Da una settimana a Torino c’è una lunga fila di persone che protegge una pista ciclabile
La morte di un bambino di 7 anni investito mentre andava a scuola in bici sta causando una rara mobilitazione, non solo in città
di Matilda Ferraris, da Torino
- Condividi
- X
- Regala il Post

Da una settimana a Torino un gruppo di residenti si trova alle 07:45 all’incrocio tra corso Regina Margherita e via Cesare Balbo, a nord del centro e vicino alla sede del campus universitario. Quando arrivano si dispongono in colonna lungo la linea tratteggiata che divide la ciclabile dalla strada in cui passano le macchine. Restano lì fino alle 08.45 per fare da barriera alle automobili e proteggere le persone che percorrono la pista in bicicletta durante gli orari di punta (questa in realtà si chiama corsia ciclabile, cioè una pista delimitata solo dalle strisce sull’asfalto).
Hanno cominciato a farlo dopo il 22 settembre, quando Nicolò Di Ciò, un bambino di sette anni che viveva nel quartiere, è morto dopo essere stato investito da una donna che guidava una Chevrolet Matiz. Il bambino stava andando a scuola in bici, accompagnato dal padre. La polizia sta ancora indagando sull’incidente e ha sequestrato l’auto e la bicicletta coinvolte.
Il giorno dopo l’incidente diverse associazioni cittadine, il comitato del quartiere Vanchiglia, la Federazione italiana ambiente e bicicletta (FIAB) Bike Pride e alcuni volontari hanno cominciato a organizzare presidi e iniziative per sensibilizzare sul tema della sicurezza stradale e dell’uso della bicicletta in città.
Inizialmente si è parlato molto di come è fatta la strada in cui è avvenuto l’incidente, che è da tempo al centro di preoccupazioni sulla sicurezza dei ciclisti. Corso Regina Margherita è molto grande e trafficato, ha una carreggiata centrale riservata ad automobili e mezzi pubblici e due controviali laterali. È nei controviali che ci sono le piste ciclabili, delimitate a terra da strisce bianche. Si trovano tra le corsie destinate alle automobili, decisamente strette, e quelle destinate ai parcheggi.
Questo significa che un’auto parcheggiata che vuole immettersi nella carreggiata deve prima attraversare le pista ciclabile, rischiando di tagliare la strada alle biciclette.

La corsia ciclabile di corso Regina Margherita a Torino, 30 settembre 2026 (Matilda Ferraris/Il Post)
Il limite di velocità nei controviali è di 30 chilometri orari, ma non ci sono autovelox o altri sistemi per verificare che venga effettivamente rispettato.
– Leggi anche: Quelli che vanno a scuola in bici, tutti insieme
Sono questioni molto sentite a Torino, dove la maggior parte dei corsi principali è fatta di viali e controviali. C’è chi sostiene da tempo che il passaggio delle macchine dovrebbe essere perlomeno limitato rendendo interamente pedonali e ciclabili i controviali.
Secondo Elisa Gallo, consigliera nazionale della Federazione Italiana Ambiente e Bicicletta, la questione centrale da affrontare non è tanto vietare il passaggio delle auto, quanto piuttosto far rispettare i diritti delle persone che vanno in bici: «Se c’è una corsia ciclabile lungo una strada, quella ha la priorità, ma il problema è che quando si ha un flusso di automobili così grande attorno è difficile essere ascoltati e in alcuni casi addirittura visti».
Gallo ha una paletta montata sulla bicicletta che apre verso l’esterno ogni volta che va in bici: «Le macchine non mi vedono, ma sentono la paletta e si spaventano», racconta.
Le iniziative come quelle organizzate in questi giorni servono da una parte per creare consapevolezza e dall’altra per cercare di spingere l’amministrazione comunale a fare politiche per chi si muove in bici. Gallo è da anni attivista per i diritti dei ciclisti, ma fa anche la consulente sulla mobilità sostenibile per diverse organizzazioni e ha lavorato a un progetto per il comune di Torino: dice che in tanti anni non aveva mai visto una mobilitazione simile.
Nel quartiere sono comparsi diversi segni di cordoglio. Il giorno dopo l’incidente, nelle vicinanze del luogo in cui era stato investito Nicolò Di Ciò, è stata organizzata una manifestazione. Gli abitanti hanno appeso uno striscione con la scritta «È ora di cambiare, voleva solo andare a scuola». La seconda parte della frase, «voleva solo andare a scuola», è poi diventata lo slogan utilizzato dalle associazioni e dai cittadini durante i presidi, gli eventi e i cortei organizzati nei giorni successivi.
All’altezza del civico 63 di corso Regina Margherita è stata legata a un palo una bicicletta bianca, una delle modalità con cui vengono ricordate le persone morte in incidenti stradali mentre andavano in bicicletta. Nei giorni successivi decine di persone, tra conoscenti e compagni di scuola, si sono fermate per lasciare un fiore, un messaggio, un disegno o un pupazzo. La quantità di oggetti lasciati intorno alla bicicletta è ormai tale che quasi non la si vede più.

La bicicletta coperta da disegni e fiori (Matilda Ferraris/Il Post)
I genitori del bambino non stanno partecipando alle iniziative, ma hanno espresso vicinanza e gratitudine per le iniziative organizzate in questi giorni. Hanno inoltre aperto una raccolta fondi destinata a sostenere alcune associazioni che si occupano di mobilità e sicurezza stradale, tra cui la FIAB.
Il 29 settembre è stato organizzato un presidio in piazza Palazzo di Città, davanti alla sede del comune di Torino. Una delegazione dei partecipanti è stata ricevuta a Palazzo Civico dal sindaco Stefano Lo Russo e dall’assessora alla Mobilità Chiara Foglietta, entrambi del PD. Hanno detto di essere disponibili ad ascoltare e valutare le proposte dei manifestanti e di essere disponibili a prendere parte a un incontro pubblico sul tema.

Il presidio di fronte al comune di Torino (Giulio Lapone/LaPresse).
Il caso di Nicolò Di Ciò è diventato un simbolo delle proteste per i diritti dei ciclisti anche altrove, e l’occasione per rinnovare istanze simili che esistono da tempo in altre città. Martedì, in contemporanea con la manifestazione di Torino, a Milano si è svolta una manifestazione pensata proprio per sostenere la causa dei manifestanti torinesi. La mobilità stradale e gli spazi per le biciclette sono un problema che riguarda molte città italiane, in cui il numero di persone che muoiono in bicicletta sta aumentando da diversi anni. Per il 2026 non esistono ancora stime definitive, ma secondo l’associazione ASAPS (Associazione sostenitori e amici della polizia stradale), che si occupa di sicurezza sulle strade , nei primi nove mesi dell’anno sono stati 179. Nel 2025 erano stati 222 e nel 2024 185.
In Italia ci si muove ancora moltissimo in auto e ancora poco in bicicletta. Secondo una rilevazione pubblicata quest’anno dall’Istat, ma riferita al 2024, l’Italia è il paese dell’Unione Europea con più auto per abitante: 700 ogni 1.000 persone (la media dell’Unione Europea è di 578). Il tasso di motorizzazione, cioè di persone che hanno un’auto, è in aumento dal 2018 e cresce dell’1,3 per cento ogni anno nelle grandi città. A Torino ci sono 822 auto ogni mille abitanti: tra i capoluoghi del Centro e del Nord Italia è seconda solo a Roma.
– Leggi anche: Cosa si può fare per rendere meno pericoloso andare in bici per strada in Italia



