In Trentino hanno messo un data center dentro una montagna

È in una cava a 40 metri di profondità in cui fa sempre freddo, e per questo consumerà meno energia

di Francesco Gaeta

L'ingresso della cava di Predaia, in provincia di Trento, dove sorge il data center Intacture (foto Damiano Clauser/Intacture)
L'ingresso della cava di Predaia, in provincia di Trento, dove sorge il data center Intacture (foto Damiano Clauser/Intacture)
Caricamento player

Sulla strada della val di Non che attraversa il comune sparso di Predaia, in provincia di Trento, a un certo punto si vede una strana funivia: trasporta le mele del consorzio Melinda dal magazzino centrale posto a valle. Dopo aver viaggiato per circa un chilometro all’aria aperta, i cassettoni entrano nella montagna, in una cava di roccia in cui c’è sempre fresco e dove le mele vengono conservate: 12 gradi tutto l’anno, l’ideale per risparmiare l’energia dei frigoriferi. Da alcuni mesi però in quella stessa montagna c’è anche qualcosa di molto diverso: un data center, centinaia di server che archiviano e gestiscono dati.

Il data center di Predaia si chiama Intacture ed è l’unico in Europa costruito dentro una miniera ancora attiva, a una profondità tra i 40 e i 100 metri. Esistono altri impianti sotterranei e il più simile è quello di Lefdal, sulla costa occidentale della Norvegia, ma è ricavato in una vecchia miniera non più utilizzata. Qui invece si continua a estrarre dolomia, una roccia usata nell’edilizia, come si fa da molto tempo.

A costruire Intacture è stata una società pubblico-privata. Si chiama Trentino DataMine ed è partecipata al 49 per cento dall’università di Trento. La società ha speso oltre 50 milioni di euro, 18 dei quali sono fondi del PNRR, il piano di investimenti per uscire dalla crisi dovuta alla pandemia finanziato con soldi europei. L’azienda che ha il diritto di estrazione nella montagna ha ceduto per trent’anni a Trentino DataMine il diritto di usare alcuni spazi sotterranei.

Come per le mele, il fresco serve a risparmiare energia. Un data center ne consuma molta: serve a far lavorare 24 ore su 24 le macchine che fanno funzionare cloud, siti, app e sistemi di intelligenza artificiale. E a mantenerle alla giusta temperatura. Il fresco costante dentro la cava permette di raffreddarle soprattutto con il free cooling, un semplice sistema di scambio con l’aria esterna.

Secondo i costruttori il chiller, cioè il sistema che raffredda i computer con un circuito ad acqua, dovrebbe entrare in funzione solo per tre mesi all’anno, quando le temperature esterne salgono troppo. Nel resto dell’anno bastano un po’ di ventilatori, in pratica. Il risparmio di elettricità rispetto a un data center della stessa dimensione è stimato nell’equivalente dei consumi annuali di circa 900 famiglie.

Alcuni data center vengono raffreddati tutto l’anno con torri che fanno evaporare parte dell’acqua e devono quindi essere rifornite continuamente. A Predaia l’acqua di raffreddamento circola in un circuito chiuso: per riempirlo ne servono 170 metri cubi, che vengono poi riutilizzati.

Una delle gallerie della cava di Predaia: è a 40 metri di profondità ed è lunga 170 metri (Francesco Gaeta/il Post)

Dennis Bonn, amministratore delegato della società, dice che oltre alla temperatura ci sono stati altri fattori che hanno portato a scegliere proprio questa montagna: «La dolomia protegge i server da eventi meteorologici e interferenze elettromagnetiche, e ovviamente riduce il rischio di intrusioni di persone non autorizzate». In più la cava è sormontata da uno strato di argilla che si estende fino a 40 metri di profondità e impedisce all’acqua di filtrare: quindi l’ambiente sottostante è interamente asciutto, condizione essenziale per ospitare apparecchiature elettriche.

Le gallerie che ospitano i computer, larghe 12 metri e alte 7, non esistevano fino a tre anni fa. Il loro tracciato è stato concordato con i proprietari della cava. Si estendono in lunghezza per circa 170 metri, a file parallele. È una struttura modulare: per ora le gallerie operative sono due, ma ne sono già pronte altre cinque della stessa lunghezza nel caso in cui servisse più spazio per i server.

