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  • Martedì 27 ottobre 2026

Geografia degli interessi nell’autotrasporto italiano

Che non è affatto un mondo compatto, sebbene lo sembri a guardare da fuori le proteste delle scorse settimane

di Francesco Gaeta e Angelo Mastrandrea

Autotrasportatori bloccano un camion a Melfi, in provincia di Potenza, 20 ottobre 2026 (Angelo Mastrandrea/Il Post)
Autotrasportatori bloccano un camion a Melfi, in provincia di Potenza, 20 ottobre 2026 (Angelo Mastrandrea/Il Post)
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Il 27 ottobre al ministero dei Trasporti è previsto un incontro tra il ministro Matteo Salvini e le organizzazioni degli autotrasportatori italiani, allo scopo di evitare nuove interruzioni nel trasporto delle merci tra Sud e Nord Italia. Partecipano le undici associazioni riconosciute dal ministero come interlocutori istituzionali, ma anche altre che non lo erano fino a prima della protesta, e che hanno usato il blocco dei camion come leva per aprirsi un canale di dialogo.

Camion fermi sulla strada per l'interporto di Maddaloni, 22 ottobre 2026 (Angelo Mastrandrea/Il Post)

Camion fermi sulla strada per l’interporto di Nola, 22 ottobre 2026 (Angelo Mastrandrea/Il Post)

Guardando i vecchi e i nuovi partecipanti all’incontro si capisce che l’autotrasporto italiano non è un mondo solo, anzi, è fatto di tanti mondi diversi. Ci sono quelli che vengono chiamati “padroncini”, cioè piccoli imprenditori che possiedono uno o pochi camion; ci sono aziende che hanno flotte di centinaia di mezzi; ci sono anche grandi operatori della logistica, che oltre ai camion gestiscono magazzini, terminal e collegamenti marittimi. In questa platea, la forza contrattuale e le richieste dei vari gruppi a volte sono diverse: non è lo stesso chiedere il credito di imposta sul gasolio del proprio camion o incentivi di Stato più robusti al trasporto marittimo.

Autotrasportatori discutono fra loro a Maddaloni, in provincia di Caserta, 22 ottobre 2026 (Angelo Mastrandrea/Il Post)

Autotrasportatori discutono fra loro a Maddaloni, in provincia di Caserta, 22 ottobre 2026 (Angelo Mastrandrea/Il Post)

Per tracciare una mappa dell’autotrasporto italiano bisogna partire dalla Sicilia, dove alcune di queste differenze tra mondi distinti sono più nette.

In Sicilia l’ultima associazione a ritirare i blocchi il 21 ottobre è stata l’AIAS (Associazione Imprese Autotrasportatori Siciliani). Giuseppe Richichi, che la fondò e la presiede dal 2000, ha partecipato praticamente a tutte le proteste dell’autotrasporto avvenute in Sicilia negli ultimi venticinque anni.

Nel 2007 fu arrestato ad Augusta mentre protestava per i rincari del gasolio: aveva impedito il passaggio di alcuni camion. Nel 2013 fu tra i promotori di “Forza d’urto”, il coordinamento che riuniva autotrasportatori, agricoltori del movimento cosiddetto dei “Forconi” e pescatori e che bloccò la Sicilia per diversi giorni.

Richichi ha anche fondato un consorzio che gestisce servizi per gli autotrasportatori e ha ottenuto in concessione l’area di sosta per i camion all’Interporto di Catania, uno dei principali snodi logistici del Sud per il trasporto intermodale, cioè che permette il passaggio di merci tra diversi tipi di trasporti (via mare, su ferro e su gomma). Alla fine l’AIAS ha ritirato i blocchi quando ha ottenuto di far parte della riunione al ministero dei Trasporti del 27 ottobre.

Nell’animazione i luoghi delle proteste negli ultimi giorni, fermando l’animazione e cliccando è possibile vedere i dettagli

L’altra organizzazione siciliana molto agguerrita è il CTS, il Comitato Trasportatori Siciliani, un coordinamento di vari gruppi sindacali nato in polemica con quelli nazionali. Lo ha fondato Salvatore Bella, che fece parte delle stesse organizzazioni che oggi contesta: è stato segretario in Sicilia della FAI-Conftrasporto, uno dei sindacati storicamente più rilevanti d’Italia. Il 15 ottobre scorso ha definito la Consulta dell’autotrasporto, che il governo vuole istituire come sede permanente di confronto con le imprese del settore, «un ennesimo carrozzone istituzionale», salvo poi accettare di ritirare il blocco dei camion quando ha ottenuto da Salvini di essere ammesso al «carrozzone».

