Cosa c’è dietro al limite al prezzo dei carburanti di Eni, IP e Q8
Una dimostrazione di buona volontà per tentare di evitare una tassa sugli "extraprofitti", ma anche una certa strategia commerciale
- Condividi
- X
- Regala il Post

Sono apparentemente controintuitive le iniziative di alcune aziende energetiche di mettere un limite ai prezzi dei carburanti in Italia, ai massimi di sempre per via della guerra in Medio Oriente. La prima ad annunciarlo è stata Eni, venerdì, poi seguita da IP e da Q8: queste società rinunciano a parte dei loro profitti per abbassare i prezzi alla pompa di benzina e gasolio, peraltro in un momento in cui possono sostenere in modo credibile che i rincari sono una diretta conseguenza di dinamiche fuori dal loro controllo.
Dietro questa decisione non c’è solo altruismo, perché le tre aziende hanno comunque da guadagnare dagli sconti che hanno previsto: in termini di reputazione presso i consumatori, di maggiori vendite, e infine anche in termini di buoni rapporti col governo.
È evidente innanzitutto l’intento commerciale. Per esempio, nei distributori Eni da lunedì si trova la benzina a 1,99 al litro, cioè sotto la soglia di 2 euro al litro che induce i consumatori a pensare che sia troppo cara: il prezzo di 1,99 viene percepito come significativamente più basso rispetto anche solo a 2,01, generando grande attenzione mediatica e un ritorno reputazionale considerevole. Lo stesso vale per il gasolio, fissato a 2,19 euro.
Rispetto al prezzo medio della settimana scorsa sono circa 16 centesimi al litro in meno per entrambi i carburanti. Per ora lo sconto è previsto fino alla fine di ottobre, ma l’azienda ha fatto sapere che potrebbe valutare di estenderlo.
A livello economico poi è una mossa in grado di sbaragliare la concorrenza. La domanda di carburante in economia si definisce “rigida”, perché i consumatori non possono ridurre i loro rifornimenti o smettere di fare benzina solo perché il prezzo è aumentato. In questo contesto anche solo un piccolo sconto è in grado di attrarre un maggiore numero di clienti: dunque è vero che Eni, IP e Q8 rinunceranno a parte dei loro profitti abbassando il prezzo, ma allo stesso tempo aumenteranno le quantità vendute, arrivando probabilmente a compensare il costo degli sconti.
Tutto dipenderà da quanto più alte saranno le vendite, cosa che in parte si scontra col fatto che i distributori non hanno scorte infinite, anzi: le code in diversi distributori che avevano lo sconto hanno fatto terminare del tutto la benzina e il gasolio già nella giornata di lunedì.

Un distributore Eni a Napoli, il 28 settembre 2026 (ANSA/CIRO FUSCO)
Da qui diventa chiaro che non è un caso se dopo Eni anche altre si sono accodate: non volevano perdere clienti e quindi quote di mercato. Eni, IP e Q8 sono comunque le tre aziende energetiche più grandi tra quelle che operano in Italia: in tutto hanno circa la metà dei più di 21mila distributori che sono sul territorio italiano, e possono quindi permettersi di rinunciare a parte dei loro margini per ragioni commerciali.
Non possono invece farlo le aziende più piccole e le cosiddette “pompe bianche”, cioè quelle senza marchio e che già in una situazione normale vendono a prezzi più bassi. E infatti si stanno lamentando parecchio dell’iniziativa delle aziende leader.
Il caso di Eni in particolare è molto indicativo, non solo perché è stata la prima ad annunciare lo sconto ma anche perché l’azienda è partecipata dallo Stato italiano. Eni è infatti di proprietà pubblica per circa il 33 per cento, tramite il ministero dell’Economia e Cassa Depositi e Prestiti. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni e Claudio Descalzi, l’amministratore delegato di Eni, sono poi notoriamente in buoni rapporti: Descalzi ha questo incarico dal 2014, e l’attuale governo l’ha rinnovato per due volte, nel 2023 e lo scorso aprile. Tutto questo rende molto plausibile che ci sia stata una certa pressione del governo italiano affinché l’azienda introducesse degli sconti, innescando così un effetto a catena nel mercato.
In questo modo il governo italiano ha ottenuto due risultati.
Innanzitutto una riduzione concreta ed efficace dei prezzi dei carburanti per i consumatori, cosa che il governo era riuscito a fare solo in ammontare molto marginale tramite lo sconto sulle accise, cioè le imposte di importo fisso su ogni litro di benzina e gasolio. È una misura costata finora più di 2 miliardi di euro, a fronte di effetti molto limitati nel calmierare il prezzo dei carburanti: lo sconto infatti veniva costantemente assorbito dai rincari del prezzo industriale, una delle tre componenti del prezzo dei carburanti insieme a IVA e accise.
Il prezzo industriale dipende dal prezzo del petrolio, dai margini di raffinazione delle società energetiche e infine dal costo del trasporto, e quindi in generale dalla guerra in Medio Oriente e dalle decisioni delle aziende.
Ora che il limite al costo dei carburanti è stato imposto dalle stesse società energetiche, che controllano la parte più variabile del prezzo dei carburanti, lo sconto c’è e si vede.

