Non segnalare i luoghi che si condividono sui social per proteggerli

È una pratica che si sta diffondendo nel tentativo di limitare l'impatto che può avere un post virale su una spiaggia o un lago

Escursionisti che scattano fotografie sulle Dolomiti di Brenta a Pinzolo, 19 luglio 2026 (Stefano Guidi/Getty Images)
Escursionisti che scattano fotografie sulle Dolomiti di Brenta a Pinzolo, 19 luglio 2026 (Stefano Guidi/Getty Images)
Caricamento player

Dopo un’estate di dibattiti e preoccupazioni sull’impatto dell’overtourism, tra file di ore per le navette e resse per accaparrarsi un krapfen al rifugio, un post su Instagram di Timothée Chalamet poteva potenzialmente provocare ulteriori attenzioni sulle Dolomiti. Invece l’attore francese, uno dei più popolari di questi anni, ha usato un’accortezza: non ha geolocalizzato le foto che ha condiviso con i suoi oltre 21 milioni di follower, accompagnate dalla scarna didascalia: «escursionismo sulle Dolomiti con papà».

I luoghi delle Dolomiti ormai affollatissimi e inavvicinabili in alta stagione sono diventati così proprio perché negli ultimi anni influencer, content creator e utenti comuni li hanno fotografati e pubblicati sui social accompagnati dal loro nome, dalla loro posizione, spesso da consigli per raggiungerli con meno sforzi possibile. Nomi come lago di Braies, Tre Cime di Lavaredo, monte Seceda, lago di Carezza sono diventati familiari anche fuori dall’Italia, ciascuno associato a un punto preciso in cui scattare le foto più spettacolari da condividere poi sui social.

Forse è proprio per questa moda internazionale delle Dolomiti che Chalamet ci è andato, ma come ha scritto Pietro Lacasella, curatore del quotidiano online L’AltraMontagna, «ha condiviso bene, eliminando riferimenti capaci di rendere facilmente rintracciabili determinate località». Probabilmente le sue ragioni principali erano legate alla privacy, ma quella di nascondere volontariamente la geolocalizzazione dei propri post sui social è una pratica che si sta diffondendo sempre di più, tra chi non vuole rinunciare a condividere le foto delle proprie gite, ma vuole comunque proteggere i posti che visita da attenzioni eccessive.

«In luoghi già molto conosciuti, come ad esempio il Cervino, non è un problema geolocalizzare il posto. Ma se si vuole che resti una meta poco conosciuta allora non lo si dovrebbe fare» ha detto a RSI Philippe Wäger, un dirigente del Club Alpino Svizzero, commentando la diffusione sui social dell’hashtag #nogeotag, usato da chi vuole ribadire la propria adesione a questa pratica. Negli Stati Uniti alcuni creator l’hanno ricondotta ai principi del “Leave No Trace”, una storica lista di norme elaborata negli anni Settanta dal Servizio forestale degli Stati Uniti e dal Servizio dei parchi nazionali per ridurre al minimo l’impatto delle persone sull’ambiente.

Caterina Zanzi, che ha fondato il sito Conosco un posto, dedicato a consigliare ristoranti, locali ed eventi soprattutto a Milano, da diversi anni ha scelto di evitare di geotaggare i luoghi naturali di cui pubblica foto o video, specialmente di quelli in cui si trova per svago con la sua famiglia. «Per esempio io sono un’amante delle isole greche, e quindi cerco di preservarne l’autenticità, magari non dando le indicazioni precise o il nome di alcune spiagge ma solo la zona» dice.

Il principio è quello del gatekeeping, la pratica di trattenere delle informazioni per evitare che arrivino alle masse. È un comportamento storicamente stigmatizzato, perché esclude dall’accesso a nozioni e cultura chi non fa parte di determinate élite. Ma il manifestarsi dei problemi legati a un’eccessiva promozione di luoghi delicati, che si tratti di siti naturali o di luoghi particolarmente autentici in contesti urbani, ha per certi versi ribaltato la percezione su questo comportamento. Un prodotto culturale del resto non si rovina se fruito da troppe persone, un lago alpino può subire danni irreparabili se visitato da centinaia di persone ogni giorno troppo a lungo.

