Il peggiore campo rom d’Italia

Si trova a Giugliano, in un'area industriale molto inquinata vicino a Napoli, e secondo il Consiglio d'Europa andrebbe chiuso

di Angelo Mastrandrea, foto di Mauro Pagnano, da Giugliano

Una parte del campo di via Carrafiello, a Giugliano, vista dall’alto (Mauro Pagnano per il Post)
Una parte del campo di via Carrafiello, a Giugliano, vista dall’alto (Mauro Pagnano per il Post)
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Il campo rom di via Carrafiello a Giugliano, una città di 125mila abitanti in provincia di Napoli, è un agglomerato di vecchie roulotte utilizzate come abitazioni e di baracche costruite con pezzi di legno, lamiere, plastiche delle serre e altri materiali di scarto. Si trova su una spianata brulla ai margini della zona industriale della città, una delle aree più inquinate d’Italia a causa dei rifiuti industriali interrati e dei continui roghi di spazzatura. Le organizzazioni umanitarie lo considerano quello dove le persone vivono peggio in Italia e il Consiglio d’Europa, un organo indipendente dall’Unione Europea che si occupa di democrazia e diritti umani, ha chiesto al governo Meloni di chiuderlo.

Nella baraccopoli non c’è acqua e nemmeno corrente elettrica: la fornitura fu interrotta a gennaio del 2024, quando una bambina di 7 anni rimase fulminata da un cavo scoperto, e non è più stata ripristinata. Solo all’ingresso c’è una fontanella dove le persone vanno a lavarsi e a riempire secchi e taniche. Ci sono anche bagni chimici: li ha messi la società che ha costruito un parco fotovoltaico in un terreno confinante, che fino a un anno e mezzo fa era occupato dagli abitanti del campo. Furono sgomberati e si spostarono solo di qualche metro, in altri terreni privati.

Il campo rom di via Carrafiello a Giugliano (Mauro Pagnano per il Post)

Rifiuti di ogni genere sono accatastati ovunque e per le strade passano solo vecchie automobili e furgoni malridotti. Davanti ad alcune baracche ci sono gruppetti di uomini che smontano pezzi di auto ed elettrodomestici o selezionano il ferro vecchio e il rame: l’attività economica principale nel campo è la raccolta, la cernita e il commercio informale di metalli, lamiere e scarti di lavorazione. Non vogliono farsi fotografare perché dicono che «qui è tutto troppo sporco».

Poco lontano alcuni bambini giocano a piedi nudi. Una donna spinge a fatica un passeggino lungo la strada piena di buche. Dice che il campo è invivibile, c’è una massiccia presenza di topi, d’estate le baracche diventano roventi e quando piove le strade sterrate si allagano e il fango invade i ripari improvvisati.

Il campo rom di via Carrafiello a Giugliano (Mauro Pagnano per il Post)

Nella baraccopoli di via Carrafiello vivono 545 persone di etnia rom. In tutta Giugliano ce ne sono 1.200: gli altri abitano in un secondo campo composto da moduli abitativi prefabbricati fatti mettere dal comune (anche questo è senza acqua né corrente elettrica), in un altro insediamento informale e in alcuni alloggi improvvisati nelle campagne. Andando verso Caivano e Scampia, sempre a nord di Napoli, se ne contano circa 3mila: sono quasi il 40 per cento delle persone rom che vivono nelle baracche in tutta Italia.

Li ha contati l’Associazione 21 luglio, un’organizzazione che dal 2010 lotta contro la discriminazione e la segregazione delle comunità rom, e che ha svolto un censimento e un’analisi dettagliata di tutti i campi in Italia, con l’obiettivo di chiuderli. Secondo l’Associazione i campi sono una cinquantina, e ci vivono 8.500 persone. Nel 2010 erano 260, e gli abitanti 40mila. Sono diminuiti man mano che i comuni riuscivano a ricollocare le persone in abitazioni vere. A Roma, per esempio, nel 2010 nei campi vivevano 7.700 persone; ora sono circa 1.700.

L’età media degli abitanti di via Carrafiello è di 26 anni. Sono nati quasi tutti nei campi della zona, e non hanno mai vissuto in una casa vera. «Nei campi di Giugliano sono cresciute due generazioni di rom», dice Nurija Seferovic, che a 52 anni è uno degli abitanti più anziani. Ha 12 figli, sei femmine e sei maschi, e un numero imprecisato di nipoti e bisnipoti. Sono nati tutti a Giugliano tranne la primogenita, che aveva appena un mese quando i Seferovic, rom di religione musulmana, decisero di lasciare la Bosnia a novembre del 1991. «Vivevo con mia moglie e la nostra prima figlia a Visoko, un piccolo comune vicino a Sarajevo. Quando scoppiò la guerra in Croazia decidemmo di andare via perché temevamo che potesse arrivare anche da noi», racconta.

