Il posto in cui chi ha commesso un reato incontra chi l’ha subito

Siamo andati a vedere come funziona un centro di giustizia riparativa, dove per risolvere un conflitto si fa come nelle tragedie greche

di Alice Facchini, da Bologna

Un’immagine di repertorio di una stanza, usata a scopo illustrativo (Getty Images)
Un’immagine di repertorio di una stanza, usata a scopo illustrativo (Getty Images)
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In una stanza vuota c’è un tavolo rotondo con cinque persone intorno. Due sono sedute una di fronte all’altra e stanno discutendo animatamente: nei momenti più concitati interviene una terza persona, che li ferma e dà loro la parola a turno. Ogni tanto propone di fare una pausa, offrendo un bicchier d’acqua o un biscotto. Poi li aiuta a riprendere il filo del discorso. Le altre due persone ascoltano e osservano, prendendo parola solo di tanto in tanto.

Nel Centro di giustizia riparativa CIMFM di Bologna avvengono così gli incontri tra chi ha commesso un reato e la persona che l’ha subìto, oppure la sua famiglia, la sua comunità, o anche un’altra persona che apparentemente non c’entra niente, ma che ha subìto un reato simile. Dialogando si cerca di superare il conflitto e arrivare a una qualche forma di riparazione, materiale o simbolica: può essere anche semplicemente una stretta di mano o una parola di riappacificazione. Questi percorsi di mediazione sono la parte centrale della giustizia riparativa in Italia e hanno lo scopo di creare (o riaprire) un dialogo tra due parti, in presenza di mediatori formati per affrontare questo tipo di situazioni.

Nel 2022, con la riforma della giustizia dell’allora ministra Marta Cartabia, il governo di Mario Draghi ha fatto accordi per istituire 36 centri di giustizia riparativa in Italia, riconosciuti dal ministero della Giustizia e gestiti generalmente da comuni, regioni o province: il CIMFM di Bologna è uno di questi. Questi centri ricevono finanziamenti per portare avanti percorsi di mediazione, ma anche organizzare attività di sensibilizzazione e incontri nelle scuole.

Ci sono diversi casi di persone che hanno chiesto di partecipare a un percorso di mediazione che hanno fatto molto discutere, perché la persona colpevole aveva compiuto un delitto considerato troppo grave, o perché non sembrava veramente pentita: è il caso di Davide Fontana, che nel 2022 uccise l’ex fidanzata Carol Maltesi; quello di Cesare Battisti, ex terrorista del gruppo di estrema sinistra Proletari armati per il comunismo; o di Massimo Adriatici, l’ex assessore leghista di Voghera che sparò a Youns El Boussettaoui uccidendolo. In tutti e tre i casi le famiglie delle persone che avevano subìto il reato hanno rifiutato di partecipare al percorso di mediazione.

«La cosa più complicata è riuscire a coinvolgere la persona che ha subìto il reato», spiega Rosalia Donnici, responsabile del centro di Bologna. «Le persone vogliono allontanare il ricordo di un evento che spesso è stato traumatico, o comunque difficilmente accettano di partecipare a un percorso che potrebbe dare benefici a chi ha fatto loro del male».

I percorsi sono complementari alla pena da scontare e non la sostituiscono: se si concludono con esito positivo possono essere considerati dal giudice come attenuanti e portare a uno sconto di pena. Ma questo non sempre avviene.

La legge prevede che tutti possano accedere a percorsi di giustizia riparativa, a prescindere dal reato commesso, con limitazioni solo qualora ci fossero pericoli concreti nell’incontro tra le parti. Il percorso può iniziare su richiesta della stessa persona che ha compiuto il reato, di chi l’ha subìto o per decisione del giudice. La partecipazione è sempre volontaria.

Dopo l’approvazione della riforma Cartabia, ci sono voluti anni per definire i protocolli e pubblicare i bandi per la gestione delle attività dei centri: in molte città per tanto tempo i fondi sono rimasti del tutto o in parte inutilizzati. Ora finalmente i centri stanno effettivamente iniziando a funzionare. Quello di Bologna ha cominciato le attività come Centro riconosciuto dal ministero il primo settembre del 2026, ma in realtà esisteva già da venticinque anni.

La giustizia riparativa in Italia infatti c’è da ben prima della riforma Cartabia. Le prime sperimentazioni cominciarono nei primi anni Duemila nella giustizia minorile, che da sempre è più orientata al recupero e alla rieducazione rispetto alla giustizia ordinaria. In città come Bologna, Milano, Torino e Bari, associazioni e cooperative iniziarono a proporre percorsi di mediazione, spesso raccomandati dai servizi sociali e dai tribunali minorili.