Un uomo fa benzina in un distributore di Roma, il 28 settembre 2026 (ANSA/MASSIMO PERCOSSI)
In secondo luogo il governo ha scaricato di fatto il costo della riduzione dei prezzi dei carburanti sulle aziende private, rendendo quindi possibile un graduale azzeramento dello sconto sulle accise senza il costo politico di scontentare i consumatori. Il governo si stava arrovellando da mesi su come rimuovere questa misura inefficace e costosa senza perdere consensi, anche perché la riduzione delle accise è una battaglia storica di quando Meloni era all’opposizione.
Eni e le altre aziende energetiche hanno quindi aiutato il governo a gestire una grana non da poco, nonché la principale fonte di scontento della popolazione in questi mesi. Meloni ha anche rivendicato che queste iniziative sono il risultato di un «appello del governo italiano rivolto alle società energetiche al fine di calmierare il prezzo dei carburanti».
Al di là dei vantaggi commerciali, è possibile che le aziende energetiche abbiano colto l’occasione di mostrare buona volontà nel farsi carico di parte del costo sociale della crisi energetica. L’obiettivo è con ogni probabilità quello di convincere il governo italiano a smettere di insistere con l’idea di imporre una tassa straordinaria sui loro “extraprofitti”, cioè sui guadagni aggiuntivi che le aziende energetiche sono riuscite a fare solo grazie alla guerra in Medio Oriente e al rincaro delle materie prime che ha provocato.
Sarebbe una riedizione della tassa che impose il governo di Mario Draghi nel 2022, che serviva a ridistribuire in parte i profitti straordinari che le aziende energetiche ottennero solo a causa del rincaro dell’energia dovuto alla guerra in Ucraina. In quel caso il governo puntava a raccogliere quasi 11 miliardi di euro, anche se poi i ricorsi e le diverse falle nella progettazione di quella tassa portarono il gettito effettivo a soli 2,8 miliardi. Di questi, un miliardo proveniva dalla sola Eni, che ora punta a evitare una tassa simile con un’iniziativa che secondo alcune stime costerà all’azienda intorno ai 100 milioni di euro al mese.
È un costo irrisorio non solo rispetto a quanto le costerebbe la tassa, ma anche rispetto alle disponibilità di Eni: nel secondo trimestre di quest’anno, dunque nel pieno della guerra in Medio Oriente, ha raddoppiato i suoi profitti rispetto allo stesso trimestre dell’anno prima arrivando a 2,3 miliardi di euro, che sono quasi pari a tutto il guadagno ottenuto nel 2025 (2,6 miliardi).
Ovviamente, sebbene a livello politico possano sembrare due misure equivalenti, la tassa sugli “extraprofitti” e il limite previsto dalle società energetiche non hanno gli stessi effetti. L’iniziativa di Eni, IP e Q8 ha il merito di essere immediata e semplice, in un momento di enormi rincari e di urgenza, ma ha lo stesso problema dello sconto sulle accise: beneficia tutti i consumatori indistintamente a prescindere dalle loro possibilità, e paradossalmente dà un vantaggio più consistente a chi ha macchine più potenti, che consumano di più.
La tassa sugli “extraprofitti”, al contrario, avrebbe consentito al governo di raccogliere fondi per misure più mirate, ma al contempo sarebbe servito tempo per riscuoterla, e con ogni probabilità ci sarebbero stati gli stessi ricorsi di qualche anno fa.
– Leggi anche: Perché dobbiamo preoccuparci più del prezzo del gasolio che di quello della benzina



