Poca gente va a vedere i nuraghi
Dei milioni di turisti che passano per la Sardegna ogni anno, solo una piccola parte visita i suoi numerosi siti archeologici
di Viola Stefanello, da Cagliari
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Per arrivare al sito archeologico di Santa Vittoria a Serri, nel sud della Sardegna, ci vuole la macchina: gli autobus da Cagliari, la città più vicina, sono pochi, hanno orari poco compatibili con una visita in giornata, e arrivano comunque a più di 20 minuti di distanza a piedi dal sito. In una giornata di metà ottobre, mentre le spiagge sarde ospitano gli ultimi turisti della stagione, nel sito ci sono solo due visitatori tedeschi; una capretta si aggira tra i resti degli antichi edifici.
Anche nei mesi di alta stagione, comunque, a Santa Vittoria di visitatori ne arrivano pochi. Nel 2020 la cooperativa che gestisce il sito festeggiò come un record i circa 5mila visitatori in cinque mesi di apertura: da allora, il flusso non è aumentato granché. Per fare un confronto, nel 2024 il palazzo di Cnosso, costruito a Creta nel II millennio a.C., ha superato per la prima volta il milione di visitatori. Il sito nuragico più visitato della Sardegna, quello di Su Nuraxi a Barumini, ne attira circa 100mila all’anno.
Dei milioni di turisti che arrivano in Sardegna ogni anno, solo una minima parte si avventura nell’entroterra dell’isola per visitarne i siti archeologici, che pur sono tantissimi e unici nel loro genere. Buona parte risale alla civiltà nuragica, che si sviluppò sull’isola durante l’età del Bronzo, a partire da circa il 1800 avanti Cristo, e prende il nome dai nuraghi, torri di pietra a forma di tronco di cono costruite sovrapponendo grandi blocchi senza malta. Ne restano più di 7mila, a cui si aggiungono le “tombe dei giganti”, grandi sepolture collettive, e i pozzi sacri, templi costruiti attorno a sorgenti d’acqua. Il censimento dell’associazione Nurnet conta in tutto circa 10mila siti costruiti dalla civiltà nuragica.
Da qualche anno varie associazioni hanno cominciato a lavorare per valorizzare maggiormente questi siti: l’obiettivo è portare visitatori anche nelle zone interne dell’isola, lontane dalle coste, anche nei mesi in cui fa troppo freddo per andare al mare. Una è Sardegna Terra di Nuraghi, presieduta da Pierpaolo Vargiu, che è stato consigliere regionale e deputato per i Riformatori Sardi, di centrodestra.
Nel corso degli anni Vargiu si è convinto che i nuraghi siano l’unica cosa che può permettere davvero alla Sardegna di spiccare tra le varie mete di vacanza mediterranee. Il mare, che è il motivo principale per cui i turisti vanno sull’isola, a suo avviso è molto bello anche «in Puglia, in Calabria, in Grecia o alle Baleari. C’è una cosa unica in Sardegna? Sì, l’antica civiltà sarda». Come esempio a cui fare riferimento cita Alberobello, in Puglia, conosciuta in tutto il mondo per i trulli, le tradizionali case in pietra a secco con il tetto a cono, visitate da circa 2 milioni di persone ogni anno. Racconta di esserci stato l’anno scorso e di aver trovato bottiglie d’olio d’oliva a 30 euro: «Se un prodotto si lega a un marchio, a un’identità, quel prodotto acquisisce valore», spiega.

Un tour di Su Nuraxi (Viola Stefanello/Il Post)
Uno studio commissionato dall’associazione alle società di consulenza OC&C ed Eumetra stima che la valorizzazione dei nuraghi potrebbe portare fino a 2 milioni di visitatori all’anno e oltre un miliardo di euro all’anno di PIL. Lo stesso studio dice che il 47 per cento dei turisti intervistati in Sardegna nell’estate del 2023 non aveva mai sentito parlare di nuraghi, e che il 30 per cento di quelli che li conoscevano non aveva intenzione di visitarli.
Per provare a cambiare le cose, negli ultimi anni l’associazione ha lavorato soprattutto con i sardi, organizzando decine di incontri dentro e fuori dalle scuole per parlare della civiltà nuragica e della sua unicità con la popolazione. «Senza il consenso, l’appoggio e l’aiuto dei sardi di tutti i comuni della Sardegna, delle associazioni, delle comunità, dei territori, non si va da nessuna parte», dice Vargiu. Nel 2023, poi, la Regione stanziò 33,5 milioni di euro per creare una rete chiamata Sardegna Nuragica, che serve a mettere in sicurezza decine di monumenti e a ideare nuovi modi per visitarli. Quest’anno la giunta regionale l’ha rifinanziata con altri 33,5 milioni di euro.