A Bologna il CIMFM, che sta per Centro italiano di mediazione e formazione alla mediazione, nacque nel 2001 come associazione di volontariato: oggi ha undici mediatori attivi, che fanno in media circa 50-60 percorsi di mediazione ogni anno.
L’approccio che segue il CIMFM, e anche il più diffuso in Italia, è quello della cosiddetta “mediazione umanistica”, che venne teorizzato in Francia negli anni Ottanta da Jacqueline Morineau, un’archeologa specializzata in numismatica greca. Morineau elaborò un modello di mediazione che ricalcava le fasi che attraversano i conflitti nella tragedia greca: theoria (che significa “osservazione”: è la fase della narrazione), krisis (“decisione”: è la fase del confronto) e katharsis (“purificazione”: è la fase della risoluzione del conflitto).

Secondo il modello umanistico, ogni percorso di mediazione deve essere accompagnato da tre mediatori, il mediatore A, B e C. Il mediatore A è il più importante e deve essere presente in tutte le fasi del percorso. È quello che organizza gli incontri preliminari con chi ha subìto il reato (in presenza del mediatore B), e con chi ha compiuto il reato (in presenza del mediatore C). In questi primi colloqui ascolta entrambe le parti e lascia che ciascuno racconti la propria versione dei fatti.

Se la persona che ha subìto il reato accetta di incontrare chi l’ha commesso, si passa al colloquio: deve avvenire in uno spazio protetto – di solito una stanza all’interno del centro – in presenza di tutti e tre i mediatori. Non c’è una durata predefinita, possono bastare pochi minuti oppure possono servire diverse ore.

L’incontro è diviso in tre momenti, come appunto le tre fasi della tragedia greca: nella “teoria” entrambe le parti esprimono il proprio punto di vista senza mai essere interrotte dall’altro. Il primo a cominciare è sempre chi ha subìto il reato. Nella “crisi” invece è possibile intervenire e discutere, o anche litigare animatamente. Questo passaggio è cruciale per far emergere il conflitto e dare spazio alle emozioni inespresse. Infine c’è la terza e ultima fase, la “catarsi”, in cui avviene il riconoscimento del punto di vista dell’altro e l’assunzione di responsabilità da parte di chi ha commesso il reato.

I poster sul muro del Centro di giustizia riparativa CIMFM di Bologna (Il Post)

«Molti giovani che vengono qui ci ringraziano dicendo che è stata la prima volta che si sono sentiti ascoltati davvero», dice Claudio Fontana, mediatore del CIMFM. «L’ascolto trasforma le persone: alcuni ragazzi entrano con la felpa chiusa fino al mento, le spalle curve, ed escono con una postura e uno sguardo diversi».

I mediatori hanno un ruolo molto importante e delicato: devono guidare la discussione a partire dall’ascolto dei due diversi punti di vista. Nelle parole che emergono devono cogliere i punti attorno ai quali si arrovella il discorso: il loro compito è portarli alla luce, parafrasare ciò che viene espresso da uno e dall’altro, e suggerire nuove domande. Questo aiuta a riflettere e a concepire altri punti di vista. «L’abilità di un mediatore è quella di individuare quegli elementi che permettono alle persone di uscire dalla gabbia dei ruoli di vittima e carnefice, e rileggere il proprio vissuto in chiave diversa», dice Fontana.

Fino al 2022, anche se c’erano progetti locali molto avanzati, di fatto però mancava un quadro normativo di riferimento e finanziamenti che dessero continuità alle attività dei centri di giustizia riparativa, che non erano distribuiti uniformemente sul territorio nazionale. Le mediazioni avvenivano in spazi non pensati appositamente a quello scopo, concessi a volte dai comuni o dal tribunale. La formazione dei mediatori era in carico alle stesse associazioni e cooperative: di fatto erano volontari che non percepivano un compenso per la loro attività.

La riforma Cartabia ha rafforzato e uniformato il sistema. La mediazione è stata riconosciuta come attività professionale e nel 2023 il ministero della Giustizia ha istituito un elenco ufficiale dei mediatori esperti in giustizia riparativa. Per entrare a farne parte bisogna essere laureati, e poi seguire un percorso formativo apposito con un tirocinio obbligatorio in un Centro di giustizia riparativa: molte università stanno attivando nuovi master in collaborazione con i centri stessi.