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  • lunedì 17 dicembre 2018

La storia di Cesare Battisti

Le cose da sapere sull'ex terrorista italiano da anni latitante in Sud America, di cui si torna ciclicamente a parlare

Cesare Battisti all'aeroporto internazionale di Campo Grande, Brasile, 7 ottobre 2017 (ANSA/FERMO IMMAGINE RETEGLOBO)

Aggiornamento del 13 gennaio 2019: Cesare Battisti è stato arrestato in Bolivia, e sarà estradato in Italia.

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Venerdì 14 dicembre, il presidente brasiliano Michel Temer ha firmato il decreto di estradizione in Italia per Cesare Battisti, un terrorista condannato in via definitiva in Italia per quattro omicidi compiuti negli anni Settanta, che è riuscito ad evitare il carcere scappando all’estero e – negli ultimi anni – ottenendo asilo politico in Brasile. Dal giorno prima della firma del decreto di Temer, Battisti era latitante: un giudice ne aveva ordinato l’arresto in attesa della decisione del presidente e nessuno era più riuscito a mettersi in contatto con lui. Gli ultimi sviluppi della storia di Battisti sono stati molto discussi anche in Italia, ma i motivi per cui fu condannato sono spesso raccontati molto sbrigativamente. La storia di Battisti è piena di cose poco chiare, e di altre che vengono invece date per scontate e non lo sono.

Cesare Battisti in un’immagine di archivio non datata (ANSA)

Cesare Battisti è nato nel 1954 a Cisterna di Latina. Da adolescente si iscrisse al Partito Comunista Italiano, fece parte della FGCI, il gruppo giovanile del PCI, ma ne uscì poco dopo. Nel 1968 cominciò il liceo classico, ma lo lasciò nel 1971 facendosi conoscere dalle forze dell’ordine per piccoli crimini: nel 1972 venne arrestato per la prima volta per una rapina, due anni dopo venne arrestato di nuovo per rapina con sequestro di persona. E nel 1977 finì di nuovo in carcere, a Udine: lì conobbe Arrigo Cavallina, fondatore di un gruppo terrorista di estrema sinistra chiamato Proletari armati per il comunismo (PAC).

Negli articoli in cui si parla di Battisti si ripete spesso che fino a un certo punto lui fu un comune delinquente e che il 1977 e l’incontro con Cavallina furono i momenti in cui avvenne la sua politicizzazione. Battisti ha sempre negato questa versione, dicendo che la sua famiglia era comunista e che lui militava da sempre: «Ho fatto parte di Lotta continua, poi di Autonomia operaia. Sono finito dentro per una rapina, era un esproprio. Gli espropri non si rivendicavano. Non mi sono politicizzato in carcere, semmai in carcere ho conosciuto persone attraverso le quali sono entrato nei PAC».

Uscito dal carcere, a Milano Battisti partecipò attivamente alle azioni dei PAC con rapine a banche e a supermercati, sabotaggi alle fabbriche, varie aggressioni e omicidi. Per quattro di questi omicidi, i processi – in tutti i gradi di giudizio – hanno poi riconosciuto la partecipazione, diretta o indiretta, di Battisti. I processi si celebrarono comunque senza la sua presenza: Battisti fu arrestato nel 1979 per possesso illecito di armi e banda armata, evase nel 1981 dal carcere di Frosinone e lasciò l’Italia, per non tornarci più.

Gli omicidi nei quali Cesare Battisti risultava essere coinvolto (e per i quali venne condannato in contumacia a due ergastoli) avvennero tra il 1978 e il 1979. Il 6 giugno del 1978 venne ucciso Antonio Santoro, maresciallo della polizia penitenziaria, accusato dai PAC di avere maltrattato e torturato alcune persone detenute. Le sentenze stabilirono che Battisti aveva sparato a Santoro insieme a una complice. Il 16 febbraio del 1979 in provincia di Venezia viene ucciso Lino Sabbadin, un macellaio. Le sentenze in questo caso hanno stabilito che Battisti aveva agito da “copertura armata”. Lo stesso giorno, a Milano, venne ucciso il gioielliere Pierluigi Torregiani. Secondo le sentenze Battisti era stato tra gli ideatori e gli organizzatori dell’agguato. Nel corso di questa sparatoria, un colpo sparato dal gioielliere ferì suo figlio quindicenne, Alberto Torregiani, che da allora vive su una sedia a rotelle. Sia Sabbadin che Torregiani nei mesi precedenti alla loro morte avevano ucciso dei rapinatori difendendosi durante dei tentativi di rapina. Il 19 aprile del 1979 a Milano, venne ucciso l’agente della DIGOS Andrea Campagna. Secondo le sentenze, Battisti fu l’esecutore materiale dell’omicidio.

Da sinistra: Pierluigi Torreggiani, Lino Sabbadin, Antonio Santoro e Andrea Campagna (ANSA)

Al di là delle sentenze, Battisti ha sempre negato la sua partecipazione agli omicidi. Ha confermato di aver cominciato a fare “politica illegale” fin da giovanissimo, di aver finanziato i movimenti con furti e piccole rapine, ma ha detto di non aver mai sparato a nessuno e che nel 1978 non faceva più parte dei PAC per cui, sempre secondo le sue dichiarazioni, collaborava al giornale Senza galere: «I PAC avevano un giornale, Senza galere. Significava senza carceri, nel senso più largo, quello di Michel Foucault, di ghetto, di favela. Io entrai per collaborare con quel giornale». L’abbandono dei PAC, secondo quanto disse, avvenne a seguito dell’assassinio di Aldo Moro, rapito e ucciso dalle Brigate Rosse.