Nurija Seferovic, 52 anni, in Italia dal 1991 e figura storica della comunità rom di Giugliano, ritratto durante un incontro organizzato dall’Associazione 21 luglio per presentare un progetto per il superamento dell’insediamento di via Carrafiello (Mauro Pagnano per il Post)

La sua storia è analoga a quella della quasi totalità dei rom di Giugliano. Arrivarono nei primi anni Novanta dai paesi dell’ex Jugoslavia, dopo la dissoluzione, e da allora vivono in baraccopoli da cui periodicamente vengono sgomberati. Fino al 2016 abitarono sulla discarica di Masseria del Pozzo, uno dei luoghi simbolo delle indagini giudiziarie sulla cosiddetta “Terra dei fuochi”, perché vi furono interrati milioni di metri cubi di rifiuti industriali pericolosi, fanghi tossici, scarti chimici e fusti con sostanze velenose.

«Quando pioveva il terreno fumava, e molti bambini che giocavano con le fumarole da adulti si sono ammalati di tumori o sono morti giovanissimi», ricorda. Il 21 giugno 2016 furono sgomberati e trasferiti in una ex fabbrica di fuochi d’artificio distrutta da un’esplosione, dove rimasero altri tre anni. Poi occuparono con altre persone sgomberate i terreni di via Carrafiello: prima quelli dove ora ci sono i pannelli solari, poi quelli confinanti.

– Leggi anche: La Terra dei fuochi brucia ancora

Il campo rom di via Carrafiello a Giugliano (Mauro Pagnano per il Post)

A maggio del 2025 il Comitato europeo per i diritti sociali del Consiglio d’Europa chiese al governo italiano di «garantire che sia fornito alle famiglie rom di Giugliano un alloggio temporaneo adeguato e sicuro, con accesso a servizi di base quali acqua, servizi igienici, riscaldamento, smaltimento dei rifiuti ed elettricità». Accolse un ricorso del Centro europeo per i diritti dei rom e di fatto stabilì che il campo di via Carrafiello andasse chiuso e che ai rom che ci abitano bisognasse dare una casa.

Il Consiglio d’Europa è un’istituzione storica e prestigiosa che promuove il rispetto dei diritti umani dal 1949, ma non ha un gran peso politico e le sue richieste e raccomandazioni ai paesi non sono vincolanti. Nel caso del campo rom di Giugliano ha emesso quella che viene chiamata una «decisione», che può al massimo essere presa come riferimento dai giudici per interpretare la legge italiana.

Il campo rom di via Carrafiello a Giugliano (Mauro Pagnano per il Post)

Giugliano è una città con una storia politica travagliata. Negli anni ci sono state diverse indagini giudiziarie sui rapporti tra la camorra e la politica locale. Il comune è stato commissariato più volte e il governo, a febbraio del 2025, inviò tre ispettori per valutare lo scioglimento per infiltrazioni camorristiche. Non avvenne, si andò al voto e ora la città è amministrata da una giunta di centrosinistra.

Dopo la “decisione” del Consiglio d’Europa sei famiglie furono trasferite in un edificio confiscato alla camorra. Il giorno dopo la firma dei contratti di affitto la palazzina fu incendiata, non si sa da chi. Le persone rom dovettero tornare nelle baracche e ora temono che, se il comune gli assegnasse le case, le intimidazioni si ripetano. «Nessuno vuole affittarci le case, se si vuole chiudere il campo c’è un’unica soluzione: il comune dovrebbe aiutarci a trovare delle masserie abbandonate in campagna che noi provvederemmo a risistemare», conclude Seferovic.

«I campi sono il frutto di una politica basata su un pregiudizio: che i rom in fuga dai paesi della ex Jugoslavia negli anni Novanta fossero nomadi, mentre la stragrande maggioranza di loro viveva nelle case», dice il presidente dell’Associazione 21 luglio, Carlo Stasolla. In quel periodo molti comuni, per ospitare le migliaia di persone che fuggivano dalle guerre nei Balcani, allestirono delle aree di sosta temporanee all’aperto che con il tempo diventarono dei ghetti.

Due persone che vivono nell’insediamento rom di via Carrafiello davanti alla loro abitazione, che hanno costruito da soli in legno e lamiera (Mauro Pagnano per il Post)

L’Associazione 21 luglio considera il campo di via Carrafiello a Giugliano «il peggiore d’Italia», per le condizioni in cui vivono gli abitanti e per il luogo in cui si trova, ai margini della cosiddetta “Area vasta”, cioè la zona industriale dove sono stati sotterrati rifiuti pericolosi di ogni genere: il ministero dell’Ambiente l’ha inserita nell’elenco dei Siti di interesse nazionale (SIN), cioè i luoghi più inquinati d’Italia da bonificare.

L’associazione ha presentato un piano per la «desegregazione abitativa», cioè per chiudere il campo, dare una casa ai rom e mandare i bambini a scuola. Il progetto è finanziato con 3 milioni di euro di fondi europei. La Regione Campania lo ha approvato e ora dovrebbe cominciare la fase operativa, che prevede il coinvolgimento del comune, dell’azienda sanitaria locale e delle scuole.