Poste Italiane sta cercando di prendersi l’ultimo pezzo di Tim
E per questo potreste aver visto degli spot in tv: l'obiettivo è toglierla dalla borsa
- Condividi
- X
- Regala il Post

Guardando la tv in questi giorni è difficile non imbattersi nello spot con cui Poste Italiane cerca di convincere gli azionisti di Tim ad aderire all’offerta pubblica di acquisto e scambio (OPAS) con cui sta cercando di comprare per intero la storica società di telecomunicazioni italiana. In questo modo si completerebbe il processo che in meno di due anni ha riportato di fatto sotto il controllo dello Stato italiano una delle più importanti società di telecomunicazioni del paese.
L’offerta è ricominciata lunedì – dopo una prima fase che si era chiusa l’11 settembre – e andrà avanti fino a venerdì. Chi accetterà, e venderà quindi le sue azioni Tim, riceverà sia del denaro che azioni di Poste (per questo l’offerta si chiama di “acquisto e scambio”). Per ogni azione di Tim si riceveranno 1,97 euro e più o meno un quinto di un’azione di Poste. Poste possiede già oltre il 66 per cento di Tim e punta ad arrivare al 90 per cento: raggiunta questa soglia potrebbe obbligare gli azionisti rimasti a venderle le loro azioni, e il titolo verrebbe tolto dalla borsa, il cosiddetto delisting.
Poste Italiane è controllata dal ministero dell’Economia, che prima dell’OPAS ne possedeva circa il 64 per cento: oltre il 29 direttamente e il 35 tramite Cassa Depositi e Prestiti. Questa quota si sta riducendo a causa delle nuove azioni emesse, ma rimarrà comunque intorno al 50 per cento: dopo la prima fase è scesa a circa il 55, ma il dato finale dipenderà da quanti aderiranno all’offerta.
L’offerta era stata annunciata il 22 marzo, la prima fase è iniziata il 20 luglio e si è conclusa l’11 settembre. In quel periodo, in seguito alle adesioni ricevute, la quota di Poste in Tim è salita di circa 46 punti percentuali: prima era poco più del 20 per cento. Nel frattempo, il 7 settembre, il consiglio di amministrazione di Poste ha deciso di riaprire la possibilità di aderire, e di aumentare di 30 centesimi l’offerta in denaro (aumento che si applica anche a chi aveva già aderito durante la prima fase). Il cda di Tim a luglio aveva già approvato l’operazione, ritenendo «congruo» il prezzo offerto.

