Chi era Nunni Miolli

Casalinga e femminista, fu una delle sopravvissute all'assalto fascista contro Radio Donna del 1979: è morta a cento anni

Immagine tratta dal documentario Donna: vrouwen in verzet con Nunni Miolli, sulla destra, accanto a una compagna del collettivo casalinghe (1980)
Immagine tratta dal documentario Donna: vrouwen in verzet con Nunni Miolli, sulla destra, accanto a una compagna del collettivo casalinghe (1980)
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Il 3 ottobre è morta a cento anni Annunziata Miolli, detta Nunni, tra le fondatrici negli anni Settanta del collettivo femminista romano delle Casalinghe. È morta nella sua casa di Spoleto, in Umbria. Nel 1979, quando aveva poco più di cinquant’anni, fu una delle cinque sopravvissute all’assalto fascista contro Radio Donna, ospitata da Radio Città Futura, un episodio poco ricordato e raccontato e presente qua e là nei frammenti delle cronache femministe.

Con altre donne residenti a Roma come lei e che come lei facevano le casalinghe, Nunni Miolli si era avvicinata al femminismo soprattutto grazie alla radio. Nel 1976, all’interno di Radio Città Futura, era nata Radio Donna, uno spazio creato dalle donne della redazione che si separarono per creare una propria emittente sulla stessa frequenza. Era il periodo delle radio libere, e Radio Città Futura era legato al movimento extraparlamentare di estrema sinistra Avanguardia Operaia.

Radio Donna diventò ben presto un luogo di scambio, incontro e organizzazione politica tra donne. Per il movimento femminista le casalinghe erano più difficili da raggiungere e coinvolgere, poiché il loro spazio di lavoro non consentiva l’organizzazione collettiva, a differenza delle studentesse e delle lavoratrici salariate. Rompendo con la tradizionale unidirezionalità dei media radiotelevisivi, con il suo slogan “usciamo dalle cucine” Radio Donna dava invece voce alle sue ascoltatrici, offrendo alle donne una libertà di parola al tempo senza precedenti e l’opportunità di uscire dall’isolamento. Molte casalinghe iniziarono dunque ad ascoltarla, poiché era l’unica che si occupava dei loro bisogni e della loro vita quotidiana.

Dal contesto nato intorno a Radio Donna nacque il collettivo delle Casalinghe, che permise alle donne non solo di uscire dalla cucina, ma anche di abbattere le barriere generazionali: le partecipanti avevano età diverse e differenti erano i contesti e le esperienze personali da cui provenivano, ma tutte erano casalinghe. Il collettivo si riuniva regolarmente alla Casa delle Donne di Roma al di fuori delle trasmissioni di Radio Donna, creando così spazi di lotta e condivisione sia in onda che fuori onda.

In un’intervista fatta a Radio Città Futura l’anno scorso Nunni Miolli ha ricordato: «Alla radio pagavamo un tot, levando le cipolle dalla spesa […] però devo dire la verità, loro non ci sopportavano, i ragazzi della radio nemmeno ci salutavano, nemmeno ci dicevano buongiorno, erano molto di élite forse, non so, ma comunque noi ci andavamo lo stesso… Che ce ne fregava, basta che avevamo l’ora per poter parlare».

Nel documentario del 1980 Donna: vrouwen in verzet di Yvonne Scholten, giornalista, scrittrice e regista nederlandese che ha vissuto gran parte della sua vita in Italia partecipando ai movimenti di quegli anni, Miolli raccontò l’obiettivo della loro trasmissione:

Ridimensionare il proprio dramma. Essere donna casalinga in Italia per me è stato il dramma della mia vita. E si ridimensionava perché toccavi con mano per quante altre donne nelle nostre condizioni era peggio. Eravamo molto vivaci nelle trasmissioni perché la rabbia che ci portiamo dietro da secoli, da sempre, ci dava una carica incredibile. E poi le trasmissioni erano fatte dalle donne, dalle compagne che telefonavano… dico compagne ma c’erano donne di tutti i generi che telefonavano. E abbiamo avuto anche minacce e insulti dalle donne fasciste e quelle mi davano piacere perché mi davano la misura di quanto davamo fastidio. Comunque noi in queste trasmissioni cercavamo di ridare alle donne la loro dignità.

Il 9 gennaio del 1979 era un martedì e le porte della radio, in via dei Marsi, nel popolare quartiere romano di San Lorenzo, erano aperte. Cinque donne del collettivo delle Casalinghe (Miolli, Anna Attura, Rosetta Padula, Linda Ingafù e Gabriella Pignone) avevano da poco iniziato la loro trasmissione: «Oggi si parlerà innanzitutto di contraccezione», disse Nunni alla compagna Rosetta Padula, che stava manovrando l’impianto audio, dato che il fonico si rifiutava di lavorare per le donne. E disse, ancora: «Accidenti ragazza, sembri una donna del Duemila con tutti quegli aggeggi attorno». Fu proprio in quel momento che Padula vide per prima un gruppo di uomini armati e con il volto coperto all’interno dei locali. E, come testimoniò in seguito in commissariato, si precipitò in studio per avvertire le altre donne presenti e chiedere loro di «dire in onda che c’erano persone armate di mitragliatrici nella stazione radio».

