Sulle Dolomiti il turismo è sfuggito di mano
Dopo un'estate di code, resse e bomboloni virali sui social, anche gli albergatori iniziano a rivalutare le scelte di questi anni
di Isaia Invernizzi
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Nella lunga fila di persone che si incamminano dalla funivia del Col Rodella, in uno dei punti più panoramici delle Dolomiti, c’è un ragazzo con una cassa bluetooth accesa ad alto volume, incurante degli sguardi infastiditi mentre inizia “Canzone estiva” di Annalisa. Una donna americana inciampa in un sasso azzardando una videochiamata sul sentiero, e per poco non finisce a terra. «I bomboloni sono là?», strilla un uomo sulla cinquantina alla moglie rimasta qualche metro indietro. Sotto il braccio ha un barboncino, l’altra mano indica il rifugio Friedrich August, famoso su Instagram e TikTok per il suo bancone colmo di krapfen.
Qui a 2.300 metri di altezza li friggono e servono da oltre vent’anni, eppure le code delle ultime settimane non si erano mai viste: un flusso continuo che inizia poco dopo le 8 e va avanti fino a mezzogiorno. Centinaia, se non migliaia di persone in attesa di appropriarsi di un bombolone, nella maggior parte dei casi facendosi fotografare per i social.

Turisti fotografano i krapfen al rifugio Friedrich August (Isaia Invernizzi/il Post)

Krapfen, Dolomiti, 27 agosto 2026 (Isaia Invernizzi/il Post)
Il personale del rifugio dice che il merito – o la colpa, a seconda dei punti di vista – è di un video da quasi 40 milioni di visualizzazioni pubblicato su Instagram un anno fa. Da allora sono arrivate sempre più persone, sempre meno in scarponi da montagna: anche se il Friedrich August è il punto di partenza di uno dei sentieri più noti della Val di Fassa, molti turisti si accontentano di una camminata di dieci minuti per poi girarsi e tornare verso la funivia.
Qualcosa di simile è successo al lago di Braies, alle Tre Cime di Lavaredo, sul monte Seceda in Val Gardena, al lago di Carezza, gli altri “spot imperdibili” delle Dolomiti, come vengono definiti nelle centinaia di video virali che li segnalano su Instagram.
Negli ultimi mesi influencer e content creator di vario tipo hanno trovato un filone estremamente fertile nei contenuti che condividono le informazioni logistiche per raggiungere i punti panoramici migliori negli orari giusti per scattare le foto perfette. Altri si riprendono mentre elencano i capi di abbigliamento tecnico che hanno scelto di indossare: «le ragazze delle Dolomiti indossano giacche a vento Arc’teryx, in toni neutri con occhiali da sole Oakley» spiega una influencer inglese in un video di consigli su «cosa mettere in valigia», con oltre 30mila mi piace. Il cosiddetto gorpcore, la moda dell’abbigliamento da montagna indossato in città, è uno dei motori del successo delle Dolomiti sui social.

27 agosto 2026 (Isaia Invernizzi/il Post)
Le resse e gli affollamenti delle ultime settimane hanno contribuito a far entrare la parola “iperturismo”, o overtourism, nel dibattito pubblico di una regione in cui il turismo-e-basta è sempre stato messo davanti a ogni cosa. Ne parlano tutti, perfino gli albergatori che si erano sempre rifiutati di usare quella parola, come a negare i problemi.
C’è chi con un approccio un po’ assolutorio se la prende contro una massa indistinta, “i turisti”; chi in modo simile pensa sia solo colpa degli algoritmi e dei social network; e chi invece ne ha approfittato per sollecitare riflessioni più profonde sulla trasformazione della montagna, di come sarebbe meglio accompagnare quella trasformazione, o meglio ancora governarla, in un posto unico al mondo come le Dolomiti.

27 agosto 2026 (Isaia Invernizzi/il Post)
In un certo senso è come se le code – soprattutto quella per i krapfen, diventata un simbolo – avessero fatto scattare qualcosa: una consapevolezza nuova della necessità di limiti che nessuno aveva mai stabilito, come se ci si fosse accorti all’improvviso che il modello turistico delle Dolomiti sia sfuggito di mano e che forse serve darsi una regolata.
Fino a non molti anni fa le Dolomiti erano un posto frequentato, ma non preso d’assalto. D’inverno ci andava chi poteva permettersi la settimana bianca, d’estate invece erano accessibili a molte più persone, il posto ideale per godersi la migliore versione possibile della montagna italiana, fino a pochi anni fa considerata un’alternativa più noiosa e faticosa rispetto al mare, sicuramente meno desiderabile e alla moda.

