Il gesto che si vede ovunque alle manifestazioni degli studenti in Serbia
Il numero tre con le dita ha due spiegazioni: una semplice e una complessa
di Rodolfo Toè
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In Serbia agli eventi organizzati dal movimento degli studenti in vista delle elezioni di domenica è comune vedere persone che agitano le mani facendo il numero tre con pollice, indice e medio. Il gesto ha una spiegazione semplice e una più complessa.
Quella semplice: la lista del movimento è la numero tre sulle schede elettorali.
Quella complessa: il saluto a tre dita (in serbo si chiama pozdrav sa tri prsta), benché sia usato comunemente in Serbia, è anche un gesto associato al nazionalismo serbo militante, ed è controverso e problematico tra i serbi più progressisti e le persone non serbe.
Uno dei tanti video diffusi dal movimento degli studenti sui propri profili social, che fanno riferimento al numero della lista e al saluto a tre dita
L’interpretazione più diffusa del saluto a tre dita è che richiami la Trinità ortodossa (i serbi sono a grandissima maggioranza ortodossi). Negli anni Novanta il gesto venne reso popolare da alcuni politici nazionalisti, e si diffuse anche tra i soldati e i paramilitari serbi durante le guerre dell’ex Jugoslavia.
Fino al 1991 la Serbia faceva parte della Jugoslavia. Quando la Jugoslavia iniziò a disgregarsi, la Serbia attuò un progetto di smembramento delle repubbliche vicine in cui vivevano persone serbe, cioè Croazia e Bosnia Erzegovina. L’idea era di realizzare territori abitati esclusivamente da serbi, espellendo gli altri, e poi annetterli per costruire una “Grande Serbia”. Nelle guerre che seguirono l’esercito della Jugoslavia (che a quel punto era composto quasi esclusivamente da serbi e montenegrini, e rispondeva in realtà alla Serbia) e le milizie serbe armate e sostenute dalla Serbia commisero numerosi crimini di guerra e contro l’umanità, incluso il genocidio di Srebrenica.
Nonostante questo moltissimi serbi ancora oggi rifiutano di prendere le distanze dal nazionalismo di quegli anni, e non ritengono che slogan e simboli nazionalisti (come il saluto a tre dita) siano problematici. Il saluto a tre dita è usato per esempio anche dagli sportivi serbi.
Il leader paramilitare serbo Željko Ražnatović Arkan insieme ad alcuni compagni in una moschea a Bijeljina, nella Bosnia Erzegovina nord-orientale, nel 1992. Arkan e i suoi uomini parteciparono ai massacri e all’espulsione delle persone non serbe che vivevano nell’area. Alle spalle di Arkan alcuni paramilitari fanno il saluto a tre dita.
Gli studenti protestano da quasi due anni contro l’ex presidente serbo Aleksandar Vučić, un politico populista di destra (Vučić si è dimesso a fine settembre per candidarsi come primo ministro). Hanno sempre rivendicato di essere apartitici, e al movimento partecipano anche persone delle minoranze, però hanno avuto un atteggiamento ambiguo nei confronti di slogan e simboli nazionalisti, tollerandoli e in diversi casi usandoli loro stessi.
È stata in parte una scelta tattica, per non rinunciare al sostegno degli elettori e degli studenti più nazionalisti. Ma è una scelta che ha causato qualche difficoltà al movimento, ed è stata criticata dagli intellettuali più progressisti e di sinistra.

Un partecipante a un corteo degli studenti con una croce ortodossa a Belgrado, il 21 ottobre. Alle sue spalle, sfocata, una bandiera con uno slogan nazionalista, che invita a «non tradire» il Kosovo (cioè, a non riconoscere la sua indipendenza) (AP/Armin Durgut)
Le rivendicazioni nazionaliste non sono la priorità del movimento, che si concentra sulla lotta alla corruzione. Però è successo che intellettuali e politici nazionalisti tenessero discorsi radicali durante le loro proteste, che usassero canzoni nazionaliste ai loro raduni, che chiamassero Vučić «šiptar» (un insulto razzista rivolto agli albanesi), o che festeggiassero la Republika Srpska, l’entità a maggioranza serba della Bosnia Erzegovina, creata per l’appunto con la pulizia etnica durante la guerra degli anni Novanta.
Il movimento degli studenti decide tutto, anche i dettagli organizzativi minimi, attraverso assemblee, e questo rende difficile sostenere che si tratti di casi o incidenti isolati.
Soprattutto, gli studenti sono stati molto attivi e schierati su un’altra questione centrale del nazionalismo serbo: l’indipendenza del Kosovo.

Alcuni studenti con un manifesto contro l’indipendenza del Kosovo a Kragujevac, il 14 febbraio 2025 (AP/Darko Vojinovic)
Il Kosovo si è dichiarato indipendente nel 2008: è abitato in prevalenza da albanesi kosovari, ma durante la Jugoslavia era una provincia della Serbia. Tra il 1998 e il 1999 l’esercito della Jugoslavia (a quel punto ridotta solo a Serbia e Montenegro) combatté contro l’Esercito di Liberazione del Kosovo, un gruppo di guerriglieri albanesi che chiedeva l’indipendenza, e commise atti di pulizia etnica e crimini contro i civili. Nel 1999 la NATO fece una campagna di bombardamenti su Serbia e Montenegro, per mettere fine alla guerra, e il Kosovo venne messo sotto l’amministrazione delle Nazioni Unite.
Moltissimi serbi, e praticamente tutti i partiti politici, si oppongono all’indipendenza del Kosovo, e la questione è molto sentita: in parte per la sua importanza per la storia e la cultura serbe; in parte anche perché in Kosovo vivono ancora parecchi serbi (si stima che siano circa il 3 per cento del totale), soprattutto nel nord.
Gli studenti hanno organizzato manifestazioni a sostegno della minoranza serba in Kosovo. A maggio hanno anche pubblicato un memorandum dai toni molto nazionalisti, in cui sostengono che «la preservazione del Kosovo è il denominatore comune dei nostri sforzi».



