L’architettura contemporanea dev’essere per forza così anonima?

Se molti nuovi edifici sembrano casermoni bianchi, squadrati e intercambiabili ci sono delle ragioni

Il cantiere quasi ultimato del discussissimo Villaggio Olimpico di Porta Romana, a Milano (ANSA/Matteo Corner)
Il cantiere quasi ultimato del discussissimo Villaggio Olimpico di Porta Romana, a Milano (ANSA/Matteo Corner)
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All’angolo tra via Tullo Morgagni e via Arbe, a Milano, fino al 2023 c’era un villino di inizio Novecento che mescolava elementi dell’architettura gotica e decorazioni liberty. Il blog Urbanfile scriveva che «non era un capolavoro architettonico, ma si distingueva per il suo carattere pittoresco», che arricchiva il già eterogeneo Villaggio dei Giornalisti, dove si trovano esempi molto vari dell’architettura novecentesca.

Nell’estate del 2025 al suo posto è stata inaugurata una palazzina residenziale più larga, più alta e molto più anonima: ora il tetto è piatto, l’edificio squadrato, la facciata scarsamente decorata. Urbanfile si è limitato a dire che «si sarebbe aspettato qualcosa di più iconico e ispirato».

I commenti sotto al post sono decisamente più categorici: «peccato perdere queste piccole architetture così caratteristiche di un’epoca per ricevere indietro casermoni mezzi anonimi come questo», scrive uno. «Rappresenta alla perfezione il massimo che oggi l’architettura è in grado di fare: orribili miscugli di stili e mancanza di idee e di capacità realizzative», aggiunge un altro.

La facciata della villetta demolita in via Morgagni, nel settembre del 2023 (Marco Ottico/LaPresse)

Giudizi di questo tipo si trovano regolarmente sotto a gran parte delle notizie, foto e post che riguardano i nuovi edifici residenziali costruiti in Italia, e a Milano in particolare. La critica principale è che ne sono stati tirati su moltissimi di indistinguibili l’uno dall’altro, poco ispirati sia nel design sia nella realizzazione: squadrati e dalle facciate anonime, intonacati di bianco o di grigio, con finestre a filo muro e prive di cornici, balconi o decorazioni di qualsiasi tipo.

Se vengono costruiti in centro città sono accusati di imbruttire dei quartieri storici che in precedenza avevano una loro coerenza architettonica; in periferia, di ricordare dei brutti casermoni postsovietici. 

Non è un tema soltanto in Italia: in Svezia nel 2014 è nato anche un movimento organizzato che chiede «che gli edifici sembrino edifici, non gigantesche scatole da scarpe». Si chiama Arkitekturupproret e in Scandinavia è riuscito a far bocciare diversi progetti edilizi a Oslo, Göteborg e Stoccolma, convincendo i committenti a scegliere forme architettoniche più tradizionali. Oggi esiste anche in vari altri paesi europei, tra cui l’Italia, dove ha preso il nome di Rivolta Architettonica. 

Spesso questo genere di critiche è stato adottato dai movimenti di destra, che lo ha riproposto per sostenere che, come per il resto della società, anche l’architettura occidentale dovrebbe tornare a riflettere i fasti del passato. Ma al di là delle strumentalizzazioni politiche, è un problema sentito anche tra gli architetti: il Post ha intervistato una quindicina di persone tra accademici, fondatori di studi di architettura, progettisti e architetti di varie città italiane, e tutte hanno confermato di essere consapevoli dello scarso apprezzamento del grande pubblico per l’aspetto di molti nuovi edifici.

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A loro avviso, però, gran parte del problema non è data tanto dal gusto o dall’ispirazione dei singoli architetti, quanto dalle modalità con cui gli edifici vengono commissionati e costruiti.

Nelle città, infatti, a finanziare i cantieri sono ormai raramente le persone che abiteranno le case, e sempre di più i fondi di investimento, che hanno meno interesse a costruire edifici originali e memorabili, e preferiscono progetti più impersonali ma più sicuri. Sulla costruzione di un singolo edificio intervengono poi vari soggetti, dagli investitori alle imprese di costruzione fino a progettisti, ingegneri, impiantisti e fornitori. Ciascuno deve guadagnarci, ma più la catena si allunga più i margini si assottigliano, e diventa prioritario risparmiare. I regolamenti antisismici, di sicurezza ed efficientamento energetico poi rendono più impegnativo applicare soluzioni costruttive creative.

