Sui manifesti dei partiti arabo-israeliani c’è scritto «Votate»
L’affluenza della minoranza araba è da sempre un tema alle elezioni in Israele, e lo è ancora di più oggi perché le aspettative sono alte
di Valerio Clari, da Tel Aviv
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Sulle strade e autostrade israeliane i manifesti dei partiti che si presentano alle elezioni parlamentari di oggi sono ovunque. Quelli del Likud, il partito di destra del primo ministro uscente Benjamin Netanyahu, hanno foto del sindaco di New York Zohran Mamdani e della Guida suprema iraniana Mojtaba Khamenei: «Vota noi o avrai loro», dicono, accomunando due figure lontanissime ma descritte entrambe come «nemiche di Israele». Sui manifesti dell’estrema destra religiosa del ministro estremista Itamar Ben Gvir ci sono palestinesi in manette e in ginocchio. I partiti che rappresentano la minoranza degli ebrei ultraortodossi si affidano invece a foto severe dei rabbini, che indicano quale sia il voto giusto per i fedeli.
Poi ci sono le formazioni che fanno riferimento alla comunità arabo-israeliana. Il messaggio di molti dei loro manifesti è conciso e diretto: «Votate». In altri indicano perché farlo: «Vogliamo cambiare».
Un israeliano su cinque appartiene alla minoranza araba, formata in larga parte dai discendenti della popolazione araba palestinese che viveva nel territorio prima della fondazione dello stato di Israele, nel 1948. Storicamente gli arabi israeliani sono andati poco a votare, per disillusione o volontario boicottaggio. Molti di loro si rifiutano di riconoscere l’autorità dello stato di Israele, che non li considera alla pari dei cittadini ebrei e che occupa e gestisce con repressione e violenza i territori palestinesi.
Nelle elezioni di martedì partiti e liste arabe stanno però provando qualcosa di diverso: stanno cercando di mobilitare al voto gli elettori arabi, che sono oltre un milione (su sette totali), puntando sul diffuso malcontento per le politiche di Netanyahu, per la guerra a Gaza e per le sempre peggiori condizioni di vita delle comunità palestinesi in Israele. Le aspettative sono alte: le due formazioni politiche che rappresentano gli arabo-israeliani si attendono un risultato storico e pensano di poter diventare determinanti per la formazione di un nuovo governo.

Un manifesto elettorale con Itamar Ben Gvir nel mercato Carmel di Tel Aviv, Israele (Valerio Clari/il Post)
Prima del voto entrambe le principali coalizioni hanno rifiutato alleanze con i partiti arabi.
Lo ha fatto prevedibilmente la coalizione guidata da Netanyahu, che comprende partiti di estrema destra religiosa e ultraortodossi, ma anche quella dell’opposizione guidata da Gadi Eisenkot, un generale che ha posizioni politiche centriste, almeno per gli standard israeliani molto spostati a destra. Il blocco di Eisenkot riunisce tutta l’opposizione all’attuale governo, compresi due partiti di destra e i Democratici, formazione di sinistra. Si definiscono tutti “sionisti”, cioè considerano Israele in primo luogo uno stato ebraico.
Alla vigilia del voto i sondaggi indicano le due coalizioni quasi alla pari, ma entrambe sotto la quota di parlamentari che permetterebbe loro di avere una maggioranza in parlamento, dove i seggi sono 120. I dodici, quindici o forse più seggi di cui sono accreditate le formazioni arabe potrebbero fare la differenza.
Le liste arabe in corsa sono due: il partito Ra’am, più conservatore e religioso, e Lista Comune, che riunisce tre partiti arabi molto differenti. In Lista Comune ci sono i comunisti (Hadash), e due formazioni laiche ma meno di sinistra: una più pragmatica e riformista (Ta’al), l’altra più focalizzata sul trasformare Israele in uno stato in cui venga riconosciuta anche una nazionalità palestinese (Balad).
Sia Ra’am che Lista Comune hanno detto di voler chiudere l’era politica dominata da Netanyahu. I loro rappresentanti sono convinti che voterà oltre il 70 per cento degli arabi, quando negli ultimi dieci anni la media è stata intorno al 50 per cento.