La sala del data center a Predaia (Francesco Gaeta/il Post)

Visto da vicino, il data center è una lunga fila di armadi metallici, chiamati rack, affollati di computer e cavi di fibra ottica. Dentro si sente solo il ronzio delle ventole di aspirazione dell’aria. Alcuni operai stanno terminando gli allestimenti, visto che l’impianto sarà pienamente operativo tra alcune settimane con l’arrivo dei primi clienti.

Intorno ai rack ci sono le apparecchiature necessarie a mantenerli in funzione, cioè cabine che trasformano l’elettricità dalla media alla bassa tensione, batterie che intervengono in caso di blackout, un sistema antincendio che aspira e analizza continuamente l’aria e, se rileva fumo o gas, nebulizza minuscole gocce d’acqua. Molti di questi impianti sono doppi: se uno si guasta, l’altro può sostituirlo.

L’impianto di trattamento dell’aria del data center (Damiano Clauser/Intacture)

A chi serve un data center nelle montagne della val di Non? Secondo Bonn «a piccole e medie imprese del territorio, a banche e assicurazioni, e anche a enti della pubblica amministrazione, aziende sanitarie e istituti di ricerca».

Il modello è la co-location, che è quello prevalente tra gli oltre 200 data center italiani: chi costruisce fornisce lo spazio, l’elettricità, il raffreddamento, la connessione in fibra e la sicurezza; i clienti affittano uno o più rack nei quali installare i server e i dati, che ovviamente restano di loro proprietà. L’altra possibilità è che a costruire sia lo stesso cliente, come avviene nel caso dei grandi gruppi del digitale, i cosiddetti hyperscaler.

Trentino DataMine offrirà anche l’uso di un proprio “supercomputer”, cioè un sistema utilizzato per ottenere capacità di calcolo molto elevate: imprese ed enti di ricerca potranno impiegarlo per elaborare grandi quantità di dati, addestrare modelli di intelligenza artificiale e fare previsioni utilizzando i propri dati, senza acquistare e gestire direttamente le macchine necessarie. Un’azienda agricola potrà per esempio programmare l’irrigazione in relazione agli andamenti storici delle temperature, e un comune potrà studiare i flussi di traffico analizzando numero e luogo degli incidenti stradali.

L’energia per far funzionare tutto è idroelettrica e proviene da una centrale collocata a pochi chilometri, sul lago di Santa Giustina. Dal punto di vista della potenza energetica installata – che è l’intensità massima di consumo a pieno regime e che si misura in megawatt – Intacture è un impianto che potrà arrivare a 6 megawatt (più o meno la potenza che serve per ricaricare contemporaneamente 40 auto elettriche). È una scala di grandezza molto inferiore rispetto ai data center che si stanno costruendo altrove. In Lombardia, dove si concentra la maggior parte degli impianti italiani, alcuni saranno presto operativi con potenze da 300 o 400 megawatt (più di 2.000-2.500 auto elettriche).

Proprio la concentrazione di queste grandi strutture energivore in territori circoscritti sta portando a manifestazioni di protesta in molte zone d’Italia, come quella che si è tenuta il 10 ottobre a Milano. Nel 2025 la potenza installata dei data center è cresciuta del 19 per cento ed è destinata ad aumentare: alla fine di giugno le richieste di connessione alla rete dell’alta tensione erano pari a 160 volte la potenza già installata. Sono solo richieste di connessione, ma se anche una minima parte si trasformasse in consumi ci sarebbero conseguenze sulla tenuta della rete elettrica e anche sulle tariffe, come sta avvenendo in altri paesi.

La questione è se un data center come quello di Predaia sia destinato a essere un “caso esemplare” o anche un modello che si può replicare in altri territori per ridurre una parte dell’impatto di queste strutture. Marina Natalucci, direttrice dell’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano, raccomanda cautela e ricorda le condizioni eccezionali che si sono verificate in questo caso, tutte insieme: «Non solo una zona lontana dall’abitato eppure ben collegata a una dorsale di fibra ottica, anche fonti di energia rinnovabile molto vicine e addirittura una collocazione che riduce l’impatto del consumo di suolo e di energia elettrica».