Gli azionisti di MPS hanno votato contro il piano di MPS per non farsi comprare da Intesa
E quindi ora la seconda banca italiana è molto vicina a comprarsi la terza
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Nell’assemblea di giovedì gli azionisti di MPS hanno votato contro il piano elaborato dall’amministratore delegato Luigi Lovaglio per tentare di ostacolare l’acquisizione della banca da parte di Intesa Sanpaolo. Ha votato contro la quasi totalità degli azionisti presenti in assemblea, che rappresentavano circa i due terzi del capitale.
L’esito negativo del voto era previsto ma comunque molto atteso, perché riguardava una delle più grosse operazioni tra banche degli ultimi anni, quelle del cosiddetto “risiko bancario”, ma soprattutto perché mette di fatto fine al tentativo di MPS di difendersi e spiana la strada all’acquisto da parte di Intesa. Lovaglio invece ne esce molto sfiduciato.
Il suo piano prevedeva due offerte, una per comprare Banco BPM e una per Banca Generali, la banca di proprietà del grande gruppo assicurativo Generali. L’obiettivo era raddoppiare la dimensione di MPS, per costringere Intesa ad alzare molto la propria offerta oppure a rinunciare del tutto. Il piano però non aveva mai convinto analisti ed esperti.
La ragione principale è che solo un anno fa MPS aveva già comprato una grossa banca, Mediobanca, peraltro con un’operazione che pochi pensavano fosse possibile. MPS è tuttora impegnata nell’assorbire Mediobanca e in questo momento di transizione si sarebbe trovata a dover inglobare altre due banche, con le loro funzioni, i loro uffici e i loro dipendenti. Sarebbe stata una crescita repentina e molto complicata da gestire, tanto che molti analisti avevano ipotizzato che l’obiettivo non fosse davvero comprare le due banche, ma solo convincere Intesa a offrire di più.
È effettivamente successo: a inizio mese Intesa aveva aumentato di 800 milioni di euro la sua offerta da 31 miliardi. Quella di Intesa è un’offerta pubblica di acquisto e scambio – uno dei modi in cui si compra una banca – e prevede di pagare gli azionisti di MPS sia in denaro che in azioni di Intesa: la parte in denaro è passata da 1 euro a 1,25 ad azione, a cui resta associata la parte di 1,6 azioni Intesa Sanpaolo per ogni azione MPS. Affinché l’operazione abbia successo serve che almeno i due terzi (cioè il 66,67 per cento) dell’attuale proprietà di MPS decida di vendere a Intesa le proprie azioni di MPS.
In quell’occasione Intesa aveva anche detto che avrebbe invalidato l’offerta, se il piano di Lovaglio fosse andato avanti. Con questa dichiarazione, di fatto, la votazione all’assemblea di MPS poteva avere due soli possibili esiti: o vinceva il piano di Lovaglio e quindi l’offerta di Intesa saltava; oppure il piano di Lovaglio veniva rifiutato, com’è poi avvenuto. Significa che gli azionisti vogliono accettare l’offerta di Intesa.

Luigi Lovaglio, amministratore delegato di MPS (ANSA/FABIO DI PIETRO)
Nelle scorse settimane diversi importanti azionisti di MPS avevano cominciato a dire che avrebbero votato contro il piano di Lovaglio: ha dato il via Delfin, la grande holding della famiglia Del Vecchio e azionista più importante, e poi è seguito anche il gruppo Caltagirone, secondo azionista di MPS e di proprietà dell’immobiliarista ed editore Francesco Gaetano Caltagirone.
Il governo, azionista di MPS con una quota di poco meno del 5 per cento, non ha partecipato all’assemblea, anche se è probabile che non gradisca l’ipotesi che MPS sia comprata da Intesa: con la grande crisi della banca e i diversi salvataggi pubblici, MPS era diventata di proprietà dello Stato, e dopo il risanamento nel 2023 il governo di Giorgia Meloni aveva cominciato a vendere le quote.
L’obiettivo era far tornare la banca di proprietà privata, e l’ambizione era che intorno a MPS si sviluppasse il cosiddetto “terzo polo”, cioè un terzo grande gruppo bancario che potesse intaccare il duopolio di fatto del settore, composto da UniCredit e proprio da Intesa Sanpaolo, rispettivamente prima e seconda banca italiana per dimensione. Anche per questo il governo aveva molto favorito l’acquisizione di Mediobanca da parte di MPS.
Se ora Intesa riuscisse a comprare il gruppo MPS-Mediobanca, di fatto il terzo polo non ci sarebbe più.
Questo anche perché il piano di Intesa prevede esplicitamente lo smembramento del gruppo, perlopiù per una questione di concorrenza: Intesa si è impegnata a dare gli sportelli di MPS al gruppo BPER, e a tenere per sé solo Mediobanca (che ha una partecipazione assai ambita nel gruppo Generali).
Intesa quindi dividerebbe quello che Lovaglio e il governo avevano cercato di unire. Anche per questo l’assemblea dei soci ha votato pure contro la fusione tra MPS e Mediobanca, rafforzando quindi la preferenza per il piano di Intesa.
Non è chiaro cosa succederà ora a Lovaglio, il principale artefice del piano contro cui l’assemblea di MPS ha votato. Il presidente di MPS Cesare Bisoni ha smentito che Lovaglio voglia dimettersi. In assemblea Bisoni ha detto che comunque non è ancora detta l’ultima parola, e che tutto dipenderà da come andrà l’offerta di Intesa quando partirà.
L’offerta dovrebbe cominciare formalmente tra qualche settimana, una volta ricevute tutte le autorizzazioni. Diversi azionisti di MPS hanno già detto che aderiranno.