In questa decisione ha probabilmente pesato un fattore politico: Bella ha un rapporto diretto con la Lega e con Salvini, provato dal fatto che ad agosto il senatore Nino Germanà, commissario regionale del partito, gli ha affidato l’incarico di costituire il nuovo direttivo comunale a Campobello di Licata, in provincia di Agrigento, che è appunto il paese di Bella.

C’è uno snodo preciso e recente nella storia del CTS che fornisce un’idea più chiara degli interessi economici che rappresenta. Ad aprile il coordinamento aveva già organizzato una protesta che aveva fermato per alcuni giorni la movimentazione delle merci nei porti siciliani, una prova generale di quello che sarebbe accaduto a ottobre. Bella aveva detto che a motivarlo era il rincaro dei trasporti marittimi attuato dalle compagnie di navigazione. A quella prima protesta del CTS, apparentemente nata dal basso, avevano aderito alcune delle più ricche e importanti aziende della logistica siciliana.

Sono imprese dai fatturati milionari, hanno cioè volumi e strategie lontane da quelle di un “padroncino”. Trasportano merci su strada e su nave con centinaia di mezzi e hanno rilevanti attività nel porto e nell’interporto di Catania. Una di queste, la LCT (Luigi Cozza Trasporti), ha ottenuto dalla società regionale SIS (Società degli Interporti Siciliani) la concessione per gestire il polo logistico dell’interporto, un’area attrezzata con magazzini e piazzali destinati allo stoccaggio e alla movimentazione delle merci. Nella gara per l’assegnazione, avvenuta nel 2019, era l’unica azienda a partecipare: una precedente gara a cui erano state invitate sette imprese era andata deserta.

Per questo tipo di imprese il problema non è fare il pieno dei camion a prezzi abbordabili: la vera posta in gioco sono gli incentivi pubblici al trasporto marittimo. I soldi sono molti e sono assegnati dal Sea Modal Shift, il programma con cui il ministero dei Trasporti finanzia le imprese che scelgono di trasportare i camion o i semirimorchi sulle navi anziché su strada, per ridurre traffico ed emissioni. Secondo gli elenchi del ministero per il primo anno, concluso nel dicembre del 2024, a quattro delle aziende con sede a Catania spettano complessivamente quasi 8,9 milioni di euro. Per l’anno successivo risultano impegnati altri 2,6 milioni.

Non tutte queste somme sono state ancora liquidate e i ritardi nei pagamenti sono una delle ragioni del malcontento.

Il presidio dei camionisti a Sicignano degli Alburni, in provincia di Salerno (Angelo Mastrandrea/Il Post)

Il presidio dei camionisti a Sicignano degli Alburni, in provincia di Salerno, 21 ottobre 2026 (Angelo Mastrandrea/Il Post)

Dopo la fine dei blocchi, i camion siciliani che hanno provato a risalire verso il Nord su strada hanno dovuto affrontare un altro ostacolo, i blocchi dei colleghi calabresi e campani, che per qualche giorno ancora hanno impedito il passaggio. Il loro potere di interdizione deriva dal fatto che la quasi totalità delle merci italiane, il 92 per cento, viaggia su gomma.

Uno di questi nuovi ostacoli è stato lo snodo autostradale di Gioia Tauro, dove ha agito soprattutto Fedralog (Federazione autotrasporti logistica). Le sue richieste sono in parte diverse da quelle siciliane. Tra le altre, propone un controllo automatico delle tariffe del trasporto utilizzando i dati delle fatture elettroniche delle aziende committenti. È una misura che riguarda soprattutto i piccoli trasportatori e servirebbe a verificare se i prezzi pagati a chi trasporta le merci siano compatibili con i rincari del gasolio. Fedralog ha sospeso i blocchi in vista dell’incontro del 27, minacciando però una nuova protesta a Roma se non arriveranno risposte.

