Storia e fortune di Resident Evil
I film tratti dalla famosa saga di videogiochi horror sono un buon affare da molti anni: l'ultimo lo ha fatto il regista di “Weapons”
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Prima che realizzare film basati su popolari serie videoludiche diventasse una pratica diffusa e redditizia a Hollywood grazie a produzioni di successo come Un film Minecraft e Super Mario Bros, una saga aveva già dimostrato che trasporre l’immaginario dei videogiochi al cinema poteva essere un buon affare. Tra il 2002 e il 2021 uscirono sette film tratti da Resident Evil, la nota serie di videogiochi horror prodotta da Capcom: non ottennero buoni riscontri di critica, ma quasi tutti fecero ottimi margini di guadagno rispetto ai costi di produzione. Incassarono complessivamente più di un miliardo di dollari, in un periodo in cui questo tipo di produzioni non era ancora così diffuso.
L’ultimo film dedicato al franchise è uscito nei cinema italiani giovedì: si intitola Resident Evil, e ha ambizioni molto superiori ai precedenti. È diretto da Zach Cregger, uno dei più stimati registi di film horror degli ultimi anni, noto soprattutto per Weapons, che nel 2025 aveva ottenuto un inaspettato successo di pubblico e critica.
A differenza dei capitoli precedenti, che puntavano principalmente sull’intrattenimento e sull’azione, questo Resident Evil ha anche qualche ambizione autoriale. È infatti il primo film della saga con una storia interamente originale, e ha per protagonisti personaggi che non sono presenti nei videogiochi. Il protagonista è Austin Abrams, che aveva già collaborato con Cregger in Weapons: interpreta Bryan, un giovane corriere che si trova a dover sventare un’epidemia mortale.
Secondo le stime delle principali riviste di settore americane, negli Stati Uniti e in Canada Resident Evil potrebbe incassare 40 milioni di dollari nel primo fine settimana di proiezioni, che comincerà domani: sarebbe il debutto migliore nella storia del franchise. Il film è stato accolto benissimo anche in Italia, dove ha incassato più di 260mila euro nella prima giornata di proiezioni.
Il primo videogioco di Resident Evil uscì nel 1996. Fu sviluppato da Shinji Mikami e Tokuro Fujiwara, che oggi sono diventati due figure di culto dell’industria videoludica. La maggior parte delle storie si svolge a Raccoon City, un’immaginaria cittadina del Midwest, e ruotano attorno a un virus letale prodotto dai malvagi virologi dell’Umbrella Corporation, una multinazionale farmaceutica che progetta armi biologiche da vendere ai governi e alle aziende militari.
L’idea di Mikami e Jujiwara non era completamente originale. Si lasciarono ispirare moltissimo da Sweet Home, videogioco che uscì nel 1989 per il Nintendo Entertainment System e con cui Resident Evil condivide in effetti molti elementi narrativi ed estetici. I due sviluppatori però lo resero uno dei titoli più influenti della storia dei videogiochi grazie ad alcune intuizioni riuscitissime e che di lì a qualche anno sarebbero state ampiamente imitate, come la pianta labirintica della magione, le inquadrature fisse dal taglio cinematografico e l’abbondante presenza di zombi e creature perlopiù ripugnanti.
Negli ultimi trent’anni la serie ha venduto più di 180 milioni di copie ed è diventata la più venduta di Capcom, nel cui catalogo non mancano giochi molto importanti come Street Fighter e Monster Hunter. Oggi è una proprietà intellettuale vastissima che comprende anche libri, serie TV e film.
Nel corso degli anni Resident Evil è sempre riuscito a rimanere il punto di riferimento del genere anche grazie alla sua capacità di cambiare forma e di intercettare, e a volte anticipare, i gusti del pubblico. I primi capitoli erano infatti dei survival horror, giochi nei quali bisogna dosare con attenzione le poche risorse disponibili, caratterizzati da una visuale fissa.
Ma dal quarto (e apprezzatissimo) capitolo della saga, uscito nel 2005, l’inquadratura si è spostata sopra la spalla del protagonista e il gioco si è concentrato maggiormente sugli scontri a fuoco. Per poi cambiare nuovamente con Resident Evil 7 Biohazard che per la prima volta adottò una visuale in prima persona, tornò a un’azione più ragionata e introdusse nuovi personaggi e ambientazioni, mettendo quasi del tutto da parte il ruolo dell’Umbrella Corporation.
Per via della sua trama, del suo immaginario e della sua estetica gotica e orrorifica, Resident Evil era un videogioco che si prestava benissimo a una trasposizione cinematografica. La prima, del 2002, fu diretta, scritta e co-prodotto da Paul W. S. Anderson e aveva come protagonista Milla Jovovich, che interpretava Alice.
Costò una trentina di milioni di dollari e ne guadagnò un centinaio, cifra più che considerevole per i tempi. Una parte della critica lo apprezzò per la sua capacità di enfatizzare il messaggio anticapitalista implicito in tutta la saga, nonostante le molte ingenuità della sceneggiatura e gli effetti speciali non proprio memorabili.
Anderson curò la sceneggiatura dei cinque film successivi, che vennero affidati a registi diversi; la protagonista rimase invece Jovovich, che ha legato buona parte della sua carriera proprio alla saga. Furono tutti realizzati con budget contenuti, a cui corrisposero sempre incassi notevoli: l’ultimo in cui fu coinvolto Anderson, Resident Evil: The Final Chapter, superò i 300 milioni di dollari. Andò però decisamente peggio col settimo film, diretto da Johannes Roberts, il primo senza Jovovich come protagonista. Fu massacrato dalla critica, e incassò appena 40 milioni di dollari.
Anche per questo motivo Sony ha riservato grandi risorse al nuovo film di Cregger, che considera importante per rilanciare la popolarità del franchise: è costato circa 80 milioni di dollari, più di qualsiasi altro film di Resident Evil.
I critici che hanno visto in anteprima il nuovo Resident Evil ne parlano piuttosto bene. «Possiede una coerenza e una determinazione impeccabili, la trama è intrisa di elementi ludici e si sviluppa a ritmo serrato, la tensione e il divertimento non calano mai», ha scritto Jesse Hassenger del Guardian.
Lo ha apprezzato anche Owen Gleiberman di Variety, che lo ha definito «un thriller virale leggero e frizzante» e ha lodato il coraggio di Cregger, che a differenza di altri colleghi ha saputo confrontarsi con un franchise famosissimo traendone un film riuscito.
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