27 agosto 2026 (Isaia Invernizzi/il Post)
Le Dolomiti non lo erano diventate per caso, il posto ideale per le vacanze in montagna. È stato il risultato di decenni di investimenti, lavori per costruire alberghi, strade, gallerie e soprattutto impianti di risalita e piste da sci, per allargare i sentieri, inventare e formare nuove professioni, per educare gli abitanti all’ospitalità. La ricompensa sono stati il lavoro e i soldi, che hanno garantito altri investimenti e ancora, nuovo lavoro.
Nelle tante interviste fatte per questo articolo, a turisti e albergatori, alla domanda su quando siano cambiate le cose, le risposte sono state diverse. Un albergatore dice che nel 2009, quando le Dolomiti diventarono patrimonio Unesco, si pensava che tutta quella pubblicità avrebbe attirato appassionati di montagna da tutto il mondo, e invece da allora è arrivata soprattutto gente che della montagna sapeva poco o nulla, e ancor meno di come ci si comporti per tutelarla.

27 agosto 2026 (Isaia Invernizzi/il Post)
Con una tesi condivisa e intuitiva, la maggior parte delle persone intervistate sostiene invece che sia cambiato tutto con la pandemia, quando la fine dei lockdown innescò il desiderio di scoprire posti nuovi, più vicini a casa. Alcuni dicono di essere stati convinti dal caldo estivo insopportabile degli ultimi anni, un’ultima piccola parte di albergatori dice che c’entra anche visibilità internazionale offerta dalle Olimpiadi di Milano-Cortina.
Agli stravolgimenti sociali dovuti alla pandemia, al caldo, alla pubblicità dovuta al riconoscimento dell’Unesco e ai decenni di investimenti infrastrutturali si è aggiunta poi la potenza dei social, l’Instagram effect, lo sviluppo rapido del turismo “esperienziale” come quello che porta centinaia di persone ad aspettare in coda per un krapfen a 2.300 metri. «Li ho visti su Instagram», spiega una donna brasiliana intenta a fotografare i bomboloni, e come lei un’altra decina di persone prese a caso nella fila verso la cassa addobbata con una grande mano di cartapesta.

La ressa al rifugio Friedrich August, 27 agosto 2026 (Isaia Invernizzi/il Post)
Tre dati: dal 2022 al 2025 i turisti sono aumentati del 30 per cento, i turisti stranieri di poco più del 40 per cento, una crescita che sembra continuare anche quest’anno visto che a luglio gli arrivi sono aumentati di quasi il 6 per cento.
L’antropologo Annibale Salsa, a lungo presidente del Club alpino italiano (il CAI), cerca le parole giuste per non colpevolizzare i nuovi turisti della montagna. «È un fatto: purtroppo queste persone faticano a distinguere la montagna virtuale dalla montagna reale. Diventano una massa anonima che si riversa sulle terre alte, spinte dalle estati calde delle città e dal messaggio invitante dei social, che hanno – loro sì – molte colpe. Sui social le Dolomiti diventano cartoline intercambiabili, non-luoghi spogliati della loro identità geografica, storica, culturale».
Questa deriva era cominciata prima della pandemia, sostiene Salsa, anche se era meno evidente perché la maggior parte delle persone frequentava ancora la montagna con la consapevolezza di chi ci era stato portato dai genitori o dai nonni.
Durante l’estate i giornali locali hanno parlato degli effetti di questo rapido allargamento, documentando episodi di maleducazione e comportamenti considerati oltraggiosi da chi conosce le regole essenziali per rispettare la montagna: fuochi accesi in zone a rischio incendio, rifiuti abbandonati vicino ai sentieri, scritte su alberi e massi, bivacchi lasciati sporchi e in disordine. Tutto questo, compresa la coda per i krapfen, è stato semplificato nei titoli con la definizione di “turismo cafone”.

Escursionisti verso il rifugio Friedrich August (Isaia Invernizzi/il Post)
Per come si è evoluto il turismo negli ultimi anni, è illusorio pensare che i turisti possano diventare velocemente più responsabili: è un’evoluzione culturale troppo lenta rispetto a quella infrastrutturale e commerciale che sulle Dolomiti ha spinto e continua a spingere nella direzione del consumo, del non-luogo. Lo scrittore Pietro Lacasella ha commentato sull’Altramontagna le reazioni al turismo cafone notando che «se l’attenzione generale si è concentrata principalmente sugli individui, è stato in buona parte trascurato il terreno culturale e l’evoluzione infrastrutturale da cui quegli individui prendono slancio per ammassarsi a 2.300 metri con l’obiettivo di mangiare un dolce che potrebbero tranquillamente acquistare a quote più basse».
Questa deriva è stata subita o assecondata, nelle Dolomiti? Secondo Luigi Casanova, presidente dell’associazione ambientalista Mountain Wilderness, chi abita in montagna ha la responsabilità storica di aver sostenuto questo modello economico improntato all’eccesso, al consumo di suolo montano, preferendo il profitto immediato alla tutela del bene comune e dell’ambiente.

