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  • Lunedì 21 settembre 2026

Limitare gli studenti stranieri nelle classi è quasi impossibile

Per come sono distribuiti, l'unico modo per farlo sarebbe costringerli a iscriversi lontano da dove vivono

(ANSA/ALESSANDRO DI MARCO)
(ANSA/ALESSANDRO DI MARCO)
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L’intenzione del governo di Giorgia Meloni di limitare il numero di studenti stranieri nelle classi, perlopiù per ragioni politiche, rischia di scontrarsi innanzitutto con un elemento apparentemente banale ma molto concreto, e cioè che in certe scuole ci sono più bambini e ragazzi con origini straniere perché con le loro famiglie abitano lì vicino. Non c’è ancora un decreto-legge, dunque non si sa esattamente come il governo punti a introdurre questo limite, ma già così è chiaro che non sarà semplice attuarlo.

Il presidente dell’Associazione nazionale presidi (ANP), Antonello Giannelli, dice che un limite di questo tipo può anche essere «condivisibile dal punto di vista della didattica», ma che poi ci sarebbero conseguenze da affrontare: «Se gli studenti vanno nella scuola più vicina a dove vivono, cosa bisogna fare? Mandarli via?». Per Giannelli e vari dirigenti scolastici sarebbe questa la difficoltà principale da gestire, soprattutto nelle scuole dell’infanzia e nelle primarie, ma non l’unica.

L’idea del governo, per il momento presentata in modo vago, è fissare per legge la percentuale di studenti stranieri che non conoscono bene l’italiano ammissibile in ogni classe. Non è chiaro come sarebbe verificata la loro conoscenza, né chi dovrebbe farlo, visto che non è un requisito al momento dell’iscrizione. Il piano fa comunque seguito a una recente dichiarazione del deputato Rossano Sasso di Futuro Nazionale, il partito di Roberto Vannacci, che alcuni giorni fa aveva presentato un’interrogazione parlamentare su questo: il che rende chiara quale sia la logica seguita da Meloni nel pubblicizzare la proposta, ovvero rincorrere il partito che da destra sta togliendo consenso al centrodestra di governo.

In Italia un limite agli studenti stranieri esiste già, del 30 per cento, stabilito da una circolare addirittura del 2010, quando era ministra dell’Istruzione Mariastella Gelmini. Ma questo limite non è vincolante e ammette varie deroghe. Da qui la distinzione con l’approvazione di una legge apposita, una proposta di cui aveva parlato anche il ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara.

Nella circolare del 2010 si diceva che il limite del 30 per cento sarebbe dovuto servire a evitare una concentrazione eccessiva nelle classi di studenti senza cittadinanza italiana. Il compito di assicurarsi che il limite fosse rispettato è stato affidato sia agli Uffici scolastici regionali, che secondo la circolare dovrebbero coordinare la distribuzione degli studenti stranieri, sia alle scuole, che dovrebbero accertare la conoscenza del loro italiano. Non è un limite tassativo, e in ogni caso le scuole non possono rifiutare l’iscrizione di uno studente anche se la soglia viene superata. Giannelli dice che negli anni le scuole si sono sostanzialmente organizzate in autonomia. «E dunque, visto che la circolare non è cogente come una legge, in varie situazioni in cui non era possibile applicarla non è stata applicata», dice.

Secondo gli ultimi dati disponibili del ministero dell’Istruzione, relativi all’anno scolastico 2024-2025, in Italia gli studenti che non avevano la cittadinanza italiana erano poco più di 911mila su un totale di oltre 7 milioni e 700mila, dalla scuola dell’infanzia fino alle superiori. La definizione di studenti con “cittadinanza non italiana” è tuttavia limitante, perché non dice quanti di loro siano in realtà bambini e ragazzi nati in Italia da genitori stranieri (quindi hanno un «background migratorio»), pur non avendo ancora la cittadinanza italiana. È una differenza abbastanza rilevante, perché queste ragazze e ragazzi molto spesso parlano perfettamente italiano e dunque è impossibile desumere da questi dati quanti sarebbero gli studenti realisticamente interessati dal nuovo decreto-legge.