Cesare Battisti firma una copia del suo libro, Brasile, il 16 giugno 2012 (Marcos Nagelstein/AFP/GettyImages)

Le sentenze di condanna contro Battisti si basarono quasi esclusivamente
sulle testimonianze di Pietro Mutti, collaboratore di giustizia e suo principale accusatore. Battisti sostiene che Mutti, un «delatore premiato», parlò sotto tortura: «Quello che ha messo in mezzo me è uno solo, si chiama Pietro Mutti. Scaricando tutto su di me, invece di prendere alcuni ergastoli, ha preso pochi anni di galera, ubbidendo alle indicazioni di un procuratore della repubblica (Armando Spataro, ndr)». Nella ricostruzione che Mutti e altri testimoni fecero dei delitti che portarono alle condanne di Battisti ci furono effettivamente dei passaggi poco chiari: Mutti cambiò più volte versione, prima e dopo il processo. Nel caso dell’omicidio di Andrea Campagna, per esempio, un altro membro dei PAC confessò di avere commesso l’omicidio con un suo complice, secondo i testimoni oculari alto e biondo. Mutti individuò in quel complice Battisti, che alto e biondo non è. Altre prove del non coinvolgimento di Battisti sarebbero quelle documentali: «Mostrano la mia innocenza», ha dichiarato Battisti stesso: «La pistola che avrebbe sparato all’agente della Digos è stata trovata a un altro che avrebbe anche confessato, per esempio». In base a queste contraddizioni o cose poco chiare, nel tempo si è creato un movimento d’opinione di cui fanno parte intellettuali ed esponenti di Amnesty International che si batte per la sua innocenza.

Prima che i processi iniziassero, il 4 ottobre del 1981 Battisti era comunque già riuscito ad evadere: scappò prima in Francia, poi in Messico, poi di nuovo in Francia dove divenne scrittore e traduttore e dove venne protetto dalla cosiddetta dottrina Mitterrand: una politica con cui la Francia dava ospitalità e sicurezza a ex terroristi italiani purché questi lasciassero la lotta armata e la violenza. Nel 2004, però, durante la presidenza Chirac, la Francia concedette l’estradizione in Italia. Battisti presentò ricorso al Consiglio di stato francese, alla Corte di Cassazione italiana e alla Corte europea dei diritti umani: tutti vennero respinti e lui scappò, di nuovo. Venne nuovamente arrestato nel 2007 a Copacabana, in Brasile, dove però nel 2009 gli venne accordato dall’allora presidente Lula lo status di rifugiato politico: il ministro della giustizia brasiliano, Tarso Genro, disse che in Italia l’incolumità di Cesare Battisti era in pericolo per via delle sue idee politiche.

Cesare Battisti a Brasilia, 19 marzo 2007 (EVARISTO SA/AFP/Getty Images)

Il 9 giugno del 2011 il Supremo Tribunal Federal del Brasile confermò la decisione del presidente Lula di non estradare Battisti e votò a favore della sua liberazione, in quanto la pena per uso di documenti falsi era ormai scontata. Con l’arrivo del nuovo presidente conservatore Michel Temer alla guida del Brasile si è però ricominciato a parlare della possibilità di estradizione. Il governo italiano aveva presentato una nuova richiesta nel settembre del 2017 e Battisti, che nel frattempo si era sposato con una donna brasiliana e aveva avuto un figlio, non sentendosi più al sicuro aveva cercato di fuggire in Bolivia.

Cesare Battisti a Corumbá, nello stato del Mato Grosso do Sul, in Brasile, il 5 ottobre 2017 (FABIO MARCHI/AFP/Getty Images)

Fu fermato durante un controllo di polizia al confine, fu arrestato per trasporto illegale di denaro e venne liberato tre giorni dopo. Un tribunale federale accolse infatti la richiesta di liberazione fatta dai suoi avvocati, imponendo all’ex terrorista l’obbligo di indossare il braccialetto elettronico, di presentarsi in commissariato una volta al mese, e il divieto di lasciare la località in cui risiedeva, nel distretto di San Paolo, senza l’autorizzazione di un tribunale. Queste misure gli sono state revocate lo scorso aprile quando gli venne anche ritirato il passaporto, con l’accusa di aver fornito dati falsi in occasione del matrimonio.

Giovedì 13 dicembre, Luiz Fux, giudice della Corte Suprema brasiliana, aveva nuovamente ordinato l’arresto di Battisti in vista di una possibile estradizione verso l’Italia: ordinarla o meno era però una cosa che spettava solo al presidente. E il giorno dopo, il presidente brasiliano Michel Temer ha firmato il decreto di estradizione di Battisti che, nel frattempo, è sparito. Da giovedì non si hanno più sue notizie, e anche i suoi avvocati hanno detto di non averlo più sentito dopo la decisione del giudice Luiz Fux.

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