Il limbo dei russi di Lettonia
Sono un quarto della popolazione e influenzano la politica, ma non tutti possono votare alle elezioni di sabato
- Condividi
- X
- Regala il Post

Circa il 9 per cento della popolazione della Lettonia non può votare alle elezioni di questo sabato. Sono i cosiddetti “non cittadini”: persone che parlano russo, in prevalenza di etnia russa, e che non hanno potuto o voluto prendere la cittadinanza lettone dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica (URSS). Erano poco meno di 200mila nel 2022, e il loro numero cala ogni anno: sono un quasi la metà della minoranza russa, che a sua volta è circa un quarto della popolazione totale della Lettonia, di 1,8 milioni di persone.
Ci sono ragioni, anzitutto storiche, se la comunità russofona non è integrata e persistono divisioni. Nel 1990 la neonata Lettonia diede la cittadinanza in modo selettivo, solo a chi aveva antenati che abitavano lì prima del 1940: cioè prima dell’annessione all’URSS, che promosse trasferimenti di popolazione russa nei territori assoggettati. Il governo lettone voleva impedire che una minoranza russa così nutrita ostacolasse o addirittura invertisse il processo di sganciamento dalla Russia. Nacque così lo status di nepilsoņi, i “non cittadini”: risultano formalmente apolidi, ma in Lettonia hanno tutti i diritti tranne quello di voto.
Negli anni i criteri per la cittadinanza si sono allargati. Si può ottenere attraverso un esame di storia e lingua lettone, e dal 2013 i figli dei nepilsoņi possono riceverla se alla nascita lo chiede uno dei genitori. Dopo un referendum fallito nel 2012 che chiedeva di riconoscerlo come seconda lingua ufficiale, però, gli spazi pubblici per il russo si sono ristretti: da anni non è più insegnato nelle scuole e recentemente l’hanno abbandonato anche i media statali, dove comunque aveva spazi marginali (ci sono invece vari media privati in russo).
La Lettonia confina con Russia e Bielorussia, e queste scelte risentivano anche di ragioni di politica estera. C’era il precedente dell’annessione illegale della Crimea da parte della Russia nel 2014, motivata dal regime russo col pretesto di proteggere la minoranza linguistica locale; poi nel 2022 c’è stata l’invasione su larga scala dell’Ucraina.
– Leggi anche: La metà di Riga che parla russo
Come detto, i “non cittadini” compongono meno della metà della minoranza russa che vive in Lettonia. Gli altri hanno la cittadinanza, e possono votare. «I russi di Lettonia sono generalmente pro-Russia, ma alle elezioni del 2022 la maggioranza rimase in disparte, imbarazzata dalla guerra», ha detto a Reuters il sondaggista lettone Arnis Kaktins. «Se questa volta andranno a votare, i partiti filorussi andranno bene». In Lettonia un partito filorusso arrivò primo alle elezioni nel 2011, nel 2014 e nel 2018, ma non trovò mai alleati disposti a governare insieme. Poi fu indebolito da scissioni e, alle ultime elezioni, nel 2022, i partiti filorussi andarono male.
Oggi i principali sono due: rispettivamente secondo e terzo nei sondaggi.