La protesta dei camionisti a Poggio Imperiale, in provincia di Foggia, 18 ottobre 2026 (Angelo Mastrandrea/Il Post)

La protesta dei camionisti a Poggio Imperiale, in provincia di Foggia, 18 ottobre 2026 (Angelo Mastrandrea/Il Post)

Che atteggiamento avere con la politica è stato un tema divisivo per molti partecipanti alla protesta, specialmente in Puglia. Qui le proteste maggiori sono state nel Foggiano e a guidarle sono stati soprattutto gli autotrasportatori di Cerignola, che hanno rivendicato l’autonomia della protesta dalla politica. Il 19 ottobre hanno allontanato da un loro presidio Gianni Alemanno, ex sindaco di Roma e ora esponente di Futuro Nazionale. Il leader Vincenzo Pinnelli ha spiegato al Post che non si accontentano degli aiuti decisi dal governo e che, se dovessero decidere di fermarsi di nuovo, nessuno potrà obbligarli a lavorare. Chiedono di pagare il gasolio con una tariffa calmierata, come gli agricoltori, e hanno deciso di mantenere i presidi, anche se non bloccano più i camion.

L’altra organizzazione che ha partecipato alle proteste è stata l’Altamura Consorzio Autotrasportatori Riuniti (ACAR), un consorzio composto da 55 aziende dell’Alta Murgia. Il presidente Vito Tafuni, un imprenditore dei trasporti che è anche consigliere comunale ad Altamura per una lista civica centrista, ha guidato un corteo di camion fino a Bari. Sostiene il dialogo con il governo e, soprattutto, con la Regione Puglia: ha chiesto al presidente Antonio Decaro, del Partito Democratico, di costituire un “tavolo permanente” per affrontare la crisi dell’autotrasporto.

Le proteste davanti all'interporto di Nola, in provincia di Napoli (Angelo Mastrandrea/Il Post)

Le proteste davanti all’interporto di Nola, in provincia di Napoli (Angelo Mastrandrea/Il Post)

In Campania si è assistito a qualcosa di ancora diverso: la protesta è stata più “orizzontale”, ed è cresciuta intorno a coordinamenti territoriali di singoli camionisti più che a vere e proprie associazioni. I presidi si sono concentrati attorno a Nola e Caserta, dove si trovano due dei maggiori snodi logistici del Mezzogiorno: l’Interporto di Nola e quello di Maddaloni-Marcianise, nel Casertano. È qui che le merci vengono smistate per raggiungere supermercati e aziende, o vengono trasportate con i camion ai porti di Napoli e Salerno per essere caricate sulle navi dirette in Belgio, Germania e Paesi Bassi.

Bloccare gli accessi a queste aree, o i caselli autostradali che le collegano al resto d’Italia, significa interrompere una parte essenziale dei rifornimenti.

I due principali coordinamenti campani fanno riferimento a due trasportatori della provincia di Caserta: Vincenzo Parisi, rappresentante dei camionisti del polo industriale di Carinaro (Caserta), e Gianni Prato, che ha coordinato i presidi dell’Alto Casertano, lungo la A1. Prato ha anche una storia politica locale: è stato sindaco di Capriati a Volturno, un piccolo comune al confine con il Molise, dal 2014 al 2020, eletto due volte con una lista civica, e oggi è consigliere comunale di opposizione.

Anche quello campano comunque non è un fronte uniforme: Parisi ha partecipato all’incontro con Salvini del 20 ottobre, mentre Prato ha continuato a contestare le proposte del governo.

Tutti concordano però su una base comune di richieste. La principale è la certezza del credito d’imposta sul medio periodo: si tratta di un’agevolazione fiscale del 20 per cento delle spese sostenute per l’acquisto del gasolio, per compensarne i rincari eccezionali. Finora è stato concesso fino al 5 ottobre 2026, ma gli autotrasportatori chiedono che venga esteso più a lungo. Gli autotrasportatori campani chiedono anche un meccanismo di adeguamento automatico del carburante nelle tariffe dei trasporti: sono le tabelle del ministero dei Trasporti che forniscono i valori indicativi di riferimento dei costi, e su quella base gli autotrasportatori negoziano i contratti di trasporto con i committenti.