Persone che salgono dal passo Sella (Isaia Invernizzi/il Post)
La situazione attuale è il risultato di quella che Casanova chiama “l’imprenditoria degli affamati”, e nella categoria degli imprenditori affamati mette soprattutto gli impiantisti. «Avendo la costante necessità di generare passaggi e profitti sia d’estate che d’inverno, hanno fatto di tutto per replicare il modello urbano alla montagna: le funivie sono diventate autostrade, l’alta quota sembra un parco tematico, tra piste spericolate, vie ferrate artificiali nei punti più impensabili, voli in elicottero».
Casanova ne ha anche per alcuni rifugisti, che hanno trasformato i rifugi in ristoranti e alberghi: «Se nei menu a oltre duemila metri troviamo le ostriche, trasmettiamo al turista il messaggio inconscio che in montagna sia possibile fare tutto, azzerando qualsiasi percezione della fragilità dell’ambiente e del limite». Quest’anno in Val Gardena è comparso anche l’aperitivo in seggiovia.

27 agosto 2026 (Isaia Invernizzi/il Post)
Oltre che per l’impatto ambientale su un ecosistema delicato come la montagna, per lo snaturamento di un luogo che è sempre stato estraneo alle frequentazioni di massa, e per i rischi per la sicurezza che derivano da così tante persone inesperte che si muovono in un ambiente che può essere anche inospitale, l’iperturismo nelle Dolomiti preoccupa per le conseguenze sui residenti. A essere esasperati dal traffico che d’estate blocca fin dalla prima mattina le strade più frequentate sono specialmente quelli che non lavorano nel turismo, e che nei periodi di punta impiegano molto più tempo del solito per spostarsi nelle attività quotidiane.
Dopo anni passati a ignorare questi problemi, anzi spesso a bollarli come allarmismi esagerati da ambientalisti, dal 2024 diversi albergatori hanno iniziato a parlare apertamente dell’iperturismo e delle sue conseguenze.
Molti lo hanno fatto perché davvero convinti che l’ambiente montano meriti più rispetto e attenzione, molti altri perché hanno intuito le conseguenze sui loro affari, visto che la maggior parte dei nuovi turisti, soprattutto gli stranieri, si ferma il minimo indispensabile, a volte non più di una notte. Fanno il giro dei posti più noti e se ne vanno velocemente verso un’altra tappa di un percorso turistico che ricorda il Grand tour che i ricchi stranieri facevano in Italia nell’Ottocento, e che oggi passa per i centri storici di Milano, Venezia, Firenze e Roma, nei posti e nei ristoranti più gettonati sui social.
Due anni fa, quando il presidente di Federalberghi Belluno Walter De Cassan disse che bisognava disincentivare in qualche modo i flussi turistici, lo presero per matto. Ora dice che la categoria che rappresenta dovrebbe avere più coraggio e prendere posizioni impopolari per governare il turismo e non subirlo passivamente.
Se n’è iniziato a parlare, e in alcuni posti come il lago di Braies e le Tre Cime di Lavaredo sono stati introdotti sistemi di prenotazione e biglietti di ingresso, finora però senza una strategia condivisa più vasta. Anzi, le soluzioni proposte sono molto diverse tra loro.

La fila sul sentiero Friedrich August (Isaia Invernizzi/il Post)
L’associazione albergatori e imprese turistiche della provincia di Trento (ASAT) vorrebbe limitare gli affitti brevi; il comitato per la salvaguardia dei passi dolomitici, di cui fanno parte albergatori e impiantisti, ha proposto addirittura di rinunciare al riconoscimento di sito Unesco. De Cassan invece ha proposto di mettere un contributo d’accesso per ogni persona che accede al comprensorio Unesco, sul modello di quanto avviene nei grandi parchi nazionali statunitensi. «Con questi soldi si potrebbe potenziare il trasporto pubblico: l’obiettivo deve essere dimezzare il traffico automobilistico nel giro di 10 o 15 anni», dice.
A Venezia, dove è stato introdotto nel 2024, il contributo d’accesso si è rivelato una misura inefficace per limitare l’arrivo dei turisti, ma De Cassan è convinto che il caso delle Dolomiti sia diverso perché i problemi di sovraffollamento sono concentrati in 5 o 6 settimane all’anno e quasi esclusivamente nei posti più promossi sui social: «Abbiamo molte valli sconosciute e bellissime, ma continuiamo a fare promozione alle Tre Cime di Lavaredo. Forse sbagliamo in partenza».
Molti albergatori intervistati ammettono di aver sottovalutato le conseguenze dell’aver lasciato che siano i social o i chatbot di intelligenza artificiale a dare consigli e dritte: oggi i turisti si muovono sempre più in autonomia, guidati dagli algoritmi che spesso li portano tutti negli stessi posti. Anche per questo motivo l’IDM, l’agenzia di promozione del turismo dell’Alto Adige, già da un paio d’anni ha smesso di fare promozione con gli influencer.

27 agosto 2026 (Isaia Invernizzi/il Post)
Klaus Berger, presidente dell’Unione Albergatori e Pubblici Esercenti dell’Alto Adige, ha detto che alcune vallate avrebbero bisogno di più visitatori, ma non è facile trovare un equilibrio: spesso le zone poco frequentate sono scelte da visitatori che non amano il caos, e promuoverle nel tentativo di distribuire meglio i flussi rischia di farle scoprire troppo, portando anche lì problemi.



