Cos’ha di speciale Kimi Antonelli
È un «talento naturale» nel guidare al massimo ogni macchina, ma anche «un'intelligenza artificiale che continua a migliorarsi e a imparare»
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In 76 anni di Formula 1 ben 36 piloti hanno vinto il Mondiale. Tra questi appena tre ci sono riusciti alla loro seconda stagione: Jacques Villeneuve nel 1997, Lewis Hamilton nel 2008 e Kimi Antonelli, che domenica, a 20 anni, è diventato il più giovane campione di sempre del più importante campionato automobilistico del mondo.
Antonelli si è trovato nella scuderia giusta, la Mercedes, al momento giusto, cioè in un anno in cui il regolamento è stato stravolto. La Mercedes ha azzeccato la macchina, come si dice, e lo stile di guida di Antonelli si è dimostrato perfetto per quella macchina.
Ma se già solo per arrivare in Formula 1 servono (oltre a tanti soldi) determinate qualità, per vincere un Mondiale a vent’anni bisogna davvero avere capacità non comuni. Capacità di guida, ma anche di gestire i problemi e imparare tanto e in fretta.
Tutte cose che Antonelli ha dimostrato di padroneggiare lungo la sua precocissima carriera, da quando a 8 anni iniziò a gareggiare sui kart, a quando a 12 entrò nel programma giovanile della Mercedes, fino al suo esordio in Formula 1 a 18 anni.
Kimi Antonelli a 16 anni, dopo aver vinto un campionato di Formula 4
Ancora prima del suo arrivo in Formula 1, Andrew Shovlin, il direttore dell’ingegneria della Mercedes, lo aveva definito un «talento naturale», un pilota con la capacità quasi innata di sfruttare al meglio qualsiasi macchina si trovi a guidare.
Quando passò in Formula 2 a 17 anni, saltando la categoria precedente, non sembrava un ragazzino appena passato da una macchina da 270 a una da 640 cavalli. E nemmeno uno che era «appena saltato su un cavallo da corsa dopo due settimane sui pony», per usare l’azzeccata metafora di Alex Brundle, un commentatore di Formula 2.
Antonelli è sempre sembrato uno a cui piace spingersi al limite, sfrontato e con un’eccezionale fiducia nelle proprie capacità: tutte caratteristiche utili a guidare auto che vanno a oltre 300 chilometri orari.
C’è un esempio abbastanza lampante in questo senso. Durante le sue prime prove libere in Formula 1, al Gran Premio di Monza del 2024, affrontò la variante Ascari (una delle curve più note del tracciato) 14 chilometri orari più veloce dell’allora campione del mondo Max Verstappen. Pochi istanti dopo, però, Antonelli perse il controllo della macchina e andò a sbattere contro le barriere: una cosa che con il passare del tempo gli è capitata sempre meno in Formula 1.
L’anno successivo lo stesso Verstappen lo avrebbe definito un pilota «veloce di natura», ma anche dall’approccio «equilibrato e calmo». Calmo nel gestire le situazioni di stress e nel capire cos’era andato storto in una gara, s’intende. Il suo stile di guida, invece, rimane aggressivo e a tratti scattoso.
Già al suo primo Gran Premio d’esordio, quello d’Australia del 2025, Antonelli fu molto bravo nell’affrontare una situazione scivolosa. Partendo dalla 16esima posizione, sotto una pioggia intermittente che mise in difficoltà molti piloti, riuscì non solo a finire la gara, ma a finirla bene: arrivò quarto, a un passo dal podio.

Kimi Antonelli durante il Gran Premio d’Australia del 2025 (AP Photo/Asanka Brendon Ratnayake)
Antonelli è insomma molto portato per andare veloce su macchine potenti, anche in situazioni complicate. Non sono però solo qualità innate: in questi due anni di Formula 1 è migliorato tanto, anche perché viene descritto come una persona collaborativa, che ascolta e impara molto in fretta.
In un’intervista con il New Yorker, la prima cosa che il team principal (cioè il capo) della Mercedes Toto Wolff ha voluto dire su Antonelli è stata che «non è uno stronzo». Ma, soprattutto, Wolff gli riconosce la capacità di «elaborare in fretta le informazioni e di mettere insieme i pezzi del puzzle». In un’altra occasione, aveva detto che per lui Antonelli è «come un’intelligenza artificiale che continua a migliorarsi e a imparare».
Prima dell’inizio di questa stagione, Antonelli ha passato tre settimane nella sede della Mercedes per studiare le nuove macchine di quest’anno, «cercando di rendere tutto naturale, quasi automatico, così da non doverci pensare troppo mentre guido». È una cosa molto utile per un pilota che, quando guida, cerca di disconnettersi «da tutto il resto» e va come con il «pilota automatico», come ha spiegato lui stesso al New Yorker. Per questo, gli ingegneri della Mercedes non gli parlano troppo durante una corsa.
Antonelli ha un’ottima memoria per i tempi che fa e per le piste su cui guida. Prima delle gare, insieme alle moltissime ore passate sul simulatore, la memoria lo aiuta parecchio a visualizzare il tracciato nella sua testa, una cosa che fanno anche molti altri piloti.
Senza dubbio, soprattutto agli inizi, Antonelli è stato agevolato dal fatto di essere nato e cresciuto nell’ambiente delle corse. Suo padre Marco è un ex pilota e proprietario di qualche scuderia. Quando Antonelli aveva solo sette anni, lo nascose in una pila di gomme per farlo entrare nel paddock di un Gran Premio di Formula 1 (l’area dove lavorano i team delle scuderie: era troppo piccolo per entrarci legalmente).
I genitori, poi, raccontano che Antonelli ha sempre avuto una grande passione per le macchine da corsa e in particolare per la Formula 1, un’altra cosa che l’ha aiutato a imparare in fretta tutto quello che la riguardava. Da piccolo tifava Ferrari e ancora oggi ammira molto Ayrton Senna, il celebre pilota morto 12 anni prima che nascesse e di cui guardava le gare sui DVD e su YouTube. Antonelli ha detto che l’anno prossimo continuerà a correre con il numero 12 anche in onore di Senna, anziché passare all’1 come hanno fatto gli scorsi campioni del mondo.
Livello di ossessione per Senna: andare alla sua tomba in Brasile e mettersi a leggere un libro su di lui



