smise di esibirsi per molti anni, tornando poi a farlo regolarmente solo negli anni Settanta inoltrati, nel celebre tour della Rolling Thunder Revue, pieno di ospiti illustri, e poi in giro per il mondo. Il suo primo vero concerto in Italia risale al 28 maggio 1984, quando suonò all’Arena di Verona (nel 1963 si racconta avesse fatto una piccola esibizione davanti a una manciata di persone al Folkstudio di Roma).

Poi negli anni Ottanta ci fu un’altra crisi, da cui si riprese nel 1987 dopo un concerto con Tom Petty a Locarno, in cui ebbe un problema alla voce ma riuscì in qualche modo a ritrovarla, assieme alla fiducia nei suoi mezzi. Dall’anno successivo cominciò quello che è conosciuto come Never Ending Tour, un’etichetta che nacque da una sua intervista del 1989 ma che lui in seguito ha disconosciuto. Con intensità alterne, ha superato i 3mila concerti, a ritmi che, salvo gli anni della pandemia, sono rimasti tra le 70 e le 120 date all’anno.

Nonostante tutto, chi è ancora spiazzato dai vezzi di Dylan ai concerti è in buona compagnia. «Sono stato a un paio di concerti di Bob, non riconoscevo le canzoni. È un po’ troppo, conosco le sue cose, e capisco che non voglia fare “Mr. Tambourine Man”, magari ne ha abbastanza. Ma a me piacerebbe sentirla, e ho pagato», ha detto di recente Paul McCartney, uno che di Dylan parla spesso, e sempre con affetto.