Il Consiglio superiore della magistratura si è spostato a sinistra

È l'esito dell'elezione dei 20 membri togati, cioè i magistrati, e avrà ripercussioni anche sui 10 che deve scegliere il parlamento

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella presiede l'Assemblea plenaria straordinaria del Consiglio superiore della magistratura, a Roma, il 18 febbraio 2026 (Francesco Ammendola/Ansa)
Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella presiede l'Assemblea plenaria straordinaria del Consiglio superiore della magistratura, a Roma, il 18 febbraio 2026 (Francesco Ammendola/Ansa)
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Le elezioni per il rinnovo del Consiglio superiore della magistratura (CSM), l’organo che governa la magistratura, hanno dato il loro primo esito: si è infatti concluso lo spoglio del voto per scegliere i 20 membri togati, cioè i magistrati di ruolo. Bisognerà poi eleggere anche altri dieci componenti, cosiddetti laici, che spettano al parlamento: ma per quello ci vorrà ancora qualche settimana, perché non c’è ancora un accordo tra i vari partiti.

L’elezione dei 20 togati dà dunque un risultato parziale, ma che in questo caso è stato comunque notevole: c’è stata una significativa avanzata delle correnti progressiste della magistratura, che con ogni probabilità vedranno crescere da 7 a 11 il numero dei propri rappresentanti nel CSM. Contestualmente, da queste elezioni è uscita ridimensionata l’area conservatrice, che passa da 7 a 4 membri.

Le cosiddette correnti sono in realtà associazioni a cui i singoli magistrati aderiscono se si ritengono in sintonia con quel certo orientamento culturale e politico, e anche se lo ritengono utile per la propria carriera. In molti casi sono associazioni che hanno diversi decenni di vita, con evoluzioni e trasformazioni più o meno significative, e che nel corso degli anni si sono andate strutturando come dei partiti all’interno dell’ordine dei magistrati.

Ognuna, quindi, cerca di organizzarsi per proporre dei candidati forti, e per convogliare su di loro il maggior numero dei voti. Talvolta poi le correnti si accordano tra loro, oppure litigano tra loro, per stabilire trasferimenti, attribuzioni di incarichi, e soprattutto per designare i capi delle procure più prestigiose.

La vittoria delle correnti di sinistra, e cioè Area e Magistratura Democratica (MD), era un esito in parte atteso, o comunque paventato da numerosi esponenti politici del centrodestra. Quest’anno il governo aveva promosso una campagna referendaria per una riforma della magistratura generalmente invisa ai magistrati, che a marzo era stata bocciata dal voto popolare, ma nel frattempo aveva generato molti turbamenti nella principale corrente di centrodestra, Magistratura Indipendente (MI). Alcuni dei suoi componenti avevano rimproverato ai loro colleghi un’eccessiva accondiscendenza nei confronti del governo.

Al contrario, i più intransigenti tra gli iscritti a MI avevano accusato l’Associazione nazionale magistrati (ANM), guidata in questi anni proprio da due esponenti di MI come Cesare Parodi e Giuseppe Tango, di essere stata troppo succube dell’area antigovernativa durante la campagna referendaria.

Ma i problemi non sono sorti col referendum. In questi anni di governo di Giorgia Meloni c’erano già state evidenze di una tensione dentro a MI tra un’ala più moderata e una più dichiaratamente conservatrice. Lo si era visto, per esempio, nei dissidi spesso assai duri tra il governo, a partire dalla stessa presidente del Consiglio, e la procura di Roma: più volte Meloni se l’era presa direttamente col procuratore capo Francesco Lo Voi, influente esponente proprio di MI.

Il caso Almasri è stato solo il più eclatante di questi episodi. Altri altrettanto significativi hanno riguardato collaboratori di Meloni e perfino faccende personali della presidente del Consiglio legate a vicende poco chiare e a una gestione spesso opaca dei servizi di intelligence.

Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano (Mauro Scrobogna/LaPresse)

Alcuni magistrati di MI hanno insomma lamentato che il governo stesse tentando di trasformare la loro corrente – in sintonia con le politiche di centrodestra, ma pur sempre autonoma – in un terminale della maggioranza guidata da Fratelli d’Italia all’interno della magistratura, ritenendo il principale artefice di questo progetto il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, a sua volta magistrato di grande esperienza ed esponente storico di MI.