L’amministratore delegato di Tim Pietro Labriola a Roma l’1 dicembre 2025 (ANSA/RICCARDO ANTIMIANI)
Quando aveva annunciato la prima offerta, Poste garantiva un guadagno di circa il 9 per cento a chi vendeva le proprie azioni Tim. Nel frattempo però il valore di quelle azioni era molto aumentato, per via dell’offerta stessa, fino a renderla non più così conveniente. Il valore della nuova proposta è molto simile a quello attuale delle azioni di Tim.
Il processo di acquisizione di Tim da parte di Poste è iniziato nel 2025, quando Poste è diventata l’unica grande azionista della società dopo aver ottenuto le partecipazioni di Cassa Depositi e Prestiti e del gruppo francese dei media Vivendi.
L’obiettivo di Poste è rilanciare le attività di Tim e integrarle progressivamente nelle proprie. Poste si occupa di altre cose, oltre alle attività postali e alle spedizioni: più della metà dei suoi ricavi viene da servizi finanziari e assicurativi, vende forniture di gas ed elettricità e offre anche, a sua volta, servizi di telefonia con un proprio operatore, PosteMobile, che però non possiede una rete di antenne. Le due aziende collaborano già: da febbraio PosteMobile ha cominciato a spostare i suoi clienti dalla rete di Vodafone a quella di Tim, e nei negozi Tim si possono sottoscrivere le offerte di luce e gas fornite da Poste.
Nel 2025 i ricavi complessivi delle due società sono stati di 26,9 miliardi di euro e i guadagni operativi, ottenuti cioè senza considerare le tasse e gli interessi, sono stati 4,8 miliardi di euro. Nel documento con cui ha presentato l’offerta, Poste ha stimato che – una volta completata l’integrazione tra le due società – i guadagni del gruppo saranno superiori di circa 700 milioni di euro all’anno rispetto agli attuali guadagni di Tim e Poste sommate, non considerando le tasse.
Questi guadagni ulteriori deriverebbero da quelle che nel gergo vengono definite “sinergie”. Circa 500 milioni di euro all’anno sarebbero risparmi, ottenuti unificando alcuni acquisti, i sistemi informatici e le attività amministrative, e riducendo il costo dei debiti di Tim, che come parte di un gruppo più solido potrebbe finanziarsi a condizioni migliori.
Gli altri 200 milioni circa verrebbero da maggiori ricavi, vendendo i prodotti di ciascuna società ai clienti dell’altra: Tim potrebbe, per esempio, avvantaggiarsi della diffusa rete di uffici di Poste Italiane, circa 13mila, per pubblicizzare i suoi prodotti. È una pratica che però potrebbe porre problemi di concorrenza: nel 2024 l’Antitrust stabilì che Poste aveva violato le norme sulla concorrenza promuovendo negli uffici postali le proprie offerte di luce e gas senza permettere lo stesso ai concorrenti, anche se poco dopo il governo abrogò la norma su cui si basava quella decisione.

L’amministratore delegato di Poste Italiane Matteo Del Fante durante una fiera sull’innovazione a Roma, nel novembre 2025 (Alfredo Falcone/LaPresse)
Negli ultimi anni Poste è cresciuta molto, tanto da essere considerata un esempio virtuoso tra le società a controllo pubblico: nel 2025 ha avuto un utile netto di 2,2 miliardi di euro, il più alto della sua storia, e ha distribuito 1,6 miliardi di euro di dividendi, circa un miliardo dei quali è andato al ministero dell’Economia e a Cassa Depositi e Prestiti. Il valore delle sue azioni è più che quadruplicato negli ultimi dieci anni. Tim invece ha avuto una storia più travagliata, da quando fu privatizzata nel 1997 (allora si chiamava Telecom Italia).
All’epoca Tim era una delle aziende di telecomunicazioni di maggior successo in Europa, ma oggi ha un ruolo marginale a livello internazionale: per decenni è stata gravata da un debito di decine di miliardi di euro che le ha reso difficile fare investimenti e svilupparsi. Quel debito risale soprattutto al 1999, quando la società Olivetti di Roberto Colaninno comprò Telecom Italia con un’offerta pagata quasi interamente contraendo debiti, che nel 2003 finirono nei conti di Telecom con la fusione tra le due società.
Per ridurlo, nel luglio del 2024 Tim vendette per 18,8 miliardi di euro la sua infrastruttura di rete fissa a una società controllata dal fondo statunitense KKR, in cui ha una quota di minoranza anche il ministero dell’Economia. L’operazione le permise di ridurre il debito di circa 14 miliardi e i conti di Tim ora sono molto migliorati: alla fine del 2025 il gruppo ha chiuso l’anno in utile per la prima volta dopo quattro anni di perdite.
Oggi Tim vende servizi di telefonia fissa e mobile non solo in Italia, dove nonostante abbia venduto la sua rete fissa offre comunque connessioni a internet e telefono di casa, ma anche in Brasile, dove controlla Tim Brasil, uno dei principali operatori di telefonia mobile del paese. L’azienda ha comunque ancora bisogno di rilanciarsi completamente: Tim SpA, la società più grande del gruppo che gestisce le attività in Italia, ha chiuso il 2025 con una perdita di 155 milioni di euro (nel 2024 aveva perso 1,2 miliardi).



