Cosa c’è da sapere sulla chiusura delle indagini su Garlasco

Per chi non ci sta capendo nulla di quello che è successo negli ultimi giorni e di cosa ci si può aspettare nei prossimi

Il tribunale di Pavia (ANSA/Fabrizio Cassinelli)
Il tribunale di Pavia (ANSA/Fabrizio Cassinelli)
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Lunedì la procura di Pavia ha comunicato di nuovo ad Andrea Sempio la chiusura delle indagini a suo carico per l’omicidio di Chiara Poggi, avvenuto il 13 agosto del 2007 a Garlasco. Ora gli avvocati difensori di Sempio, Angela Taccia e Liborio Cataliotti, avranno venti giorni di tempo per studiare i nuovi atti depositati ed eventualmente presentarne altri a favore della difesa.

A quel punto la procura di Pavia deciderà se chiedere il rinvio a giudizio, cioè l’inizio del processo. È molto probabile che lo faccia, visti gli elementi che ha raccolto a sostegno dell’accusa. Ci sono molte meno certezze, invece, sulla successiva decisione del giudice, che potrebbe accogliere la richiesta di rinvio a giudizio della procura oppure decidere di non mandare Sempio a processo.

In questi giorni si è parlato molto della chiusura delle indagini, ma in modo un po’ fumoso e senza che si capisse davvero quali fossero le novità più sostanziali, e quali fossero i prossimi passaggi.

Sempio aveva ricevuto lo stesso avviso di chiusura delle indagini già lo scorso maggio. Nei giorni successivi però i suoi difensori avevano depositato nuove consulenze tecniche, che avevano spinto la procura di Pavia ad avviare approfondimenti ulteriori per valutarne la fondatezza. Era stato possibile perché il termine per la chiusura delle indagini preliminari, fissato appunto per lunedì 28 settembre, non era ancora passato. Intanto ad aprile era cambiato anche il capo di imputazione per Sempio: era omicidio in concorso, ora è omicidio.

Dopo la nuova chiusura il procuratore di Pavia, Fabio Napoleone, ha diffuso un comunicato stampa in cui mette in ordine alcuni degli elementi emersi durante le indagini integrative, quelle che si sono svolte tra maggio e settembre. Il più importante riguarda il campione di DNA repertato durante le indagini del 2007 sui pedali della bicicletta sequestrata ad Alberto Stasi, il fidanzato di Chiara Poggi che nel 2015 fu condannato in via definitiva per l’omicidio.

Il campione preso dalla bici fu analizzato il 19 settembre 2007 dai carabinieri del RIS di Parma. Dal primo test emerse che il campione conteneva una grossa quantità di DNA che risultava appartenere «oltre ogni ragionevole dubbio», secondo l’allora consulente tecnico del pubblico ministero, a Chiara Poggi.

Secondo la procura di Pavia il giorno successivo, il 20 settembre, sarebbero stati fatti altri due esami sul campione, che invece sarebbero risultati negativi alla presenza di DNA. Nei fascicoli di indagine a carico di Stasi però fu inserito solo il primo esito, che diventò determinante nel procedimento: spinse infatti la magistrata Rosa Muscio a far arrestare per la prima volta Stasi (che fu scarcerato dopo quattro giorni perché il giudice non convalidò il fermo) e fu tra gli elementi che portarono successivamente alla sua condanna.

La prova dell’esistenza dei due esami negativi si troverebbe nei cosiddetti “dati grezzi”, cioè i registri delle macchine usate in laboratorio. La procura di Pavia li ottenne dal RIS di Parma durante la prima fase delle indagini, il 6 novembre 2025. A maggio i documenti furono messi a disposizione delle parti dopo la prima chiusura delle indagini. La difesa di Stasi li fece analizzare e segnalò ai magistrati i due test che avrebbero potuto, secondo i suoi consulenti tecnici, «scagionare Stasi già 19 anni fa».

La procura ha chiesto conto degli esami mancanti a persone che all’epoca facevano parte del RIS di Parma. Venerdì ha sentito l’allora comandante del RIS, Luciano Garofano, il quale poi lunedì, dopo la chiusura delle indagini, ha definito «fantascienza» l’ipotesi che siano stati nascosti atti di indagine e ha escluso «con certezza granitica» manipolazioni e depistaggi.

Negli ultimi giorni si è tornati a parlare anche della cosiddetta “impronta 33“, cioè il segno del palmo di una mano destra che nel 2007 venne trovato sul muro delle scale che portavano alla cantina della casa dei Poggi, dove si trovava il corpo di Chiara Poggi.

All’epoca fu individuata grazie alla ninidrina, una soluzione che fa emergere impronte anche non visibili a occhio nudo, colorandole artificialmente di rosso scuro. La soluzione non è però in grado di individuare la presenza di sangue. L’impronta fu fotografata e fu in parte grattata via insieme all’intonaco, per essere analizzata. Alla fine la procura non riuscì ad attribuirla a nessuno e i test non dimostrarono con sicurezza che ci fossero tracce di sangue.

Negli scorsi mesi, dopo nuovi approfondimenti, la procura aveva concluso che l’impronta 33 avesse elementi compatibili con la mano di Sempio. I suoi avvocati, però, sostengono che Sempio potrebbe aver lasciato quell’impronta solo perché frequentava la casa dei Poggi, essendo lui amico di Marco, fratello di Chiara Poggi. Sempre secondo la difesa, il fatto che non siano state trovate tracce di sangue nell’impronta rafforza l’ipotesi che non sia stata lasciata durante il delitto.

Dopo le ultime indagini, però, la procura ha ritenuto che non sia possibile dimostrare che l’impronta non fosse insanguinata. Per provarlo, i carabinieri del Raggruppamento Investigazioni Scientifiche (l’organo da cui dipende il RIS) hanno eseguito tre simulazioni pratiche: hanno riprodotto e scrostato tre impronte che contenevano sicuramente tracce di sangue. Una volta analizzate, però, sono risultate negative alla presenza di sangue e di DNA, per via delle alterazioni provocate dalla composizione chimica dell’intonaco.

In sostanza per la procura non si può escludere che l’impronta 33 (che per i magistrati ha corrispondenze con quella di Sempio) presentasse tracce di sangue e che quindi fosse stata lasciata durante l’omicidio, nonostante fosse risultata negativa ai test.

Le nuove indagini hanno riguardato infine anche le impronte di scarpe trovate sulla scena del delitto, che il perito dell’epoca attribuì a un modello della marca Frau numero 42 con la suola a pallini. Stasi non era mai stato trovato in possesso di scarpe di quel tipo, ma nel corso dei procedimenti il suo numero di scarpe fu considerato compatibile. Ora invece la procura ritiene che le impronte possano corrispondere anche al piede di Sempio, che indossa il numero 44: i consulenti dei pubblici ministeri dicono che è possibile che un aumento di peso nel corso del tempo abbia cambiato anche le misure del suo piede.

La difesa di Sempio invece sostiene che lui abbia sempre indossato un 44, anche all’epoca del delitto, mentre secondo gli avvocati di Stasi le impronte potrebbero essere state lasciate anche da una scarpa più grande di un numero 42.

Secondo le indagini integrative della procura, infine, sul corpo di Poggi ci sarebbero indizi del fatto che abbia cercato di difendersi dall’aggressione dell’omicida. È un elemento che mancava nella ricostruzione accolta nelle sentenze di condanna di Stasi: proprio la sua assenza aveva pesato a favore dell’ipotesi di un’aggressione subita da qualcuno di sua conoscenza.