Si sta diffondendo perciò la consapevolezza che certi posti possono essere rovinati quando scoprirli diventa troppo facile e alla portata di troppe persone. L’idea è di reintrodurre la necessità di fare un po’ di fatica, di dedicare del tempo e delle energie per studiare un’area e decidere autonomamente cosa visitare. «Il bello di viaggiare è anche quello, scoprire posti nuovi da soli» dice Zanzi.

È evidente che esiste una contraddizione, e che la pratica del #nogeotag abbia una componente escludente che può essere controversa. In teoria infatti le ricerche autonome su un luogo si possono fare attraverso strumenti anche gratuiti e accessibili a tutti: nella pratica, però, spesso sono realmente alla portata di chi è già in qualche modo iniziato, per ragioni personali, di istruzione, di disponibilità economiche.

– Leggi anche: Sulle Dolomiti il turismo è sfuggito di mano

Non è comunque soltanto una questione di limitare il numero di persone che conoscono un posto, ma anche di diversificare i posti visitati dai turisti. Le Dolomiti sono enormi, e ci sono intere valli ancora poco o per niente frequentate, e luoghi bellissimi ma deserti a pochi chilometri da quelli presi d’assalto. Il motivo è che le persone vengono esposte con insistenza agli stessi tre o quattro toponimi, che perciò per molte di loro diventano di fatto “obbligatori” da visitare. Ridurre le geolocalizzazioni serve anche a evitare che un posto diventi sovraesposto e attiri su di sé tutte le attenzioni e i visitatori.

Anche perché, a differenza di un tempo, oggi è difficile prevedere quali post diventeranno virali e quali no. Può succedere «anche ai video di persone che non sono content creator o che non fanno questo mestiere, che molte volte sono meno consapevoli, non hanno fatto queste riflessioni sull’influenza che un post può avere per un luogo o un’attività», dice Zanzi. Lei ora si pone questo genere di problemi anche quando deve consigliare, per esempio, un locale appena aperto, che potrebbe non avere ancora un’organizzazione così collaudata per gestire i clienti che possono seguire i consigli di un post particolarmente virale.

La presenza massiccia di certi luoghi sui social, peraltro, non ha effetti solo su chi li vede menzionati direttamente. Influenza anche altre piattaforme dove le persone cercano consigli su cosa visitare e i chatbot di intelligenza artificiale, le cui risposte molto omogenee sono tra i motivi per cui sempre più persone visitano gli stessi posti. O le stesse guide turistiche, che peraltro sono sempre più inquinate da quelle realizzate con l’AI, ampiamente diffuse per esempio su Amazon.

– Leggi anche: Internet e social non hanno sostituito le guide turistiche

È anche vero che forme di “geolocalizzazione” come quelle dei social esistevano anche prima che scoprissimo l’esistenza del concetto di overtourism. Stefan Forster, responsabile del settore di ricerca Turismo e sviluppo sostenibile all’Università di scienze applicate di Zurigo, ha spiegato a RSI che «in passato c’era, per esempio, la cartolina inviata da Grindelwald; più tardi sono arrivate guide di viaggio come la Lonely Planet sulla Thailandia. Oggi sono gli influencer a far conoscere luoghi spettacolari come il lago di Oeschinen».

Per moltissime persone, specialmente quelle delle generazioni dei più giovani e quelle che solo negli ultimi anni si sono avvicinate alla montagna e al mondo dell’escursionismo, i geotag e i contenuti virali che circolano online con le liste di rifugi, sentieri e percorsi sono un punto di riferimento fondamentale. Ma gli esperti consigliano di integrarli con altri strumenti, come le app per pianificare i percorsi, come Komoot, Wikiloc e Mapy.com, le guide cartacee, i forum di appassionati, associazioni come il CAI o gli enti turistici locali.