Al contrario, nell’area di centrosinistra si è concretizzato un riavvicinamento delle due principali correnti dopo alcuni anni di conflitti. Area e Magistratura Democratica (MD) avevano infatti creato un’associazione unica che però era entrata in crisi nel 2021, quando dopo varie incomprensioni MD, la più storica e strutturata, aveva deciso di tornare autonoma.

Il riavvicinamento è stato propiziato prima dalla campagna per il referendum, poi dalla prospettiva di prendere un maggiore controllo del CSM. In queste elezioni le due correnti si sono mosse con una sintonia inattesa, creando un cartello elettorale chiamato «Autogoverno diffuso» che ha favorito un po’ ovunque i propri esponenti, evitando che una contrapposizione tra le due cordate avvantaggiasse MI.

Il risultato più notevole è stato quello che ha riguardato i giudici con funzione di legittimità, cioè quelli che operano in Cassazione (i più esperti e autorevoli, in sostanza). Lì i due candidati di centrosinistra, Giovanni Nardecchia (indipendente ma sostenuto da MD) ed Egle Pilla, di Area, sono risultati entrambi eletti, mentre Salvatore Casciaro, già segretario dell’ANM ed esponente di rilievo di MI, non è passato per appena 6 voti in meno di quelli di Pilla.

C’è stata poi un’altra variabile che ha avuto un certo peso in questa elezione. Si tratta di Cosimo Ferri, magistrato di lungo corso e politico spregiudicato, già sottosegretario alla Giustizia per volere di Forza Italia nei governi di Enrico Letta, Matteo Renzi e Paolo Gentiloni tra il 2013 e il 2018, e poi deputato renziano, del PD e di Italia viva, nella legislatura successiva.

Per anni Ferri, punto di riferimento di MI, è stato uno dei principali responsabili degli accordi politici dentro la magistratura, e proprio per questa sua attività nel 2019 era finito coinvolto in un’indagine per corruzione da parte della procura di Perugia, da cui poi era uscito assolto in parte grazie anche alle immunità di cui godeva in quanto parlamentare.

Cosimo Ferri nel suo scranno di deputato alla Camera, il 28 gennaio 2020 (Roberto Monaldo/LaPresse)

Non avendo subito sanzioni disciplinari da parte del CSM, Ferri stavolta ha potuto ricandidarsi, con un gesto per certi versi clamoroso. E ha dimostrato di avere ancora una significativa influenza tra i magistrati, conservatori e non solo. Anzitutto ha ottenuto una sua rielezione all’interno del CSM, come consigliere indipendente (cioè non aderente ad alcuna corrente). In secondo luogo, anche grazie ad accordi con esponenti moderati, è riuscito ad assicurare a candidati ritenuti vicini a lui parecchi voti, che in certi casi sono stati sottratti proprio ai candidati ufficiali di MI, risultando così determinanti ai fini della vittoria dei loro concorrenti di centrosinistra.

Oltre a Ferri come indipendente, il risultato finale vede dunque 11 magistrati per Area e MD, 4 per MI e 4 per Unità per la Costituzione (Unicost), la corrente di centro spesso incline a definire accordi con gli uni o con gli altri. Tutto ciò influenza enormemente anche le scelte dei partiti, specie rispetto alla postazione più ambita, quella di vicepresidente del CSM. Il vicepresidente – che di fatto dirige il Consiglio, visto che il presidente formale è il presidente della Repubblica e partecipa solo raramente ai lavori ordinari – è scelto tra i membri laici, quelli di nomina parlamentare, ma lo elegge a maggioranza l’intero CSM. Si sommano insomma i voti dei consiglieri di nomina politica e di quelli eletti dai magistrati.

Con ogni probabilità un CSM così sbilanciato a sinistra indurrà Meloni a voler eleggere almeno 7 dei 10 componenti laici tra i candidati graditi al centrodestra, così da riequilibrare un po’ i numeri in vista dell’elezione del vicepresidente. Un altro effetto probabile di questa elezione dei togati è che il governo dovrà individuare un candidato moderato, il più possibile autorevole, che possa dunque incontrare il favore, o quantomeno evitare una diretta ostilità, da parte dei consiglieri più moderati o progressisti.