– Leggi anche: Quanto è difficile ottenere la cittadinanza italiana

In ogni caso sono dati utili per farsi quantomeno un’idea della distribuzione degli studenti senza cittadinanza italiana. La maggior parte frequenta scuole nelle regioni del Nord Italia (oltre il 60 per cento), il 22 per cento in quelle del Centro e solo il 10 per cento in quelle del Sud. Stando ai dati del ministero, sempre relativi al 2024-2025 e considerando tra le scuole dell’infanzia solo quelle statali, la Lombardia è la regione con il più alto numero di studenti senza la cittadinanza italiana, oltre 218mila, più di un quarto del totale in Italia. In Emilia-Romagna gli studenti con cittadinanza non italiana sono il 19,5 per cento, il valore più elevato a livello nazionale. Dopo ci sono la Lombardia con il 18,2 per cento, la Liguria, la Toscana, il Veneto e il Piemonte.

Tra le città con l’incidenza più alta di studenti stranieri nelle scuole ci sono Prato, Brescia, Piacenza, Cremona e Parma.

Stefania Neroni è la dirigente scolastica dell’istituto comprensivo “Curzio Malaparte” di Prato ed è anche reggente dell’istituto comprensivo Mascagni, che si trova vicino alla Chinatown pratese. Prato è una delle città italiane con la percentuale di abitanti di origine straniera più alta d’Italia (oltre il 25 per cento su poco meno di 200mila totali), decine di migliaia dei quali sono di origine cinese. La composizione degli studenti degli istituti rispecchia quella della popolazione: Neroni dice che al Curzio Malaparte su 119 bambini iscritti alla scuola dell’infanzia 77 hanno background migratorio, alla primaria 247 studenti su 337 e alle secondarie di primo grado 233 su 354.

«Prato insomma è in deroga costante. Oltretutto sono tantissimi i bambini e i ragazzi con origini straniere ma nati in Italia, per cui oggi la situazione è molto variegata», dice Neroni. Gli studenti, prosegue, si iscrivono alle scuole vicino a dove abitano e le scuole si attrezzano di conseguenza. Al Curzio Malaparte, per esempio, Neroni dice che si cerca di privilegiare un insegnamento più basato su laboratori ed esperienze dirette, in modo tale da ridurre la difficoltà di apprendimento di alcuni studenti che parlano poco italiano. Poi ci sono comunque due docenti della classe A23, quelli che dal 2024 possono insegnare italiano agli stranieri nelle scuole secondarie, nelle classi in cui c’è almeno il 20 per cento di alunni con livello di italiano inferiore all’A2.

Ma questi insegnanti non sono molti in Italia e secondo i dirigenti scolastici ne servirebbero di più. Nel frattempo si organizzano come riescono. Enrico Ghion, preside dell’istituto superiore “Albert Einstein” di Piove di Sacco in provincia di Padova, dice per esempio che loro e l’altra scuola del paese stanno studiando un percorso insieme all’Ufficio scolastico territoriale – l’ex provveditorato – per organizzare corsi di italiano per i ragazzi prima che comincino le superiori. Stanno provando anche a coinvolgere mediatori culturali per lavorare insieme alle famiglie di origini straniere. Un percorso simile lo hanno avviato già da anni l’istituto comprensivo Simonetta Salacone di Roma e l’istituto comprensivo Centro 3 di Brescia, di cui fanno parte le scuole primarie Calini e Manzoni e le medie Mompiani.

Queste ultime si trovano in centro città e dagli anni Novanta sono tra le scuole che accolgono più studenti con background migratorio, anche perché vicine a dove abitano molte famiglie di origini straniere. Per il vicepreside Giovanni Pasini è «impossibile» rispettare un limite del 30 per cento. «E farlo rischierebbe magari di mandare un bambino o un ragazzo in una scuola lontana o comunque scomoda per le famiglie, nonché di creare dell’isolamento», aggiunge.

In queste scuole si fanno corsi di alfabetizzazione finanziati con fondi dell’istituto, con due o tre ore alla settimana di insegnamento d’italiano in classe e fuori. Si tengono anche corsi di italiano per le madri straniere che non lo parlano, per favorire le comunicazioni e aiutare le famiglie con la burocrazia scolastica. «Non nascondiamo le difficoltà, ma se si vogliono migliorare le cose a scuola bisogna pensare a interventi complessivi, che coinvolgano anche le famiglie e i comuni, non a limiti calati dall’alto», dice Pasini.