Un poster dove il presidente russo Vladimir Putin è raffigurato come personificazione della morte, sulla facciata di un museo dirimpetto all’ambasciata russa a Riga, in una foto del marzo del 2024 (EPA/TOMS KALNINS)
Il secondo è Potenza Sovrana, con cui il primo ministro uscente di centrodestra Andris Kulbergs ha già escluso ogni collaborazione. È quello più diretto nei toni filorussi. La leader Jūlija Stepaņenko è stata criticata per avere ricevuto una donazione da 420mila euro da suo padre, un imprenditore russo che tra le altre cose ha fornito all’esercito russo barriere anticarro in cemento. Stepaņenko chiede di interrompere il sostegno all’Ucraina e rifiuta di dire se manterrebbe le sanzioni alla Russia. Il suo mantra è «i nostri elettori vogliono la pace».
L’altro si chiama Prima la Lettonia ed è un po’ meno esplicito. Fu fondato nel 2021 dall’imprenditore Ainārs Šlesers, che ha legami con oligarchi russi. Il partito propone di riprendere i commerci con la Russia e di livellare le divisioni tra la minoranza russa e il resto della popolazione. È una retorica che attecchisce tra i russi di Lettonia, che si sentono trascurati dalla politica istituzionale, e in posti come Daugavpils, la seconda città del paese, con metà degli abitanti di etnia russa (nella capitale Riga sono un terzo).
Peraltro la Russia e la guerra in Ucraina sono inevitabilmente finite nella campagna elettorale. Il primo ministro Kulbergs è entrato in carica solo a fine maggio, dopo che il governo precedente era caduto per una crisi politica causata da alcuni sconfinamenti di droni ucraini lanciati verso la vicina Russia. L’allora prima ministra Evika Silina aveva cercato di incolpare il ministro della Difesa, il cui Partito Progressista di centrosinistra per ripicca s’era sfilato dal governo. Il partito di Silina, che nel 2022 era arrivato primo, non è sicuro di superare lo sbarramento del 5 per cento.
Kulbergs è un sostenitore dell’Ucraina e, tra le altre cose, promette di potenziare le difese anti-drone lettoni. In campagna elettorale ha denunciato con veemenza gli attacchi ibridi russi contro i paesi europei, e ha riconosciuto che la guerra in Ucraina ha diviso la società: «Molte persone non condividono la stessa visione. Una parte piuttosto grossa della società non percepisce la Russia come una minaccia, non capiscono perché il governo fa grandi investimenti nella difesa… si sbagliano».

Andris Kulbergs in parlamento il 28 maggio: sul podio dei discorsi, la bandiera lettone è affiancata da quella ucraina (REUTERS/Ints kalnins)
I partiti filorussi sostengono che, invece di finanziare l’Ucraina, il governo dovrebbe spendere nell’assistenza agli anziani. Si raccontano come protettori della lingua russa, che vorrebbero parificare a quella lettone, e propongono di risollevare l’economia riaprendo le frontiere e i traffici con la Russia. Fino all’inizio della guerra in Ucraina, la Russia era il principale partner commerciale della Lettonia. Dopo la Lettonia ha ridotto del 90 per cento le importazioni da Russia e Bielorussia, che già nel 2020 avevano smesso di esportare carbone attraverso i porti lettoni come ritorsione per il sostegno del governo locale alle proteste dell’opposizione bielorussa.
Proprio l’invasione dell’Ucraina, però, ha portato vari russi di Lettonia, e in particolare le seconde generazioni, a riconsiderare le loro opinioni sul regime di Vladimir Putin. La prospettiva di un ritorno in patria, a lungo diffusa dalla propaganda, ha perso attrattiva. Peraltro la Lettonia, anche per ragioni di prossimità geografica e linguistica, è diventata meta di dissidenti, intellettuali e giornalisti che hanno lasciato la Russia per via della guerra. Per citare due dei principali media indipendenti: dal 2014 ha sede lì Meduza e nel 2022 si è trasferita Novaya Gazeta, costretta a chiudere in Russia.
– Leggi anche: Cosa ci faccio qui in Latgallia?
La convivenza non è sempre stata semplice. Per esempio nel 2023 è stato licenziato un conduttore di Dozhd, un canale tv in lingua russa che all’epoca trasmetteva dalla Lettonia, che aveva pubblicizzato in diretta una raccolta fondi per i soldati russi mobilitati. Lo stesso canale è stato criticato perché chiama «il nostro esercito» l’esercito russo: loro dicono per assumersi la responsabilità delle sue azioni. Quando la Lettonia gli ha revocato la licenza, Dozhd ha trasferito la redazione nei Paesi Bassi, dove ha sede anche il Moscow Times, il principale giornale indipendente in lingua inglese.
Anche in caso di un risultato eclatante di Potenza Sovrana o di Prima la Lettonia, però, è inverosimile che vadano al governo, proprio perché gli altri partiti sono ostili. Lista Unita, quello del primo ministro Kulbergs, è dato in netto vantaggio e ci si aspetta che riprovi a formare una coalizione trattando con gli altri quattro partiti, su 14 totali in corsa, che sono dati nei sondaggi sopra la soglia di sbarramento. Il governo uscente era sostenuto da Nuova Unità (centrodestra), il partito di Silina; da Alleanza Nazionale (destra) e dall’Unione dei Verdi e degli Agricoltori (centro).