Alcuni dipendenti e volontari nella sede di Tel Aviv di Lista Comune (Valerio Clari/il Post)
Lista Comune è pronta a collaborare con l’opposizione a Netanyahu, anche se non entrando direttamente in una coalizione. Potrebbe sostenere dall’esterno un governo di minoranza, anche se le distanze con il blocco di Eisenkot sono notevoli.
Mauricio Lapchik, portavoce di Lista Comune, dice: «Noi siamo gli unici che esprimono richieste che in ogni altra parte del mondo sarebbero moderate, ma qui sono considerate estreme: uguaglianza di tutti i cittadini all’interno del paese, fine della supremazia ebraica e dell’occupazione, una soluzione che garantisca l’autodeterminazione per entrambi i popoli».
In effetti queste sono idee estreme per i politici e per buona parte degli elettori israeliani, soprattutto dopo le stragi di Hamas del 7 ottobre 2023, ma Lista Comune ritiene che si possa collaborare con Eisenkot su singole misure. Nei giorni scorsi anche alcuni intellettuali e personaggi noti dell’area liberale hanno pubblicamente dichiarato che voteranno per i partiti arabi: hanno detto di volerlo fare non per solidarietà, ma per indicare l’adesione a un progetto preciso.
Quello che probabilmente muoverà al voto la gran parte degli elettori delle città a maggioranza araba è la necessità di un miglioramento delle proprie condizioni di vita.
Negli ultimi anni la comunità arabo-israeliana ha lavorato per fare progressi su molti temi, come per esempio una migliore integrazione nel mondo del lavoro, ma l’impegno mostrato dal governo israeliano è stato scarso e i risultati deludenti. La popolazione ebraica continua ad avere accesso a infrastrutture e servizi migliori e condizioni economiche superiori. Gli arabi continuano a restare ai margini.
A questi problemi si è aggiunta la maggiore presenza della criminalità organizzata nelle città a maggioranza non ebraica, favorita anche dal disinteresse dello stato centrale verso questo pezzo di paese. Le cose sono peggiorate negli ultimi tre anni, sotto il governo di Netanyahu e anche per colpe imputabili al ministro della Sicurezza nazionale Ben Gvir, che ha posizioni apertamente razziste, antimusulmane e antiarabe e un passato da militante in organizzazioni poi considerate terroristiche.
Città come Nazareth o Umm al Fahm sono ormai alle prese con attività mafiose dilaganti: estorsioni, guerre per il controllo del territorio, traffici di sostanze illegali, usura ed enorme violenza. Nel 2025 le persone arabe uccise dalle organizzazioni criminali sono state 250, più del doppio di cinque anni prima, con un numero di omicidi in rapporto alla popolazione fra i più alti al mondo, pari a quelli di alcune città del Messico o della Colombia.

Un gruppo di giovani arabo-israeliani nella Città Vecchia di Gerusalemme (Valerio Clari/il Post)
I negozianti sono costretti a chiudere per sfuggire alle estorsioni, la raccolta rifiuti è in mano alla criminalità, gli appalti sono pilotati da amministrazioni corrotte. La negligenza e l’inazione lasciano enormi spazi ai gruppi violenti. Politici locali e cittadini raccontano di denunce non raccolte dalla polizia, di inviti a «trovare da soli un accordo», di un generale disinteresse mostrato dalle forze dell’ordine.
Nir Hasson, giornalista del quotidiano israeliano Haaretz, dice che il ministro Ben Gvir è riuscito a peggiorare ancora la polizia: «Un po’ per incapacità, perché non è in grado di gestire le cose: non ha mai gestito nulla in vita sua. E poi per disinteresse: sa che ai suoi elettori non importa se degli arabi si “ammazzano fra loro”».
Quando i gruppi criminali sono diventati un problema anche economico per l’intero paese, Netanyahu ha promesso misure repressive, con l’intervento dei servizi segreti interni, lo Shin Bet. I partiti arabi hanno chiesto però misure sociali più generali, più investimenti e interventi, e la fine di politiche che definiscono «di apartheid».

Donne arabo-israeliane a Giaffa, Tel Aviv (Valerio Clari/il Post)
La rappresentanza araba a livello locale ha avuto molti problemi di corruzione, di dispute personali e fra clan, e un primo esperimento del partito Ra’am in un governo durò poco, fra il 2021 e il 2022.
Arik Rudnitzky, ricercatore dell’Israel Democracy Institute, dice che se i partiti arabi «riescono davvero a far crescere l’affluenza diventano rilevanti a livello nazionale. A quel punto la questione centrale diventerà capire se saranno legittimati dai partiti ebrei». Altrimenti si arriverà a uno stallo, cioè all’assenza di una maggioranza chiara, che potrebbe portare a nuove elezioni o a un nuovo governo di emergenza, se la guerra con l’Iran dovesse riprendere.