Il sito di Santa Vittoria di Serri (Viola Stefanello/Il Post)
Nel frattempo, l’Italia ha candidato 32 siti nuragici selezionati da un gruppo di archeologi specializzati alla lista del patrimonio dell’umanità dell’UNESCO, l’agenzia delle Nazioni Unite che tra le altre cose si occupa di tutelare i siti di particolare valore culturale e naturale.
Tra questi c’è anche il sito di Santa Vittoria di Serri, considerato uno dei più importanti luoghi di culto lasciati dalla civiltà nuragica. L’intera area archeologica si estende per quasi 22 ettari, ma se ne possono visitare tre: il resto è ancora da scavare, ma gli esperti ritengono che, tra l’XI e il IX secolo a.C., qui si radunassero le comunità di una vasta parte dell’isola a fini religiosi. Negli scavi, cominciati all’inizio del Novecento, sono state peraltro trovate molte statuette votive in bronzo e oggetti etruschi, fenici e ciprioti che indicano come i frequentatori del santuario avessero contatti con buona parte del Mediterraneo.
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Lì, una buona parte dei servizi di base necessari per accogliere i turisti già c’è. I percorsi sono ben segnalati, ci sono le luci per illuminare le rovine di notte e all’ingresso il personale consegna ai visitatori alcuni fogli plastificati con la mappa del sito e le informazioni principali. C’è anche una guida, che accompagna i visitatori quando se ne raduna un gruppo abbastanza numeroso. Arrivarci, però, richiede di guidare più di un’ora da Cagliari, e ben di più da città come Olbia, Alghero o Sassari. Nell’ultimo tratto, poi, la strada diventa una via di campagna stretta e in alcuni punti dissestata.
In corrispondenza di molti siti archeologici sardi mancano punti ristoro, indicazioni stradali e parcheggi. Molti nuraghi si trovano in mezzo ai campi e si visitano come un qualsiasi mucchio di pietre, senza biglietto e senza spiegazioni. Secondo il CRENoS, il centro di ricerche economiche delle università di Cagliari e Sassari, i siti nuragici più frequentati sono senza dubbio quelli vicini a porti e aeroporti, alle coste già frequentate dai turisti o alla statale 131, la principale strada dell’isola.

Il sito di Santa Vittoria di Serri (Viola Stefanello/Il Post)
Antonello Gregorini, geometra, topografo e fondatore di Nurnet, aggiunge che anche i siti regolarmente gestiti spesso sono in condizioni precarie: molti, per esempio, sono affidati a cooperative pagate con fondi regionali che arrivano in ritardo. Secondo Gregorini, un eventuale riconoscimento dell’UNESCO «vale zero se non è sostenuto da politiche attive di infrastrutturazione del territorio e di formazione di guide turistiche».
Su Nuraxi, il sito nuragico più visitato dell’isola, è stato inserito nella lista dell’UNESCO nel 1997. Il riconoscimento, però, ha fatto crescere i visitatori meno di quanto ci si potrebbe aspettare: se a metà degli anni Novanta erano circa 70mila all’anno, oggi sono attorno ai 100mila. «Il bollino UNESCO non è una bacchetta magica», concorda Vargiu. «Aiuta l’economia di quel territorio, un paese di mille abitanti, ma non cambia l’economia della Sardegna».

Su Nuraxi dall’alto (Viola Stefanello/Il Post)
Gregorini è anche scettico sui grandi finanziamenti pubblici, perché ha visto com’è andata in passato. Circa 35 anni fa, da geometra, fece i rilievi per un progetto di itinerari turistico-archeologici in Marmilla, una zona collinare nel centro-sud dell’isola. Con quei fondi furono costruiti un museo e una seggiovia, una delle poche della Sardegna, per salire sulla Giara di Siddi, un altopiano dove si trova un’importante tomba dei giganti. La seggiovia oggi è abbandonata, e il museo riceve circa mille visite all’anno. «Se tu vai a vedere qual è il risultato di questa valorizzazione oggi, ti cascano le braccia», dice.
A suo avviso, proprio il fatto che in Sardegna ci sia un così grande numero di siti archeologici rende difficile custodirli, conservarli e valorizzarli tutti. Gregorini fa il confronto con l’Irlanda, dove ci sono siti preistorici come Newgrange, una grande tomba con un lungo corridoio d’accesso. «Rispetto alla Sardegna, l’Irlanda non ha niente», dice. «Ciò che hanno però è molto ben valorizzato».