Il risultato sono spesso edifici non tanto brutti, ma molto generici, senza guizzi, e infatti una delle critiche principali è che molti palazzi di oggi siano intercambiabili. «Potrebbero trovarsi a Milano, Tokyo, Rotterdam o in una periferia anonima senza alcuna differenza» dicono gli attivisti di Rivolta Architettonica. «Forse ciò che infastidisce è proprio la sensazione che certi edifici non siano stati pensati né per qualcuno né per qualche luogo in particolare», ipotizza Giacomo Beccari, fondatore dello studio di architettura bolognese Ciclostile. «Non è la semplicità a renderli poveri, ma la loro indifferenza». 

Quasi tutti gli esperti, però, ritengono che aggiungere ornamenti tradizionali a edifici costruiti con tecniche moderne non sia la soluzione. In condizioni sociali, economiche e urbane completamente diverse da quelle dei secoli scorsi, dice per esempio l’architetta Giulia Tocchet, farlo «rischia di produrre un’immagine finta della tradizione, più che una vera continuità».

Dal passato, dice, si possono recuperare semmai «l’attenzione alle proporzioni, al rapporto tra edificio e strada, ai materiali e al clima»: tutte cose che si possono fare «anche attraverso un linguaggio contemporaneo». Tra gli studi che ci stanno provando cita BDR bureau a Torino, AMAA a Venezia, Ciclostile a Bologna e gli spagnoli Harquitectes, che lavorano sui materiali e sui dettagli «senza necessariamente ricorrere alla decorazione o all’imitazione di stili del passato».

Se i palazzi costruiti negli ultimi decenni non assomigliano a quelli dei secoli precedenti, infatti, è per delle specifiche ragioni storiche, tecnologiche e sociali. Fino all’inizio del Novecento gli edifici, anche i più ordinari, erano quasi sempre decorati con elementi come cornici intorno alle finestre, fregi, stucchi e fasce che segnavano i piani. Queste convenzioni cominciarono a cambiare tra gli anni Dieci e gli anni Trenta del secolo scorso, quando una nuova generazione di architetti europei cominciò a interpretare le decorazioni come un residuo del passato, oltre che come uno spreco di energie e di denaro.

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Nello stesso periodo si cominciarono a impiegare il cemento armato, l’acciaio e il vetro, che permisero di sperimentare molto di più con la forma degli edifici. A questo si aggiunse un ragionamento economico e sociale: palazzi semplici e standardizzati costavano meno e permettevano di costruire in fretta le abitazioni che servivano alle persone che si stavano spostando in massa dalle campagne alle città per lavorare.

Molti architetti di quella generazione consideravano un dovere costruirle rapidamente e a poco prezzo, garantendo però luce, aria e acqua corrente: ripetere sempre gli stessi elementi e rinunciare alle decorazioni serviva anche a quello. Il più influente di loro, Le Corbusier, definiva la casa «una macchina per abitare», in senso positivo: ammirava automobili, navi e aerei in quanto oggetti progettati solo in funzione di quello che devono fare, costruiti in serie e belli proprio perché privi di decorazioni superflue.

La facciata della Corbusierhaus, palazzo residenziale progettato da Le Corbusier a Berlino negli anni Cinquanta (David Pachali, Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0)

«Ai tempi, la riduzione dell’ornamento fu una scelta culturale molto forte», spiega l’architetta Francesca Alberici. «Un atto di rottura con il passato reso possibile dall’adozione delle nuove tecnologie del Novecento. Erano l’equivalente dei “tagli sulla tela” di Lucio Fontana». L’idea del modernismo come una sequenza di parallelepipedi perfettamente bianchi peraltro si è formata soprattutto in seguito, e non corrisponde del tutto a com’erano davvero quegli edifici: molti, dice Alberici, avevano intonaci, materiali e colori più vari di quanto si ricordi, e forme meno elementari. 

Secondo Giulia Tocchet il problema è, piuttosto, che l’architettura contemporanea si trova in un momento di «crisi del linguaggio, nel senso che sta cercando un po’ la sua casa, la sua strada». In passato, spiega, il campo era molto più delimitato: «l’architetto si muoveva all’interno di uno stile che era dato: non potevi inventarti come era fatta una colonna: ogni elemento aveva la sua forma e le sue proporzioni». Anche le tecniche di costruzione erano decisamente più limitate. Il Novecento ha cambiato tutto questo, ma «si è portato dietro anche, a volte, un’eccessiva semplificazione delle forme e standardizzazione dei materiali, creando un’architettura più anonima».

Lucia Tozzi, autrice di L’invenzione di Milano, dice di aver comunque notato che nel centro di Milano di recente c’è chi sta tornando ad aggiungere «decorazioni finto Ottocento, finto Settecento, imitazioni di qualche stile passato» a nuovi edifici in cemento armato, «pensando che il risultato sia più bello delle case moderne».

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