Le altre, per un attimo, pensarono a uno scherzo. Dopodiché quegli uomini fecero irruzione: uno gettò della benzina sull’attrezzatura, un altro una molotov all’interno dello studio, mentre altri ancora salivano le scale tenendo le donne sotto tiro.

Immediatamente scoppiò un incendio. Nunni venne raggiunta sul viso e sulle mani dalle fiamme. A quel punto le cinque donne iniziarono a scappare cercando di scendere dalle scale, ma gli spari arrivavano dall’alto e dal basso seguendole fin sulla strada («Facevano il tiro al piccione», dirà Miolli). Diverse persone e i negozianti del quartiere accorsero trascinandole fuori e fermando poi delle auto per caricarle e portarle nell’ospedale più vicino. Anna Attura era nelle condizioni più gravi: «A Rosetta, Linda e Gabriella spararono alle gambe, ad Anna nella pancia, io ero ustionata ma viva, Rosetta vedendo le fiamme della consolle mi tirò il suo golf azzurro sulla faccia per proteggermi dalle fiamme, se non ho perso la vista è per il suo gesto materno da sorella e compagna», ricorderà Miolli.

Quegli uomini facevano parte dei Nuclei Armati Rivoluzionari, i NAR, organizzazione terroristica di estrema destra. Erano guidati da Giusva Fioravanti. Nel comunicato stampa che i fascisti pubblicarono dopo l’attentato si diceva che alla radio non era stato perdonato il fatto di non aver rispettato il loro lutto «per i camerati uccisi e le continue prediche d’odio». Accusavano la radio di aver scherzato sulla morte di un militante avvenuta il 7 gennaio del 1978 durante uno scontro tra militanti fascisti e antifascisti, davanti alla sede del Movimento Sociale Italiano in via Acca Larenzia a Roma.

– Leggi anche: Storia dei tre omicidi di via Acca Larenzia

I media del tempo non diedero molto spazio a quel che era successo a Radio Donna, o ne diedero una lettura che non teneva conto del fatto che a essere state attaccate erano delle femministe.

Per entrare, i fascisti avevano atteso che uscissero i redattori, scegliendo quindi di colpire proprio le donne, rivendicarono invece le femministe. Qualcuna, all’epoca, notò anche che mirarono proprio alle loro pance e ai loro uteri. In generale, per l’intero movimento femminista italiano non c’erano dubbi: l’obiettivo era mettere a tacere la voce delle femministe. Un volantino del Comitato Femminista per la Giustizia dell’epoca diceva: «Cinque donne che osano rompere il tabù della donna muta e sottomessa, della donna dipendente dall’uomo e dal potere, che la vogliono muta, obbediente, esclusa e isolata: questo è inaccettabile, bisogna dare loro una lezione».

Tuttavia, questa posizione non era unanime e i disaccordi tra il movimento femminista e le organizzazioni extraparlamentari della sinistra si intensificarono subito dopo l’attentato. Il movimento femminista ribadì il suo separatismo e organizzò manifestazioni riservate alle donne per sottolineare la natura specifica di quanto accaduto, mentre le organizzazioni miste proclamarono manifestazioni di massa contro il fascismo e si identificarono come bersaglio principale.

Il giorno dopo l’attentato il movimento scese comunque in piazza mobilitando 40mila donne e Dario Fo e Franca Rame diedero vita a uno spettacolo di beneficenza. In un articolo uscito su Lotta Continua, pubblicazione ufficiale dell’omonimo movimento extraparlamentare, Flavia Farruggio notò: «Per la prima volta le donne danno una risposta di massa ad un fatto che coinvolge tutto il “politico” e non soltanto lo specifico delle donne».

Comunicato stampa firmato dal Movimento Femminista Romano e distribuito durante la manifestazione a sostegno di Radio Donna il 10 gennaio 1979 a Roma (Archivio, collezione CEDOC, b.56 s.2).

Il processo contro i responsabili si svolse nel 1984 e mirava, tra l’altro, a determinare l’intento dietro l’attentato. Erano presenti collettivi femministi italiani e provenienti anche da altre parti d’Europa, in particolare dai Paesi Bassi. Le avvocate delle cinque del collettivo delle Casalinghe erano guidate da Tina Lagostena Bassi, vicina alle istanze del movimento che riuscì a far ammettere diversi gruppi di donne come parti civili. Nel marzo del 1985 il pubblico ministero disse che i fascisti miravano a distruggere le apparecchiature dalla radio e che non intendevano attentare alla vita delle donne.

La sentenza stabilì infine che non si poteva parlare di tentato omicidio, e i responsabili vennero condannati per incendio doloso e lesioni a una pena inferiore alla metà degli anni richiesti dall’accusa.

Manifestazione per Radio Città futura, Roma, Gennaio 1979 (ANSA)

Per quell’attentato, nel 2011, l’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano consegnò a Nunni Miolli la medaglia d’oro come vittima del terrorismo per «le idee e l’impegno morale». Dopo un periodo di silenzio, Miolli era tornata a testimoniare le lotte per i diritti delle donne e l’episodio dell’attentato, nel documentario di Monica Repetto del 2020 intitolato Le nostre ferite, e nel libro Le appassionate di Maria Novella De Luca e Simonetta Fiori, uscito nel 2025.